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Il Gazzettino Martedì 9 marzo 2004
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| Blitz all'alba: dieci arresti, un ricercato VENEZIA - L'operazione è scattata alle prime luci dell'alba. In carcere sono finiti Roberto Casarin, Giandomenico Murari, e Francesco Marchesin della Nuova Esa; Giuliano Gottard, Paola Valle e Rino Vincenzi della Servizi Costieri. Agli arresti domiciliari Gianni Gardenal della Servizi Costieri, Roberto Piccolo della "Real Service", una società che operava con la Nuova Esa, Mario Reale, titolare di una seconda società che operava con la Nuova Esa e Gilio Toresin, titolare di un'azienda che operava con la Servizi Costieri. I primi interrogatori si terranno oggi pomeriggio a Santa Maria Maggiore davanti al gip Licia Marino. Nuova Esa e Servizi Costieri sono state sequestrate così come i relativi impianti di trattamento. Ieri mattina i carabinieri hanno proiettato un video, realizzato interamente dall'elicottero, dove si vedono i mezzi militari davanti all'ingresso delle due aziende. Il video mette in evidenza anche le aree in cui sarebbe avvenuto lo stoccaggio dei vari materiali pericolosi.
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«Ci scopriamo ancora pattumiera d'Italia» Michele Vianello (Ds): «Una situazione inquietante». Ezio Da Villa (Provincia): «Un successo dopo tante battaglie» In un certo senso tutt'e due se l'aspettavano. E hanno avuto ragione. Michele Vianello, parlamentare Ds e Ezio Da Villa, assessore provinciale alle Politiche ambientali avevano colto nel segno. La questione dello stoccaggio e dello smaltimento di rifiuti tossico-nocivi nell'area veneziana, e in particolare a Marghera, è sempre stato un loro cavallo di battaglia. Ora dopo anni di appelli, ricerche, prese di posizione, la parola è passata ai Carabinieri di Venezia. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Attacca Vianello: «Prima o poi doveva succedere - butta lì il parlamentare ds - Era una situazione talmente enorme che non poteva essere che sotto la lente di ingrandimento delle forze dell'ordine. Già in un recente passato l'Amministrazione provinciale aveva presentato un ricorso al Tar, ma anche in quella sede non se n'era fatto nulla. Ancora una volta, l'area veneziana, si scopre essere la "pattumiera d'Italia". É qui che vi è la presenza di un inceneritore, di un territorio profondamente devastato dalle industrie, dove vi è una concentrazione di aziende che operano nello smaltimento e nello stoccaggio di rifiuti tossico-nocivi». Solo pochi mesi fa, l'11 dicembre, Vianello in qualità di vicepresidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle eco-mafie, aveva guidato deputati e senatori tra le industrie veneziane di settore. «In quell'occasione - ricorda - nonostante le nostre forti perplessità, ci venne assicurato che veniva stoccato e smaltito in linea perfetta con le norme di carattere ambientale. Dopo questa inchiesta, dobbiamo dire che abbiamo visto giusto. Ora il nostro compito non è solo quello di capire la situazione, ma anche di ricostruire la "geografia" dei traffici lungo la Penisola o all'estero. Da dove arrivano questi rifiuti? Dove vanno? Da dove partono? E soprattutto perchè qui da noi? In realtà stiamo parlando solo della punta dell'iceberg. Purtroppo abbiamo una legislazione permissiva che prevede una decadenza del reato in tempi troppo ravvicinati. Invece dobbiamo puntare ad accentuare il peso dei reati ambientali a partire proprio dal Codice di procedura penale. Dobbiamo potenziare le forze dell'ordine che operano nel settore (Carabinieri del Noe, Guardie forestali, Polizia provinciale) e far crescere l'Agenzia di protezione ambientale in una zona come il Veneto che ormai è diventato "crocevia" dello stoccaggio di rifiuti». Intanto il presidente della commissione parlamentare Paolo Russo sottolinea: «Il blitz dell'Arma è la conferma a quanto abbiamo già registrato nel corso delle nostre missioni in Veneto. Il teorema della declassificazione dei rifiuti speciali è ormai utilizzato nelle operazioni criminali e contribuisce ad incrementare un traffico che ha dimensioni nazionali». Ma l'altro "fortino" contro la tratta dello smaltimento fuorilegge è senz'altro l'assessorato provinciale alle Politiche ambientali. Qui, Ezio Da Villa da anni si batte per garantire un maggiore controllo del settore. «Attorno al mondo dei rifiuti e del loro smaltimento - attacca - c'è e si è creato negli anni un grossissimo, e fin troppo spesso incontrollabile business che agisce nelle pieghe dei trasferimenti, nella gestione e nella stoccaggio dei materiali. In assenza di un