Longo 24-02-2003
Ordinario di Teoria dell’Informazione nell’Università di Trieste

Tecnologie e sapere: mutazioni e dinamiche

1. Premessa - Homo technologicus

1.1 Il simbionte uomo-tecnologia
Il tumultuoso sviluppo della tecnologia informazionale e il conseguente incremento
della comunicazione via rete stanno modificando in profondità la nostra cultura, la
nostra epistemologia e, per certi versi, la nostra identità più profonda.
Se la tecnologia è intesa come il complesso degli strumenti con cui l’uomo cono-
sce il mondo e agisce su di esso (conoscere e agire sono attività inseparabili come le
due facce di una stessa medaglia), allora il primo e più importante strumento tec-
nologico (o interfaccia) è il corpo, coi suoi organi di senso, di elaborazione e di
attuazione. Da sempre, peraltro, il corpo umano è stato ampliato da strumenti,
protesi e apparati che ne hanno esteso e moltiplicato le possibilità d’interazione col
mondo, in senso sia conoscitivo sia operativo. Tanto che non è facile dire dove ter-
mini il corpo: dire che esso è racchiuso nei suoi limiti “topologici”, segnati dalla
pelle, è – sotto il profilo comunicativo e attivo – arbitrario e sostanzialmente ine-
satto. L’invenzione e l’uso degli strumenti si configura come una vera e propria
ibridazione: innestandosi nell’uomo, ogni nuovo apparato dà luogo a un’unità evo-
lutiva (un simbionte) di nuovo tipo, che attua potenzialità inedite e a volte del tutto
impreviste, contribuendo all’esplicitazione di un implicito umano di cui non è pos-
sibile indicare i limiti.

1.2 Le categorie della conoscenza
Adottando una prospettiva costruttivista e storico-evolutiva, si può dire che l’a-
nello d’interazione mondo-uomo-mondo (o uomo-mondo-uomo), mediato dai sensi
e dagli attuatori, naturali e artificiali, costruisce il mondo nell’uomo e, insieme,
l’uomo nel mondo, allargandosi in una spirale profondamente radicata nella sto-
ria. Questa storicità ha le sue origini nel fatto, contingente ma innegabile, che la
vita è nata in un determinato ambiente fisico, avente caratteristiche specifiche di
gravità, densità, pressione, temperatura, composizione chimica e così via, e che gli
organismi si sono evoluti in una complessa interazione con tale ambiente, modifi-
candolo e modificandosi via via (tra l’altro quest’interazione coevolutiva giustifica
l’antica convinzione che il microcosmo sia lo specchio del macrocosmo e viceversa).
In questo senso, le categorie a priori di Kant, in cui s’inscrive tutto ciò che l’uo-
mo (come ogni altro organismo) può conoscere (e, aggiungo, fare), sono categorie
di origine fisico-biologica, basate come sono sulla nostra fisiologia e sull’interazio-
ne coevolutiva con l’ambiente in cui questa fisiologia si è sviluppata e raffinata. I
determinanti fisici dell’ambiente si sono inscritti nel corpo e nei suoi prolungamenti
strumentali, sono ivi riassunti e costituiscono quei filtri a priori di ogni esperienza
(e di ogni azione) che alcuni chiamano epistemologia. In questo senso le categorie
sono a priori per l’individuo, ma a posteriori per la specie.
È ragionevole supporre che l’orizzonte percettivo di ogni essere vivente, e di
ogni specie, sia molto particolare e condizioni la sua concezione globale del mondo.
Se ne può indurre che la natura degli esseri umani è condizionata, a tutti i livelli e
in maniera essenziale, dalle caratteristiche e dalle limitazioni dei processi senso-
riali.
Ora, se la tecnologia è un’estensione del corpo, anch’essa si trascrive nelle cate-
gorie a priori e contribuisce a determinarle poiché, al pari del corpo, contribuisce
a conoscere e modificare l’ambiente, noi stessi e la nostra interazione col mondo.
Se questa visione è corretta, le categorie a priori non sono date una volta per tutte,
ma, come la fisiologia e la tecnologia, sono un prodotto della storia e sono suscetti-
bili di modificazioni evolutive proprio perché sono in un rapporto d’interazione
con gli strumenti “tecnologici” ereditati o costruiti dall’uomo.
La tecnologia dunque non modifica la nostra visione del mondo e la nostra azio-
ne su di esso solo nel senso scontato che essa potenzia i nostri sensi: essa agisce a
livello più profondo, poiché incide sui riferimenti primari, modifica la nostra epi-
stemologia e, attraverso di essa, la nostra ontologia.

1.3 Conoscenza del corpo e conoscenza della mente
Le profonde modifiche che la tecnologia impone alla nostra epistemologia e alla
nostra ontologia riportano in primo piano l’importanza del corpo. Per molti seco-
li l’intelligenza astratta che dimostra un teorema o costruisce una metafisica è stata
considerata superiore all’intelligenza che ci permette di attraversare una strada o
di nutrirci ogni giorno, ma oggi si comprende che la prima intelligenza ha bisogno,
per sostenersi, manifestarsi e svilupparsi, della seconda. Il corpo ha una sua pro-
fonda conoscenza “cablata”, cioè incarnata ed espressa nella sua stessa struttura.
La storia della scienza occidentale si può interpretare come un lungo tentativo di
portare via via a livelli di consapevolezza questa conoscenza corporea mediante un
processo di astrazione, di formalizzazione e di riflessione rigorosa.
Oggi la conoscenza del corpo è rivalutata. In particolare, le limitazioni incon-
trate dall’impostazione simbolica, astratta e riduzionistica dell’intelligenza artifi-
ciale funzionalistica – che prescinde dal corpo e dal legame corpo-ambiente –hanno
dimostrato l’essenzialità di questo legame per ogni forma accettabile d’intelligenza
e di azione nel mondo. Se la fisica, e con essa altre discipline, hanno trovato nel
riduzionismo la strada maestra per conseguire i loro risultati, nel mondo della
comunicazione, quindi nel mondo degli esseri umani il riduzionismo non fornisce
alcuna descrizione (o spiegazione) sensata. Essenziale, in questo universo della
comunicazione, è il contesto. La comunicazione si svolge sempre in un contesto e in
una storia che coinvolgono le parti in comunicazione.

1.4 L’interazione comunicativa
Queste considerazioni si possono applicare al problema della scuola sotto il profilo
del delicato rapporto uomo-macchina. In primo luogo, lo sviluppo dell’intelligenza
è legato all’interazione comunicativa, ed è quest’interazione che bisogna soprat-
tutto sviluppare, a prescindere dai contenuti della comunicazione. L’atto stesso del
comunicare manifesta una volontà collaborativa, simpatetica e affettiva tra gl’in-
terlocutori, volontà che costituisce la premessa per ogni scambio di dati. Senza che
questo canale (che potremmo chiamare della “simpatia”) si apra, nessuna infor-
mazione può passare. È importante non chiudere mai questo canale: si può dire
“sì” oppure “no”, ma non si deve tacere, non si deve imporre il silenzio, che ucci-
de l’interazione.
In secondo luogo, se il rapporto comunicativo passa attraverso il linguaggio nel
suo complesso, è tale complesso che va esercitato e potenziato e raffinato. Ma in
questo gl’insegnanti sono maestri, non in quanto insegnanti bensì in quanto esseri
umani, che hanno ricevuto il corredo genetico per comunicare e hanno esercitato
fin dalla nascita questa loro facoltà in un mondo fatto di esseri umani in costante
comunicazione. I gesti, le positure, i contatti fisici, le parole, il canto, i giuochi
mimici e verbali, gli scherzi, le bugie: insomma tutto il repertorio della comunica-
zione umana serve all’interazione, matrice dell’intelligenza. Sotto questo profilo,
gl’insegnanti non hanno bisogno d’imparare nulla o quasi: debbono solo tener pre-
sente di avere di fronte esseri umani che stanno imparando a danzare la danza
della comunicazione. Molto utile può essere a questo proposito la narrazione di sto-
rie: da parte sia dell’insegnante sia dei bambini. Narrare e narrarsi storie è l’atti-
vità più tipica e più naturale degli esseri umani: un’incessante attività di narrazio-
ne ci accompagna dalla nascita alla morte e saper raccontare storie equivale a rivi-
vere la propria storia e a proiettarsi in storie possibili, significa (ri)creare mondi e
anticiparli nella speranza, nel timore, nell’entusiasmo. Vorrei cercare di rassicu-
rare gl’insegnanti: tutti noi sappiamo raccontare storie, basta ascoltarsi e ascolta-
re gli altri attentamente e benevolmente, basta accedere alle storie che l’umanità ci
ha trasmesso e che sono depositate nelle biblioteche, nelle pinacoteche, nelle for-
mule, nelle macchine e nelle città, con la loro struttura, i loro flussi e la loro trama.