piano regionale in materia, il business anche quello più condannabile, aumenta. Inoltre basta vedere i dati prodotti anche recentemente dalla nostra Amministrazione per capire non solo l'ampiezza delle aziende, ma anche la loro proliferazione sul territorio in regime di autorizzazione o solo di comunicazione. In questi casi il nostro compito non può essere che di continuare a controllare la situazione e favorire la catalogazione dei tipi di rifiuti stoccati e smaltiti. Insomma, dobbiamo continuare a tenere il fiato sul collo delle aziende!». Intanto scendono in strada anche i lavoratori dell'ex Servizi Costieri, ora Ecoveneta poco dopo il sequestro dell'attività produttiva. Per questo Cgil, Cisl e Uil dei chimici in difesa dei 25 dipendenti annunciano battaglia per il mantenimento dei posti di lavoro. |
I VELENI Pentasolfuro, con l'acqua sprigiona gas pericolosi Va poi precisato che lo smaltimento di questo tipo di sostanze deve avvenire sempre in discariche impermeabilizzate perchè oltre agli effetti diretti sulle piante, il danneggiamento della falda spesso avviene con una notevole velocità. I controlli dei carabinieri di Venezia e di Roma si sono indirizzati non solo nel Lazio ma anche in Campania. L'attività illegale ha danneggiato anche diverse rocce e i riscontri fatti in più riprese dai militari dell'Arma hanno fatto emergere responsabilità penali a più livelli. |
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MARCON Il paese ora esulta: «Forse è la fine di un incubo» La notizia del sequestro dei locali della "Nuova Esa", è stata accolta con soddisfazione e moderato sollievo a Marcon, su tutti dal sindaco Pier Antonio Tomasi che ha auspicato tra l'altro «l'accertamento delle violazioni eventualmente commesse dagli amministratori della Nuova Esa e la conseguente applicazioni delle sanzioni dovute". Di sicuro c'è che tutti i cittadini, soprattutto quelli residenti dalle parti di via Fornace e via Matteotti, si augurano che questi provvedimenti giudiziari possano assestare la spallata decisiva per la revoca definitiva dell'autorizzazione allo svolgimento dell'attività di stoccaggio e trattamento dei rifiuti tossici dell'azienda. "Sono quasi quindici anni che il Comune di Marcon combatte come può la Nuova Esa - spiega il primo cittadino -. Nei primi anni '90 la vecchia fornace, che non recava pregiudizio a nessuno, ha cessato la sua attività ed è stata sostituita da questa fabbrica che certo ha un'utilità che nessuno mette in discussione, ma che non per questo doveva essere avviata a non più di un centinaio di metri dai centri abitati e in un'area attigua ad un'oasi paesaggistica tutelata". In sostanza nello stesso momento in cui la Nuova Esa ha aperto i battenti sono cominciati i contenziosi e le proteste. "Abbiamo sempre chiesto che l'azienda fosse spostata in luoghi meno pericolosi per la salute della gente. Non sono sorpreso dal sequestro e dalle indagini, ma questi non sono che i primi passi: noi chiediamo dei controlli in superficie e nel sottosuolo attorno agli stabilimenti al fine di accertare che non vi siano interrate sostanze pericolose; inoltre il terreno andrà necessariamente bonificato ma anche sorvegliato nel periodo del sequestro. Ma su tutto auspichiamo la revoca delle autorizzazioni e ci appelliamo alla coscienza degli organi che hanno il potere di fare qualcosa". Anche i residenti esultano, ma moderatamente. "Negli anni ne abbiamo sentite tante di promesse - sono le parole di un anonimo abitante di via Matteotti -, ma ora non possiamo che sperare si sia giunti alla resa dei conti: da sempre nessuno ha mai saputo veramente che cosa combinassero dentro quei capannoni. Per quanto ci riguarda abbiamo sempre visto transitare camion su camion carichi di fusti e sacchi bianchi pieni di chissà quale veleno. E il peggio è che nonostante anni di lotte, manifestazioni e proteste anche a Ca' Farsetti, abbiamo dovuto continuare a respirare odori ripugnanti seppur sarebbe bastato spostare la fabbrica a qualche chilometro di distanza dalle case". A dire il vero c'è anche chi ha ammesso che negli ultimi tempi gli olezzi parevano un po' più tollerabili. "Anche se non so bene se ciò era dovuto a una leggera diminuzione delle sostanze tossiche o al raggiungimento di una quasi totale assuefazione alla convivenza con le esalazioni delle ciminiere e dell'autostrada - dicono i coniugi Medici -. Tutto l'anno la gola ci "pizzica", mentre d'estate non possiamo nemmeno aprire le finestre per non dover dar di stomaco, e peraltro di frequente si sono verificati diversi incendi proprio nei mesi più caldi: purtroppo chi di dovere non ci ha mai dato ascolto, anche perché in fondo neppure tra noi residenti siamo mai stati uniti come sarebbe stato invece necessario per far valere le nostre ragioni". "Io ho lavorato per trentasei anni nella vecchia fornace di mattoni e abito qui dal '69 - spiega infine Sergio Favaretto -, a lungo abbiamo lottato per capire come mai la sera e la mattina presto l'aria sia irrespirabile. Avevamo fatto un comitato ma da due anni siamo inattivi e scoraggiati dal fatto di avere tutti contro. A mio avviso anche i nostri sindaci hanno le loro colpe, e non ho mai digerito il fatto che alle nostre assemblee non siano mai venuti. Forse non interessa anche a loro respirare aria buona e non chissà che genere di sostanze letali? Speriamo solo di essere alla resa dei conti e che la Nuova Esa sparisca per sempre dalle nostre vite". |
I PRECEDENTI Nel 1995 sigilli all'impresa di Marghera Mestre È lo scorso dicembre quando i commissari che indagano sui rifiuti illeciti e sulle attività connesse tornano a Venezia. Una missione nell'ambito dell'indagine in ordine alla vicenda del traffico illecito di rifiuti tossici che coinvolgerebbe in particolare la società "Nuova Esa" di Marcon e "Servizi Costieri" di Marghera». Il presidente della commissione Paolo Russo e il vicepresidente Michele Vianello erano convinti che ci fosse molto da scavare su queste due aziende. La cronaca degli ultimi dieci anni è un concentrato di accuse, incidenti, ricorsi al Tar, procedimenti giudiziari. La storia dellaNuova Esa inizia nel 1992. Il Tar respinge il ricorso del Comune di Marcon contro l'azienda per l'insediamento di un impianto di stoccaggio provvisorio di rifiuti speciali tossico-nocivi nella ex fornace di Gaggio, autorizzato dalla Regione. Nell'ottobre '92 l'impianto viene sequestrato dopo un controllo dei carabinieri: mancano le autorizzazioni di Ulss e vigili del fuoco. Nel giugno 1993 la Regione sospende in via sanzionatoria per 30 giorni l'autorizzazione: la Provincia di Venezia aveva segnalato la non osservanza delle prescrizioni contenute nell'autorizzazione da parte della ditta. Maggio 1994, un'altra revoca da parte della Regione dell'autorizzazione a causa delle "reiterate violazioni delle prescrizioni contenute nell'autorizzazione all'esercizio", ma l'azienda vince il ricorso al Tar e riprende l'attività. Un anno dopo, febbraio 1995, il Tar dà ragione al Comune di Marcon e conferma la sospensione dell'attività della Nuova Esa. Un mese dopo si conclude la vicenda giudiziaria che vedeva sotto accusa l'allora titolare dell'impianto, che patteggia 4 mesi di arresto più 2 milioni di lire di ammenda (pena sospesa): secondo l'accusa, in un periodo avrebbe trattato, senza permesso, ingenti quantità di rifiuti tossico-nocivi iniziando senza cautele la triturazione e la commistione di residui diversi. Nel 1997 scoppia la polemica sulla richiesta di ampliamento, da 1500 metri a 7500 metri cubi, della Nuova Esa: la richiesta viene bloccata dalla Commissione Tecnica Ambientale regionale e poi bocciata anche nel 1998. L'anno prima alla Nuova Esa era scaduta la concessione, ma la Provincia l'aveva prorogata fino al 1999. E continuano le proteste dei cittadini, preoccupati per i ripetuti i incendi, le fughe di gas e gli odori. I Comuni di Marcon e Mogliano chiedono la chiusura dell'azienda. Nel dicembre 1999 per la discarica scatta il sequestro da parte del Corpo forestale dello Stato, su richiesta del pm veneziano Luca Ramacci che contesta violazioni ai decreti Ronchi e Galasso e l'ipotesi di attività abusiva di cernita e selezione di rifiuti industriali. Nel gennaio 2000 il Tribunale del Riesame revoca il sequestro. Due mesi dopo arriva la conferma che centinaia di contenitori di materiale tossico della motonave Jolly Rosso nel '92 erano stati conferiti nell'azienda di stoccaggio Nuova Esa di Marcon. Anche dellaServizi costieri si comincia parlare negli anni Novanta. Nel giugno '95 l'azienda di via Righi viene sigillata dalla magistratura che indaga su presunte irregolarità del trattamento dei rifiuti. Nell'agosto 1999 due Tir che trasportano 60 tonnellate di rifiuti tossico-nocivi, provenienti dalla Servizi Costieri, vengono sequestrati nel torinese. L'attività dell'azienda era stata sospesa dalla Provincia già due volte per il mancato rispetto delle norme. Nel 2001 nell'ambito di un'inchiesta sui rifiuti tossico-nocivi spediti in Sardegna viene indagata anche l'azienda di Marghera assieme a quella di Marcon. Nel luglio 2002 dopo i controlli dell'Arpav, l'azienda viene sigillata e nel giro di una decina di giorni dissequestrata. Un anno fa il rinvio a giudizio del legale rappresentante dell'azienda per l'emissione di fatture false.