1.5 La comunicazione uomo-macchina
Le macchine fanno parte della nostra civiltà e del nostro patrimonio di storie e di
cultura. Ma le macchine informatiche tendono a essere invasive: la loro semplicità
d’uso e la loro sottile e profonda influenza sul modo in cui vediamo il mondo e noi
stessi nel mondo esercita effetti difficili da prevedere ma certo cospicui. Esse per
un verso agevolano la comunicazione e la narrazione di storie, ma per un altro, con
la loro semplicità (e semplicismo), rischiano di appiattire e inaridire la ricchezza
della comunicazione umana. Un bambino che non sappia distinguere un’afferma-
zione letterale da una metaforica, uno scherzo da una cronaca, una bugia da una
recita rischia di trovarsi a mal partito con i suoi simili. E la macchina, almeno oggi,
non è capace di queste distinzioni così raffinate.
Se tuttavia la società di domani fosse fatta d’individui in simbiosi con il loro
computer, che indirizzassero tutta la loro comunicazione alle macchine, forse
sarebbero avvantaggiati proprio questi bambini “informatizzati”. Dipende dal
futuro che vogliamo costruire. O meglio, che possiamo costruire. Abbiamo ancora
una margine di manovra per condizionare il nostro futuro? Forse sì, e allora biso-
gna decidere oggi se privilegiare una comunicazione a tutto tondo, che comprenda
le macchine, il teatro e la poesia, oppure se delegare ai calcolatori, con la loro rigi-
dità, ripetitività e asetticità, molte delle attività e dei compiti comunicativi e didat-
tici che dovrebbero forse essere tipici degli esseri umani.

1.6 La formalizzazione e la linearità
Per l’uomo la tentazione di semplificare e formalizzare le conoscenze è sempre
stata fortissima. Inoltre la scienza ci ha portato ad attribuire al mondo la stessa
“logica” o sintassi o struttura lineare che è tipica del nostro discorso, almeno in
prima approssimazione. Questa linearità deriva dalla contingenza biologica che gli
esseri umani sono dotati di una sola bocca e pertanto devono esprimersi in modo
sequenziale. Ciò costituisce un indubbio vantaggio evolutivo (come s’intuisce,
avere più bocche che pronuncino discorsi contraddittori non sarebbe molto conve-
niente), ma anche una grave limitazione epistemologica: la linearità sequenziale
dell’immagine che il linguaggio verbale fornisce del mondo viene attribuita al
mondo stesso. Ma abbiamo ragione di ritenere che il mondo sia più complicato e che
sia ricco di anelli di retroazione circolari e gerarchici, simili a quelli che, con un’a-
nalisi più attenta, si scoprono anche nel linguaggio. Ma in prima approssimazione
il linguaggio è lineare, e questa struttura è rispecchiata dalla logica classica ele-
mentare, che ne fornisce un’immagine ancora più semplificata e, bisogna pur dirlo,
allettante.
Orbene, il cervello sembra avere una struttura “parallela” e non “sequenziale”
come la bocca, quindi il passaggio attraverso gli organi della fonazione non può che
distorcere il pensiero, che è organizzato in forme parallele non verbali. Sarà inte-
ressante osservare come il ritorno prepotente dell’immagine, parallela, che si
affianca alla scrittura, sequenziale, influirà sulla nostra visione del mondo e sulla
nostra capacità di descriverlo. Pare che nei bambini si vada perdendo via via la
capacità sintattica e descrittiva tipica della lingua scritta, mentre si stanno svilup-
pando forme di abilità manuale tipiche dell’interazione con la tastiera e lo scher-
mo. È abbastanza ovvio che il bambino “televisivo” e “informatico” veda e descri-
va il mondo in modo profondamente diverso dal bambino “lettore-scrittore”.

1.7 Un cervello diverso
Ciò deriva, a quanto ci dicono i neurofisiologi, da un diverso sviluppo delle con-
nessioni cerebrali. In altre parole, i bambini che interagiscono precocemente e a
lungo con la televisione e con il computer hanno un cervello strutturalmente (e
quindi funzionalmente) diverso da quello dei bambini che si esercitano nelle attivi-
tà manuali e ancora diverso da quello dei bambini esposti precocemente alle attivi-
tà testuali di lettura e scrittura.
Può darsi che il bambino televisivo-informazionale, divenuto adulto, sia in
grado di dare del mondo una descrizione e spiegazione più complessa, cioè meno
lineare e più parallela, anche se ci riesce difficile immaginare come una descrizio-
ne del genere possa passare attraverso la strozzatura della bocca unica: ecco allo-
ra che s’intravvede la necessità di nuove forme di espressione e comunicazione
(iconiche, mimiche, gestuali) che si affianchino a quella verbale.
Ecco, anche, una delle possibili ragioni della difficoltà che incontrano oggi gl’in-
segnanti a comunicare con i loro allievi: sono due generazioni diverse, ma non
(solo) nel senso tradizionale, bensì anche nel senso preciso, profondo e ineluttabi-
le che risale alle differenze di strutture neuronali. Una diversa organizzazione
cerebrale corrisponde a una diversa organizzazione mentale, verbale, percettiva,
mnemonica e via dicendo.

1.8 Scenari multipli
Gli scenari possibili dell’immediato futuro sono parecchi e in parziale contraddi-
zione tra loro. Credo che sia importante vagliarli e valutarli in base ai valori e ai
parametri in cui crediamo. Con un ammonimento: è bene che i valori siano molti e
non pochi (o, iattura, uno solo). Che poi siano confusi e non ordinati perfettamen-
te, questo è meno importante: la vita è di solito confusa e disordinata, ma è vita. Se
si vuole prevedere tutto e ordinare tutto in modo nitido e chiaro si corre il rischio
d’ingessare il sistema e di far inaridire la vita.

2. Due rivoluzioni del Novecento
Tra i molti eventi accaduti del Novecento mi preme metterne in luce due di porta-
ta epocale:
– la scoperta dell’informazione;
– il sorpasso della scienza da parte della tecnologia.

2.1 L’informazione
2.1.1 La scoperta dell’informazione
L’evoluzione della civiltà è avvenuta all’insegna di un continuo sviluppo dell’atti-
vità comunicativa, anzi tutta l’evoluzione biologica è stata contrassegnata da scam-
bi d’informazione sempre più intensi e diffusi. Tuttavia solo verso la metà del
Novecento si è riconosciuta esplicitamente l’esistenza del mondo della comunica-
zione con tutta la sua sfaccettata complessità. Fino a quel momento, infatti, l’in-
formazione, per la sua natura incorporea e sfuggente, era stata tenuta un po’ ai
margini dell’attenzione collettiva e ne venivano considerati solo gli aspetti più este-
riori, anche se non certo irrilevanti, per esempio quelli legati all’attività dei media.
Anche sotto il profilo teorico si poteva rilevare un singolare contrasto tra la raffi-
natezza delle teorie della materia e dell’energia e la gracilità delle riflessioni relati-
ve all’informazione, al significato, alla conoscenza.
Nel 1948, soprattutto per merito di Claude Shannon e Norbert Wiener, il con-
cetto d’informazione, fino a quel momento dotato di uno statuto vago se non equi-
voco, fu trasferito nel campo delle discipline formali. Nonostante le ovvie limita-
zioni di qualsiasi impostazione quantitativa (e l’impostazione di Shannon e Wiener
aveva anche un forte sapore riduzionistico), l’incontro tra la matematica, l’inge-
gneria, la nascente informatica e il mondo della comunicazione fu quanto mai
fecondo di risultati. Così, in pochi anni, non solo nacquero e si svilupparono disci-
pline come la teoria dell’informazione, la teoria dei controlli e dei servomeccanismi
e la cibernetica, cui si aggiunse più tardi, verso la fine degli anni cinquanta, quel-
la curiosa ed eterogenea disciplina che va sotto il nome d’intelligenza artificiale; ma
si venne anche costituendo una sorta di teoria generale dell’informazione. Grazie
al convergere di competenze e d’interessi assai diversi tra loro, cominciò a disve-
larsi tutta la ricchezza potenziale del mondo della comunicazione, influendo su
discipline anche molto lontane, come la psicologia, l’epistemologia e la linguistica.
Si cominciò insomma a capire che accanto al mondo fisico, il mondo delle forze,
delle masse e degli urti, esiste il mondo della struttura, della forma, dell’organiz-
zazione e del significato, un mondo retto da leggi diverse da quelle fisiche e talora
sorprendenti.
Alla teoria generale dell’informazione diede contributi importanti e non ancora
del tutto esplicitati quel singolare scienziato antiscienziato che fu Gregory Bateson.
Si deve in particolare a lui l’individuazione del carattere relativo, o meglio rela-
zionale, dell’informazione, su cui ritornerò. Seguendo gli gnostici e Carl Gustav
Jung, Bateson propose di chiamare “pleroma” il mondo della materia e delle forze
e “creatura” il mondo dell’informazione e della struttura. Nel pleroma regna l’o-
pacità pesante e indifferenziata della h&Mac249;le, mentre nella creatura l’attività orga-
nizzatrice dell’uomo identifica e separa le cose, assegna i nomi e introduce leggi e
distinzioni. Mentre nel pleroma ogni cosa può rappresentare soltanto sé stessa,
nella creatura ogni cosa può rappresentare ogni altra cosa: nascono i codici sim-
bolici che, aprendo le prospettive amplissime del significato, consentono ogni sorta
di gioco linguistico, in un complicato intreccio di sintassi e semantica. Il significato
di una cosa non le è intrinseco, ma le è conferito dall’attività simbolica degli esseri
viventi, in particolare dell’uomo. In questo senso si giustifica il termine creatura,
perché è l’attività conoscitiva e linguistica che crea questo mondo.
Nella creatura, dominio dell’informazione, non vi sono leggi di conservazione:
se il numero dei partecipanti al gioco comunicativo aumenta, l’informazione, anzi-
ché dividersi, si moltiplica. L’assenza d’informazione può essere informazione: una
risposta non data può scatenare una reazione anche violenta perché zero è diverso
da uno e quindi zero può essere una causa. Si noti che anche l’identità è una diffe-
renza, poiché l’identità è diversa dalla diversità. Dunque ciò che conta nella crea-
tura sono le differenze. L’informazione sta nelle differenze e l’unità d’informazio-
ne può essere definita come “la più piccola differenza capace di generare una dif-
ferenza”. I canali di comunicazione sono quindi i supporti che trasmettono nel
tempo o nello spazio le differenze, opportunamente trasformate e codificate.
Il fenomeno tipicamente creaturale di una reazione a un’assenza di azione si
spiega se si considera che la creatura è il mondo degli organismi biologici, in parti-
colare dell’uomo. Il metabolismo consente agli esseri viventi di accumulare un’e-
nergia che può essere rilasciata, anche in assenza di stimolo, quando supera una
certa soglia. Di solito la reazione dipende da un contesto che comprende, oltre agli
organismi interessati e all’eventuale stimolo, molte altre componenti. La stessa
energia sonora modulata associata a una data parola può causare reazioni assai
diverse: una risposta amichevole, un’occhiata stupita, un’incomprensione assoluta
oppure uno scatto d’ira, a seconda della storia precedente, prossima e remota, del-
l’ascoltatore, della sua relazione col parlante, del suo stato d’animo, della lingua
cui appartiene la parola e così via. L’informazione è dunque relativa al destinata-
rio e dipende dalla sua relazione con il messaggio e con il suo supporto materiale.
Se diamo un calcio a un sasso, esso compie una parabola secondo le leggi della
meccanica, ma se diamo un calcio a un cane, esso può attaccarci sfruttando non l’e-
nergia fornitagli dal calcio, bensì l’energia collaterale accumulata dal suo metabo-
lismo. Per il calcio anche il cane può compiere una parabola, ma questo aspetto del
suo comportamento non è interessante, se non in casi molto particolari. Nella rile-
vanza del parametro “interesse” si manifesta ancora una volta il fondamentale
relativismo dell’informazione rispetto all’osservatore: la stessa sorgente d’infor-
mazione appare in genere diversa a osservatori diversi. Al limite accade che sia
l’interesse a “creare” una sorgente che prima non era neppure percepita come tale.
A questo punto è necessario chiarire che il dualismo tra mondo della materia e
mondo dell’informazione che sembra emergere da queste considerazioni non
rispecchia affatto un dualismo ontologico, ma è compatibile con il più rigoroso
monismo, anzi lo postula. Il dualismo tra creatura e pleroma è frutto di un’astra-
zione, ed è paragonabile al dualismo tra l’informazione e il suo supporto materia-
le. L’informazione non può esistere senza un supporto ed è immanente nel suppor-
to, dal quale non si può astrarre se non con un’operazione concettuale. Ma allo
stesso tempo l’informazione non è riducibile al supporto: questa fondamentale irri-
ducibilità è rivelata, tra l’altro, dalla possibilità di codificare, cioè di mantenere
integra l’informazione pur cambiandone ad arbitrio il supporto. L’informazione
sta nella complessa e sfuggente relazione tra supporto modulato e osservatore. In
questa relazione sembrano annidarsi le premesse di un’epistemologia innovatrice,
che potrebbe rivelarsi inseparabile dall’ontologia. Il pleroma è il supporto della
creatura.
Nel pleroma non c’è informazione (pleroma significa “pieno”, dunque “privo di
differenze”), benché esso sia la matrice di tutte le differenze potenziali e la sorgen-
te di tutte le informazioni potenziali. La struttura del pleroma, in sé, non riesce a
spiegare in modo adeguato (e di nuovo spunta qui il relativismo rispetto al destina-
tario della spiegazione) quasi nessuno degli eventi che interessano l’uomo in quan-
to essere sociale e culturale. A seconda del fenomeno da descrivere e degli interes-
si del destinatario, tra i molteplici livelli di descrizione possibili di solito ne emerge
uno (o meglio, ne facciamo emergere uno), che si offre in modo spontaneo e natu-
rale alla nostra attenzione, imponendosi agli altri perché contiene né più né meno
ciò che corrisponde ai nostri bisogni e alle nostre aspettative. Si manifesta dunque
un carattere costruttivo dell’attività mentale: la creatura nasce dall’incontro tra
osservatore e pleroma, dall’interazione conoscitiva in senso lato tra osservatore e
pleroma. Il pleroma sembra identificarsi con “la cosa in sé” kantiana e recede in
una zona (quasi) irraggiungibile, da dove tuttavia non cessa di sollecitarci, guidan-
do e reggendo tutti i nostri atti conoscitivi. Si comincia a capire perché la gnoseo-
logia, cioè la costruzione della creatura, è inseparabile dall’ontologia, cioè dalla
natura del pleroma (ma su questa inseparabilità, di cui è l’uomo il motivo centra-
le, torneremo più volte). Dato che poco possiamo sapere del pleroma in sé, non è
facile stabilire dove stia il confine tra pleroma e creatura e se questa separazione
sia netta o graduale. Sembra tuttavia di poter dire che l’attività conoscitiva collo-
ca l’uomo, almeno in parte, proprio in questa problematica zona di passaggio.
Anzi, è proprio l’esistenza dell’uomo in quanto soggetto di conoscenza che dà al
pleroma la sua natura di matrice di conoscenza e alla creatura quella di deposito
di tutte le conoscenze.
Come una membrana più o meno permeabile, l’uomo filtra nella creatura parti
codificate del pleroma: la sua continua attività conoscitiva consiste nel costruire
entro la creatura mappe del pleroma (o mappe della creatura stessa, che sono allo-
ra mappe del second’ordine). La costruzione delle mappe è sempre guidata dai
bisogni, dagli interessi e dai fini dell’individuo, è limitata dai suoi mezzi e vincola-
ta alle sue capacità. Le mappe vengono poi usate per conseguire gli scopi nell’am-
biente reale (o per simularne il conseguimento in un ambiente mentale), tramite un
circolo che, partendo dall’utile pragmatico, vi torna dopo essere transitato più o
meno rapidamente per il momento conoscitivo. In questo senso, ancora, azione e
conoscenza sono inseparabili.
Se la scoperta dell’informazione fosse rimasta sul piano teorico, la sua influen-
za sulla nostra vita sarebbe stata certo meno cospicua. Invece, più o meno negli
stessi anni, ebbe inizio una corsa tecnologica sempre più frenetica, che portò alla
costruzione di computer sempre più piccoli, potenti ed economici. In seguito, que-
sti computer si sono collegati in reti e le reti si sono interconnesse in una rete glo-
bale (Internet): così si è celebrato il matrimonio tra elaborazione e telecomunica-
zioni, un matrimonio che ha dato frutti cospicui.