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Venezia Valanghe di rifiuti ... Venezia Valanghe di rifiuti pericolosi smaltiti come capitava. Con l'unico obiettivo di lucrare al massimo e anche a costo di mettere in ginocchio l'ambiente. Come puntualmente è avvenuto. La colossale operazione dei carabinieri del Comando tutela per l'ambiente ha fatto emergere un quadro allarmante dove due aziende veneziane, considerate il vero motore di questa attività illegale, sono finite sotto inchiesta. Si tratta di due imprese abbastanza consistenti, con volumi di affari ragguardevoli, che negli ultimi anni avrebbero fatto transitare nelle rispettive sedi quantità impressionanti di rifiuti pericolosi. Al termine dell'operazione, che praticamente è ancora in corso di svolgimento e coinvolge in tutto circa 200 militari dell'Arma, dieci persone sono finite agli arresti (sei in carcere e quattro arresti domiciliari su ordinanza firmata dal gip Licia Marino, su richiesta del pm Giorgio Gava) e altre settanta risultano al momento indagate. Un'undicesima persona è ancora ricercata. Gli arresti hanno colpito direttamente dirigenti, intermediari e analisti di queste due grandi aziende: la Nuova Esa srl di Marcon, sede di uno dei più grandi impianti di gestione di rifuti e la Servizi costieri srl di Porto Marghera. I reati contestati dalla magistratura lagunare sono associazione per delinquere, attività organizzata di traffico illecito di rifiuti, falso nei certificati di analisi e nei documenti di trasporto, getto pericoloso di cose, realizzazione e gestione di discariche abusive oltre ad altri reati ambientali. I beni posti sotto sequestro ammontano a 25 milioni di euro. Ieri mattina il comandante provinciale dei carabinieri di Venezia, colonnello Ilio Ciceri, insieme ai responsabili del Noe, i tenenti colonnelli Sarno e Menga, hanno spiegato nel dettaglio come è nata l'operazione ribattezzata "Houdinì", nome scelto per rimarcare l'abilità degli indagati nel trasformare i rifiuti pericolosi in non pericolosi o addirittura, (vera magia) in materiale inerte. Tutto è partito circa due anni fa dal sequestro di una cava in provincia di Rieti. Analizzando il materiale si è così scoperto che si trattava di sostanze altamente pericolose e di origine industriale. La verifica sulla documentazione ha immediatamente dirottato gli inquirenti verso le due aziende veneziane. Sono quindi scattati pedinamenti e verifiche indirette, al termine delle quali è stato così accertato che tutta quella enorme massa di rifiuti era stata abilmente declassificata. Da una parte, hanno spiegato i carabinieri, le aziende ottenevano pagamenti per poter recuperare il materiale inquinato, dall'altra risparmiavano illecitamente sullo smaltimento. Tutti questi rifuti, in gran parte fanghi prodotti nelle zone industriali del Veneto e dell'intero Nord ma anche terre di bonifica, scorie e polveri industriali, venivano così spediti magari in qualche cava o comunque su terreni non impermeabilizzati che subivano spesso conseguenze inimmaginabili (in molti casi su questi terreni bisognerà fare altre bonifiche). Come se non bastasse parte delle sostanze pericolose venivano anche miscelate con altri tipi di rifiuti. Il risultato è che materiali sicuramente nocivi sarebbero finiti non solo nelle cave, ma anche negli impianti di compostaggio, sui terreni e anche sui fondi stradali. Lo smaltimento illegale, secondo gli inquirenti, avveniva anche in aziende agricole compiacenti, in impianti di compostaggio, in impianti di trattamento e di recupero di rifiuti. «Venivano anche scavate delle grandi buche - hanno precisato i carabinieri del Noe e del Reparto Operativo di Venezia - e dentro ci finiva tutto questo materiale caratterizzato da numerosi metalli pesanti. Il rischio è che queste operazioni abbiano potuto interessare, in fasi successive, anche le piante e quindi gli animali». Facile pensare a ciò che è accaduto in questi due anni, visto che le accuse ruotano attorno alle attività fatte dal 2002 ad oggi. |
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