2.1.2 L’evoluzione biotecnologica
Ogni tecnologia importante ha effetti profondi sulla società che l’adotta: in parti-
colare, sono importanti gli effetti della tecnologia informazionale. Anche la tecno-
logia, come la cultura nel suo complesso, è soggetta all’evoluzione, ma le leggi evo-
lutive che governano la biologia e quelle che governano la cultura sono piuttosto
diverse. In biologia vigono le leggi darwiniane della mutazione e selezione e l’ere-
dità dei caratteri acquisiti è (quasi) affatto esclusa dalla presenza di una barriera
che impedisce il passaggio al genotipo delle modificazioni fenotipiche. Le trasfor-
mazioni che possono essere ereditate avvengono per mutazione e sono poi selezio-
nate in virtù di complessi meccanismi di adattamento.
Nella cultura operano invece meccanismi ereditari diversi, di tipo sostanzial-
mente lamarckiano, che, bisogna pur dirlo, a noi appaiono più naturali e intuitivi
e che prevedono l’eredità dei caratteri acquisiti. È da più di un secolo che ci stia-
mo sforzando di espungere dalla nostra visione biologica questo lamarckismo, ma
ora, per capire come operi l’evoluzione culturale, dobbiamo recuperarlo e inte-
grarlo con i meccanismi darwiniani. In poche parole, e rozze, nella cultura non c’è
una barriera tra l’adattamento immediato alla novità e il radicamento profondo del
cambiamento nella struttura della società.
L’evoluzione culturale, rispetto a quella biologica, ha caratteristiche più “cata-
strofiche”, si svolge in uno squilibrio permanente, non ha il tempo di procedere con
gradualità verso il nuovo stato e verso le nuove configurazioni per tentativi ed erro-
ri. Lo sviluppo culturale è più turbolento per un apporto più concitato e frequen-
te d’innovazioni. I “tempi storici” sono più brevi dei “tempi biologici”. La cultura
non procede in modo cauto ed esitante, per tentativi ed errori, verso il nuovo equi-
librio, ma lo fa con veemenza crescente.
Oggi le due evoluzioni, quella biologica e quella culturale, sono sempre più
intrecciate, e costituiscono un’evoluzione biotecnologica inestricabile, al cui centro
si trova l’ibrido o simbionte homo technologicus. Soggetto a questa evoluzione, il
simbionte subisce un progressivo cambiamento delle facoltà percettive, dell’attivi-
tà cognitiva e organizzativa, delle capacità attive. Alla lunga, questi cambiamenti
s’inscrivono nel fenotipo e poi anche nel patrimonio genetico: in questo senso,
homo technologicus è una specie nel senso pieno del termine, e non solo in senso
metaforico.
La tecnologia dunque non è un fenomeno superficiale, bensì fondamentale. Il
carattere “essenziale” della tecnologia si manifesta nel fatto che l’adozione di ogni
tecnologia particolare diviene ben presto irreversibile: la tecnologia cala in pro-
fondità, si radica nella fisiologia della società che la crea e la modifica in modo più
o meno esteso. Non è vero, come si dice spesso, che una tecnologia viene adottata
per risolvere i problemi della società: dopo l’introduzione della tecnologia, la socie-
tà cambia a tal punto che non è più possibile confrontarla con la precedente. Per
esempio, non ha molto senso chiedersi come faccia una società orale a risolvere i
problemi che noi risolviamo grazie alla scrittura, perché i due tipi di cultura non
sono confrontabili: la scrittura non è stata introdotta per risolvere certi problemi
della cultura orale (questi problemi sono tali solo per noi, a posteriori, anzi diven-
terebbero problemi se noi dovessimo rinunciare alla scrittura).
Inoltre una tecnologia tende a esplicitare fino in fondo tutte le sue potenzialità,
nel bene e nel male. E si noti che queste valutazioni (“bene” e “male”) andrebbero
sempre riferite a determinati valori, che comunque appartengono alla situazione
che precede l’introduzione della tecnologia e quindi, in genere, non riguardano più
la cultura da essa trasformata. Se i valori non vengono riferiti alla situazione sto-
rica, il giudizio di valore si riduce a un’acritica posizione “conservatrice” o “pro-
gressista”, priva di senso.

2.1.3 La moltiplicazione dei dati
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento senza precedenti dell’informa-
zione elaborata e trasmessa. Questo fenomeno s’inscrive nel passaggio da una civil-
tà strumentale, in cui la tecnologia in senso stretto è soggetta ai valori del sistema
sociale o religioso, a una tecnocrazia, in cui le tecniche e gli strumenti non sono più
integrati nella cultura nel senso più ampio, ma l’aggrediscono e cercano di sosti-
tuirsi a essa.
L’esplosione dell’informazione (secondo alcuni, il “caos informazionale”) che
oggi ci soffoca da ogni lato è causato sia dai progressi della tecnologia sia dalla
scomparsa o dall’indebolimento di alcune strutture sociali e culturali che un tempo
fungevano da potenti filtri dell’informazione. I filtri tradizionali più importanti
erano: la religione (nel testo sacro c’è tutto ciò che è importante sapere: il resto non
conta o è condannabile); la scuola (che perpetua la tradizione culturale opponen-
dosi a tutte le innovazioni); la scienza stessa (il cui carattere conservatore si mani-
festa nel rifiuto dell’eterodossia e nella creazione delle scuole); la famiglia (erano i
genitori a imporre o a vietare le attività comunicative scegliendo i libri, i temi di
conversazione e così via). Non va dimenticato che questi filtri traevano forza e
legittimazione anche dal costo elevato dello scambio dei messaggi.
Il frenetico scambio di dati e la moltiplicazione dei supporti attivi e passivi
(memorie, reti, calcolatori, stazioni di lavoro, banche di dati) sono visti da alcuni
con estremo favore, poiché offrono un ampio ventaglio di nuove possibilità comu-
nicative, culturali e aggregative, segnato da una sostanziale libertà di accesso. Si
creano così piccole e grandi comunità virtuali, collegate in rete, che si aggregano e
si dissolvono all’insegna di un comune interesse più o meno transitorio. I contatti
via rete preludono a volte a più ricchi e soddisfacenti incontri personali, e comun-
que consentono di superare barriere geografiche anche cospicue e di sfruttare
risorse altrimenti inaccessibili.
Per altri, all’opposto, questa lievitazione informazionale ha portato a una sorta
di monoteismo tecnologico che si autogiustifica e in cui si diluisce o si perde il senso
della comunicazione. La moltiplicazione dei messaggi favorirebbe l’effimero e por-
terebbe a una degradazione complessiva dell’interscambio: privilegiando la comu-
nicazione rispetto all’espressione, assumendo come fine unico un’efficienza tecno-
logica che prescinde dai contenuti, si andrebbe verso forme di totalitarismo tecno-
cratico in cui il despota o la classe egemone o il partito unico di un tempo sarebbe-
ro sostituiti da un tiranno anonimo e non localizzato, molto più difficile da com-
battere proprio perché privo d’ideologia e di strategia finalistica. Questo tiranno
s’incarna in un sistema avente molte delle caratteristiche di un essere biologico, tra
cui la tendenza all’automantenimento e all’autoaccrescimento.

2.1.4 Informazione e cultura
La velocità con cui la tecnologia informazionale si è sviluppata negli ultimi decenni
ha avuto per conseguenza un ulteriore scollamento, nell’uomo, tra la componente
biologico-emotiva, soggetta a una lenta evoluzione darwiniana, e la componente
culturale e scientifico-tecnica, animata dal finalismo cosciente e soggetta a mecca-
nismi ereditari di tipo lamarckiano. Questo scollamento sempre più rapido provo-
ca un disadattamento che spesso è fonte di sofferenze.
Come si è detto, ogni tecnologia importante pervade a tutti i livelli i meccanismi
della società e provoca conseguenze profonde sulla cultura e sulla percezione del
mondo. Fra tutte, la tecnologia dell’informazione è quella che ha gli effetti più dif-
fusi e insieme più sottili. Agevolata dalla rivoluzione microelettronica, invisibile e
onnipresente, la tecnologia della comunicazione già esplica e ancor più esplicherà
tutte le proprie potenzialità, a dispetto dei molti tentativi di disciplinare, arginare
e controllare la massa dei messaggi scambiati. La pretesa neutralità della tecnolo-
gia, che diventerebbe “buona” o “cattiva” a seconda degli usi, si dimostra un vacuo
luogo comune: gli esiti sono sempre in parte (cioè per alcuni) positivi e in parte (per
altri) negativi.
Sulla cultura la tecnologia informazionale ha effetti imponenti: essa ridefinisce
radicalmente tutti i nostri concetti più importanti. Termini come “libertà”, “demo-
crazia”, “intelligenza”, “realtà”, “storia”, “tempo”, “memoria” hanno oggi signifi-
cati nuovi e talora irriconoscibili e sorprendenti. E non esiste un momento extra-
contestuale in cui le nuove definizioni vengano rese esplicite: la riformulazione dei
termini e delle regole avviene durante il gioco e ciò provoca spesso incomprensioni
e ambiguità.
Su parecchie discipline la tecnologia informazionale ha avuto effetti cospicui. In
matematica l’introduzione dei calcolatori ha messo in crisi la nozione classica di
dimostrazione e ha consentito lo sviluppo d’intere branche (la teoria degli automi,
i linguaggi formali, la teoria della computazione), che si distinguono da quelle tra-
dizionali per l’importanza attribuita alle risorse (tempo, denaro, potenza di calco-
lo), ai procedimenti per raggiungere i risultati e alla loro precisione.
In fisica è stato proprio grazie al calcolatore che si sono scoperti (o meglio risco-
perti) gli effetti di complessità che hanno portato a una profonda revisione concet-
tuale dei sistemi dinamici e alla formulazione teorica del cosiddetto “caos determi-
nistico”. Il calcolatore ha consentito uno sviluppo straordinario della simulazione,
influenzando notevolmente la nostra percezione del tempo.
L’informatica ha consentito, e imposto, un’analisi grammaticale e strutturale
delle lingue senza precedenti, preludio e conseguenza del tentativo (ispirato a un
tipico mito informazionale) di costruire il traduttore universale.
Con l’avvento dell’intelligenza artificiale ci siamo avventurati verso nuove con-
cezioni sull’apprendimento, sull’epistemologia e sul rapporto mente-corpo.
L’intelligenza artificiale ha avviato un’importante ricerca di epistemologia speri-
mentale improntata al riduzionismo (di cui, puntualmente, ha poi scoperto le limi-
tazioni). Infine, la realtà virtuale ci promette fantastiche passeggiate in un ciber-
spazio di cui non si conoscono ancora né i confini né il paesaggio.
Questi tumultuosi sviluppi hanno per effetto la costruzione di un universo infor-
mazionale assai complesso e segnato da una certa fragilità: per ragioni di economia,
infatti, i sistemi artificiali sono spesso privi o quasi di ridondanza, cioè di mecca-
nismi vicarianti o di soccorso, e ogni guasto può provocare una paralisi. Sotto il
profilo teorico, la complessità dei sistemi ne impedisce un’analisi condotta con gli
strumenti classici del riduzionismo (a dispetto della natura essenzialmente riduzio-
nistica delle macchine da calcolo). I fenomeni di retroazione, la forte non lineari-
tà delle interazioni, la natura specialissima dell’informazione: tutto ciò impone una
nuova attenzione teorica e una nuova impostazione epistemologica dei problemi.
Bisogna aggiungere che gli strumenti stessi con cui studiamo e simuliamo i sistemi
sono dotati di una loro complessità: le macchine informatiche, costruite per recu-
perare terreno alla razionalità computante, costituiscono a loro volta sistemi sem-
pre più complessi, che prima o poi, forse assai presto, potrebbero sfuggire al nostro
controllo per contribuire con il loro comportamento aleatorio all’evoluzione incon-
trollata del sistema globale.

2.1.5 La delega tecnologica
Il surriscaldamento comunicativo ha portato, e sempre più porterà, alla formazio-
ne di una sorta di sistema nervoso del pianeta, costituito da una rete le cui maglie
mettono in comunicazione macchine informatiche ed esseri umani. Qui si manife-
sta un altro scollamento, tra le capacità informazionali umane, che sono più o meno
costanti da migliaia di anni, e quelle delle macchine, che aumentano con velocità
impressionante. È quindi necessario un ricorso crescente alla delega tecnologica:
l’elaborazione di questa massa imponente di messaggi ci obbliga a ricorrere ad altre
macchine per la loro ricezione ed elaborazione.
Questa delega avviene non soltanto nel campo informazionale, ma anche in altri
settori. L’inadeguatezza crescente dei nostri sensi e delle nostre capacità ci spinge
insomma ad affidare sempre più la nostra vita individuale e di specie alle macchi-
ne, e dal piano dell’analisi e dell’azione la delega si potrebbe estendere via via al
piano della decisione, rendendo fra l’altro problematica l’attribuzione delle
responsabilità. La delega tecnologica comporta una zona di cieco automatismo in
cui l’uomo non può e non deve intervenire, perché ogni tentativo d’ingerenza può
provocare inconvenienti che, con ironia rivelatrice quanto involontaria, vengono
attribuiti agli “errori umani”.

2.1.6 La creatura planetaria
Tutti questi potrebbero essere i segni dell’incipiente formazione di un nuovo stadio
di aggregazione dell’umanità: uno stadio supersocietario, in cui alla specializzazio-
ne crescente dei singoli individui, costretti a delegare ad altri quasi tutte le respon-
sabilità, oltre che le conoscenze e le azioni, si affiancherà la presenza massiccia di
macchine informazionali collegate a rete tra loro e con gli esseri umani. In questo
nuovo stadio d’integrazione l’intelligenza e le competenze avranno un carattere
ancora più sistemico e distribuito di oggi, gli scambi informazionali tra uomini e
macchine diventeranno, se non preponderanti, certo cospicui rispetto agli scambi
tra le persone. Questo sistema integrato avrà molte caratteristiche di un vero e pro-
prio organismo e, come tutti gli organismi, tenderà fortemente ad automantenersi
e ad accrescersi a spese di un “altrove”, la cui entropia non potrà che aumentare a
dismisura.
La produzione di entropia si manifesterà, fra l’altro, attraverso notevoli soffe-
renze per le frange emarginate. È probabile, infatti, che la società verso cui andia-
mo sarà caratterizzata da livelli di alienazione molto elevati, di cui già oggi si vedo-
no i segni nei fenomeni di esclusione, tipici di una struttura in cui il criterio domi-
nante di accettazione e integrazione è, e sarà sempre più, l’utile, cioè l’adegua-
mento alla conservazione e all’espansione del sistema globale. La delega speciali-
stica e tecnologica non è indolore: si pensi alla crescente spersonalizzazione della
medicina e all’atrofizzazione di molte facoltà e competenze anche non d’infimo
livello. Le conseguenze sulla vita politica e sulle sue forme saranno importanti: è
probabile che dopo l’iniziale euforia partecipativa si ristabiliscano, magari a livel-
li diversi dagli attuali, forme di delega di cui è difficile valutare a priori il grado di
democraticità.
C’è tuttavia, sulla strada di questa possibile evoluzione verso un nuovo livello
d’integrazione, verso questa vera e propria creatura planetaria di natura ibrida,
un elemento d’imprevedibilità, che deriva in parte dalla limitatezza di certe risor-
se (spazio, energia, ma anche qualità dell’aria e dell’acqua) e in parte dalla stessa
enorme complessità del cervello umano e delle macchine informatiche. Questa com-
plessità, insieme con la limitatezza delle risorse, introduce un certo grado d’insta-
bilità, che potrebbe modificare in maniera anche radicale il quadro che ho trac-
ciato. L’instabilità potrebbe assumere proporzioni planetarie, il residuo d’ingover-
nabilità che hanno quasi tutti i processi con cui abbiamo a che fare (il traffico, l’in-
quinamento, la criminalità, la droga, l’ineguale distribuzione della ricchezza)
potrebbe dilagare, compromettendo le linee dell’evoluzione. Non ultimo, le intui-
zioni e gli strumenti teorici che sfruttiamo per correggere le disfunzioni dei sistemi
rispetto al decorso da noi voluto si sono formati (sotto il profilo genetico e cultura-
le) in ambienti meno complessi e non si possono estendere senza difficoltà ad ambi-
ti di complessità molto maggiore: la loro utilità potrebbe via via ridursi. Non è più
il tempo delle soluzioni semplici per i problemi complessi. Un’indebita semplifica-
zione può essere molto pericolosa. Inoltre è diseducativa.
La nuova creatura è dunque minacciata, come e più di tutte le altre, per la sua
fragilità e per le sue dimensioni, dalla presenza inesorabile dei prodotti del suo
metabolismo, dal degrado che essa introduce nel proprio ambiente concettuale e
fisico (perché si tratta di un sistema materiale, oltre che informazionale).
Occupando sempre più l’“altrove”, il necessario ricettacolo dei rifiuti, essa s’in-
tossica di sé stessa. Se ci sono limiti al suo sviluppo, essi sono da ricercarsi dunque
negli effetti di saturazione e di retroazione. Si tratta innanzi tutto di limiti fisici,
rappresentati dalla penuria di energia e di certi materiali, dall’esaurimento
dell’“altrove” e dal degrado ambientale. Poi di limiti informazionali: infatti, il sur-
riscaldamento informatico, causa ed effetto di una trasparenza comunicativa tota-
le, può portare a una proliferazione di dati capace di paralizzare il sistema per
semplice effetto di accumulo o per riverberazioni patogenetiche (si pensi ai para-
dossi logici ma anche alla moltiplicazione delle epidemie da virus informatici). Può
darsi che, paradossalmente, il mondo privo di ombre della comunicazione totale
non sia adatto alla comunicazione: non è casuale che la maggior parte dei processi
informazionali di una società restino sconosciuti alla maggior parte dei suoi mem-
bri o, nel caso di un organismo, restino a livello d’inconsapevolezza.

2.2. Scienza e tecnologia
2.2.1 Il superamento della scienza da parte della tecnologia
Tra i fenomeni di cui è stato testimone il Novecento, uno dei più interessanti è la
trasformazione del rapporto tra conoscenza e applicazioni, o se vogliamo tra scien-
za e tecnologia. Nella sua epoca d’oro, tra l’inizio e la metà del secolo scorso, la
scienza aveva assunto una posizione di preminenza e quasi di tutela nei confronti
della tecnologia: preparava il terreno alle sue invenzioni, o almeno le giustificava a
posteriori, collocandosi così nel solco di una lunga tradizione di pensiero, risalen-
te ai Greci, che privilegia la teoria rispetto alla pratica. Ma la tecnologia, a comin-
ciare dalla metà del Novecento, ha assunto una velocità tale da non permettere,
spesso, neppure le sistemazioni e le spiegazioni scientifiche a posteriori.
La scienza si è così ridotta a difendere posizioni sempre più precarie, tanto più
che le radici dell’accelerazione tecnologica non sono da ricercarsi all’interno dello
sviluppo scientifico, bensì nell’ambito della tecnologia stessa: l’informatica ha for-
nito all’innovazione uno strumento, anzi un metastrumento, il calcolatore, flessi-
bile e leggero, il quale, con la simulazione, ha aperto la strada a una sorta di pro-
gettazione-costruzione virtuale che si pone a metà strada fra la teoria e l’esperi-
mento. La simulazione è facile, rapida, economica, divertente: ce n’è d’avanzo per
far dimenticare l’ardua complessità delle argomentazioni e delle esperienze. La tec-
nologia si è affrancata dalla scienza e il mare che da sempre divide il dire dal fare
si naviga all’incontrario, nel senso che oggi è molto più semplice fare (sia pure vir-
tualmente, ma nel mondo dell’informazione questo è un particolare trascurabile)
che dire, cioè capire e spiegare.
Il superamento della scienza da parte della tecnologia ha portato alla costituzio-
ne di aree tecniche vastissime in cui le apparecchiature e i sistemi funzionano senza
che si sappia bene perché: non esiste una teoria del software, non esiste una teoria
di Internet, non esiste una teoria dell’ingegneria genetica. Grazie al computer e alla
simulazione, queste aree tecnologiche e altre ancora in rapido progresso sono gran-
di palestre d’improvvisazione creativa, d’invenzione spicciola e locale, di soluzioni
ad hoc, di espedienti e aggiustamenti ingegnosi, insomma di bricolage, più che di
programmazione e progettazione razionale e sistematica secondo la tradizione
scientifica ortodossa. Per non parlare di quanto gli strumenti informatici stiano
modificando perfino lo statuto della fisica e della matematica.

2.2.2 Verso il tramonto della scienza?
Il grande sogno dell’Occidente, che da Platone in poi, passando per Cartesio e
Leibniz, giunge fino a Einstein, di spiegare o di ricostruire il mondo per via razio-
nale e formale, non si è avverato. Anzi, quando sembrava prossimo all’attuazione,
ha cominciato ad allontanarsi sempre più. Quest’indebolimento della scienza ha
anche ragioni interne: strumenti d’indagine sempre più raffinati ci hanno permes-
so di (o costretto a) scoprire le dosi massicce d’incertezza, di complessità e di dis-
ordine che si celano nelle pieghe di una realtà che fino alla metà del Novecento (e
nell’immaginario collettivo anche molto dopo) si riteneva invece caratterizzata da
un’estrema semplicità soggiacente, che prima o poi sarebbe stata disvelata e rias-
sunta in un’unica formula. La complessificazione del nostro rapporto cognitivo con
la realtà, se da un canto ha reso più stimolante la ricerca, dall’altro ha forse un po’
infiacchito lo slancio che si prova in vista del traguardo.
Insomma, è un po’ come se l’attività scientifica e la spiegazione razionale si stes-
sero avviando al tramonto e cedessero il passo a una ragion pratica assai robusta e
a volte tracotante. Ne è prova il disinteresse crescente che dimostrano gli studenti
nei confronti delle facoltà scientifiche tradizionali: gli studi di matematica e di fisi-
ca sono trascurati a vantaggio dell’informatica, dell’economia e delle discipline
della comunicazione e dello spettacolo; insomma a vantaggio di settori molto più
vicini alle applicazioni e al mondo della rappresentazione mediatica. Questo feno-
meno è ancora tutto da interpretare, ma è innegabile.
Questo calo di attenzione, qualunque ne sia la causa, desta nei professionisti e
nei sostenitori della scienza un’accorata preoccupazione che s’intreccia con gl’in-
teressi economici della categoria. Molti scienziati considerano la scienza non solo
un prodotto eccellente, ma anche una conquista definitiva dell’umanità, quindi
non riescono a farsi una ragione del suo indebolimento nella società contempora-
nea. Di fronte a questo fenomeno aberrante, la reazione più diffusa (e alquanto
irrazionale) è la denuncia di un nuovo oscurantismo, di una prevalenza dell’irra-
zionalismo, di un rigurgito di fumisterie misticheggianti. Inoltre i ricercatori decan-
tano i meriti che la scienza ha avuto nel migliorare le condizioni di vita dell’uma-
nità ed esaltano con toni a volte miracolistici le promesse implicite ma imminenti
contenute nelle ricerche: l’onniscienza, l’onnipotenza, e una tendenziale immorta-
lità (anche se a ben vedere queste promesse sono più della tecnologia che della
scienza). Ma non si dimentichi ciò che a proposito della religione dice Nietzsche
nell’Anticristo: quando un’idea ha bisogno di essere sostenuta essa è già morta,
perché le idee vive e vitali se la cavano benissimo da sole e non hanno bisogno di
avvocati o d’imbonitori. Forse la scienza occidentale non è, alla fin fine, una con-
quista irreversibile, ma un evento storico come tutti gli altri: è caduto l’Impero
romano, cadrà, tristemente, anche la scienza che noi conosciamo…
Come aveva intuito Ortega y Gasset, la scienza occidentale è un fenomeno sin-
golare, una sorta di fluttuazione statistica limitata nel tempo e nello spazio, che non
si ripeterà perché è scaturita dalla concomitanza di una miriade di condizioni rare.
Invece la tecnologia fa parte dell’essenza dell’uomo, è legata a bisogni primari e
profondi, alla stessa sopravvivenza, è radicata nell’evoluzione che ha portato alla
nascita dell’homo sapiens. Ecco perché la tecnologia accompagna da sempre l’uo-
mo e non è un episodio passeggero.

2.2.3 Un nuovo tipo di sapere
Dall’eventuale declino della scienza, naturalmente, non seguirebbe la scomparsa
dell’attività mentale e conoscitiva: essa, come cercherò d’indicare, potrebbe assu-
mere forme inedite, legate soprattutto allo sviluppo tecnologico. Le conseguenze di
questo mutamento di gusto e d’interesse, infatti, comportano una profonda svolta
epistemologica di cui è responsabile in primo luogo proprio la tecnologia. Non è
affatto vero che la tecnologia sia “solo” produttrice di strumenti e che gli strumen-
ti non abbiano alcun effetto sui modi e le forme della conoscenza. Anzi. Il proble-
ma epistemologico sembra oggi oscurato dalla tumultuosa innovazione tecnologica
e dalle ansie e dagli entusiasmi che essa suscita, ma non si dimentichi che azione e
conoscenza sono profondamente intrecciate tra loro: gli strumenti sono sempre
catalizzatori e filtri di conoscenza, quindi la tecnologia è matrice di cultura.
Del resto anche il nostro primo strumento, che è il corpo nella sua interezza, è
portatore di una conoscenza più ampia di quella consapevole che la scienza ha fino-
ra estrinsecato: il fatto che siano stati foggiati strumenti matematici capaci di for-
malizzare, sia pure senza il confortevole sostegno dell’intuizione, anche certe situa-
zioni limite o “patologiche” rispetto alla normalità quotidiana (i paradossi della
meccanica quantistica e i fenomeni caotici, che sempre più si rivelano onnipresen-
ti in natura) può essere un segnale che la nostra struttura biologica supera, in
capacità descrittiva inconsapevole, l’abilità di descrizione e interpretazione che
finora siamo riusciti a esplicitare in forma afferrabile e razionale. Quindi che cosa
c’impedisce di pensare che anche gli strumenti che stiamo costruendo, quando
superino un certo livello di complessità e d’interazione comunicativa con gli esseri
umani, siano in grado di (farci) compiere un balzo cognitivo? Di (farci) scoprire
cioè qualcosa di radicalmente nuovo e originale nella natura o nel mondo artificia-
le che ci stiamo costruendo intorno e di attuare una svolta epistemologica radicale?
Insomma il vuoto epistemologico che la scienza minaccia di lasciarsi dietro è via
via colmato dalla tecnologia, anche se con materiali molto diversi e in modi sor-
prendenti. Per esempio, la tecnologia produce sistemi di cui, come si è detto, ci ser-
viamo senza capirne bene il funzionamento, e spesso non c’interessa affatto com-
prenderlo. Mentre la scienza ha sempre cercato di fare affiorare la complessità sog-
giacente per ridurla e darne una descrizione semplice attraverso le teorie, sulle
quali poi basare la previsione, la tecnologia tende a nascondere la complessità dei
manufatti sotto una superficie o interfaccia di grande semplicità ed efficacia ope-
rativa: la semplificazione offerta dalla tecnologia riguarda sì il mondo artificiale,
ma il mondo artificiale si presenta ormai come il mondo tout court. Così l’indiffe-
renza teorica della tecnologia si unisce alla sua potenza semplificativa e omologan-
te nei confronti della realtà. Siamo indotti a usare i suoi strumenti con la stessa
inconsapevole disinvoltura con cui usiamo gli organi del nostro corpo, ma mentre
per il funzionamento intimo di questi ultimi proviamo un grande interesse, per
quello dei dispositivi tecnici nessuno.

2.2.4 Apprendimento immersivo e apprendimento testuale
Una delle conseguenze dell’avvento della tecnologica dell’informazione, è dunque
un tendenziale mutamento del nostro modo di conoscere e di apprendere. Il siste-
ma o macchinario conoscitivo dell’uomo ha due modalità essenziali di funziona-
mento. La prima, più antica sotto il profilo sia filogenetico sia ontogenetico, è la
conoscenza tacita, globale e immediata attuata dal corpo, nella sua struttura e nelle
sue funzioni biologiche. È una modalità di conoscenza che risale a 30 o 40 milioni
di anni fa e dall’evoluzione è stata portata a livello profondo: è “cablata” nella bio-
logia dell’individuo.
La seconda, molto più recente sotto il profilo evolutivo (risale a qualche decina
di migliaia di anni fa) e posteriore nello sviluppo dell’individuo, è la conoscenza
esplicita, attuata nelle forme della logica astratta e in genere nella razionalità. Si
potrebbe anche dire che la prima è una conoscenza biologica, o “naturale”, che si
attua nel corpo e tramite il corpo; la seconda, di tipo simbolico o “artificiale”, si
attua nella mente e tramite la mente. Più lunga è la storia evolutiva di una modali-
tà di conoscenza, più profonda è la sua collocazione e più inconsapevole e imme-
diato è il suo uso.
Gran parte dell’attività di un essere vivente, anche umano, consiste in un’atti-
vazione inconsapevole delle mappe profonde che rappresentano abilità, acquisite
per via filogenetica e perfezionate per via ontogenetica, che consentono all’essere
vivente di mantenersi in una condizione di equilibrio omeostatico con l’ambiente.
È in gran parte un susseguirsi immediato, avulso da ogni deliberazione riflessa,
calcolata e cosciente di azioni già pronte e “cablate” nella struttura stessa dell’or-
ganismo. Queste modalità sono alla base dell’apprendimento sensibile o corporeo,
che si attua attraverso l’imitazione e l’esperienza, e mediante il contatto diretto del
corpo con l’ambiente.
Al sommo di quest’attività conoscitiva e attiva è poi spuntata l’attività mentale,
astratta, mediata dalla simulazione interna e, da circa 5000 anni, dalla scrittura.
Per moltissimo tempo la scrittura è stata più una tecnica mnemonica che una tec-
nica di diffusione delle conoscenze: la difficoltà di questa tecnologia, che ne faceva
il patrimonio di pochi, non consentiva certo la produzione e la riproduzione di testi
per le masse. Solo con l’invenzione della stampa la scrittura si è trasformata da una
tecnologia della memoria in una tecnologia della diffusione del sapere. Così alla
conoscenza e all’apprendimento corporeo, esperienziale, si sono venuti affiancan-
do la conoscenza e l’apprendimento simbolici, che in pochi secoli è diventato pre-
dominante, tanto da trovare posto in una delle istituzioni sociali più importanti: la
scuola, che di recente è diventata scuola di massa. Così la trasmissione del sapere
non avviene quasi più per imitazione o apprendimento diretto dai maestri agli
allievi, come nelle botteghe e nei laboratori d’ogni tempo, ma avviene grazie alla
mediazione del testo.
L’onnipresenza del testo ha messo in ombra l’altra modalità di apprendimento,
quella primordiale attuata nella e con l’immersione del corpo nel mondo. Oggi la
tecnologia tende da una parte a modificare profondamente i testi e la loro produ-
zione e dall’altra a rivalutare la forma più antica di conoscenza, quella manipola-
tiva e immersiva. Di conseguenza il testo e la scuola, che del testo è la custode più
gelosa, sono entrati in una crisi profonda.
Anche oggi tuttavia, nell’era del testo, l’apprendimento e la conoscenza di tipo
imitativo e immersivo sono fondamentali: nell’era della lettura non basta leggere il
manuale per imparare a usare un computer o un videoregistratore, anzi quasi nes-
suno parte dal manuale. Di solito si parte da un contatto diretto con lo strumento
e da una serie di tentativi di cui si osservano gli esiti, scartando quelli negativi e rin-
forzando quelli positivi, come farebbe un bambino o una scimmia. Poi magari si
approfondisce la conoscenza attraverso la lettura del manuale. Si nota dunque una
coesistenza delle due impostazioni.
Che i due tipi di apprendimento siano diversi lo si capisce confrontandoli: il
modo simbolico richiede attenzione e consapevolezza, quello corporeo è spontaneo;
di conseguenza il primo è faticoso, il secondo è gradevole come un gioco. Gran
parte dell’istruzione scolastica mira a rendere automatica (quindi immediata e non
faticosa) la conoscenza simbolica, cioè a far calare le sue mappe (lettura e scrittu-
ra) a livello automatico e inconscio. Ci sono quindi nella nostra cultura due ten-
denze: la prima, ascendente, attraverso la scienza classica vuole rendere esplicite
e simboliche tutte le conoscenze biologiche tacite; l’altra, discendente, attraverso
l’addestramento scolastico vuole rendere le conoscenze esplicitate naturali e irri-
flesse (cioè quasi di nuovo implicite) come quelle corporee.
Fino a che punto può riuscire il primo movimento? Cioè, fino a che punto è pos-
sibile tradurre le conoscenze implicite in conoscenze esplicite, simboliche? Per
quanto strenuo e volonteroso, il tentativo incappa nell’ostacolo tipico di ogni pro-
cesso di traduzione, cioè l’incompletezza. Rimane pur sempre un residuo ostinato,
una cicatrice insanabile che ricorda come la traduzione sia un’impresa impossibi-
le, perché vorrebbe o dovrebbe essere un’applicazione totale del mondo su sé stes-
so. Di certi oggetti, azioni, esperienze non si può dare una descrizione testuale ade-
guata.
Comunque la tecnologia, anche quella in apparenza più astratta e più legata alla
mente, quella informazionale, si salda in modo forte e immediato con la modalità
conoscitiva di tipo corporeo, mentre la scienza è legata alla modalità di tipo men-
tale. Siamo fatti per la tecnologia. Ecco perché la tecnologia è “facile” e la scienza
è “difficile”: ecco perché la tecnologia tende a riportare in auge la conoscenza cor-
porea a scapito di quella mentale. Ecco, infine, perché oggi la scuola, sede per
eccellenza della conoscenza di tipo simbolico-mentale, entra in crisi: perché è cir-
condata, quasi assediata, da un mondo in cui l’altro tipo di conoscenza riemerge
con prepotenza. Come si vede, l’avvento della tecnologia ha conseguenze epistemo-
logiche profonde. E la crisi non riguarda solo l’apprendimento scolastico: riguar-
da la modalità conoscitiva simbolica nel suo complesso, in particolare riguarda il
tipo di scienza cui siamo abituati da almeno tre secoli. Questa scienza è forse desti-
nata a scomparire? O a trasformarsi in una scienza diversa, molto più integrata con
quella corporeità da cui in passato ha voluto distaccarsi a tutti i costi? Sono doman-
de sulle quali conviene riflettere.

2.2.5 I mutamenti del testo
Come si è accennato, la tecnologia informazionale incide sulla natura e l’impor-
tanza del testo. In apparenza la scrittura informatica continua a fondarsi sul testo,
di fatto lo modifica in profondità. In primo luogo, al testo sostituisce l’ipertesto,
che è caratterizzato non più dalla linearità bensì dall’arborescenza reticolare. In
secondo luogo, alla fissità del testo tradizionale, che trovava il suo punto di forza
nella riproduzione identica, sostituisce un testo plastico, modificabile all’infinito,
mai compiuto, dinamico anziché statico.
Queste differenze strutturali tra il testo contenuto nel libro e il testo, meglio
ipertesto, contenuto nel ciberspazio e visibile a pezzi sullo schermo, inducono
importanti differenze epistemologiche. La stesura di un testo lineare privilegia la
sintesi, la scelta dei temi, la consequenzialità argomentativa; la stesura dell’iperte-
sto rende visibile la correlazione tra le fonti e i testi che costituiscono l’ipertesto, il
reticolo cognitivo sottostante, i legami plurimi, insomma lo scheletro non lineare di
sostegno, che si basa sull’associazione ramificata. Una conseguenza ulteriore
riguarda la possibilità di usare negli ipertesti del ciberspazio sottotesti di natura
eterogenea (scritti, immagini, brani musicali…). Questa multimedialità è consenti-
ta non solo dalla tecnologia informatica (molto più flessibile della stampa), ma
anche dalla struttura ramificata dell’ipertesto. Infine è da notare che la linearità
del testo a stampa (nel quale le figure, quando ci sono, sono quasi una distrazione
o un disturbo alla scansione ordinata) e la sua immutabilità consentono l’identifi-
cazione univoca di un autore, mentre nel caso degli ipertesti, mutevoli, aggregati-
vi, associativi e sempre in divenire, la figura dell’autore muta profondamente. Alla
linearità rassicurante, l’ipertesto oppone una diffusività reticolare che chiede al
soggetto di sospendere il suo carattere unitario per distribuirsi e poi ricomporsi
diverso da quello che era secondo una concezione di soggettività disseminata.
Si passa dunque dalla sintesi all’interconnessione, dall’immutabilità alla varia-
bilità: ad alcuni tutto ciò appare regressivo rispetto alle conquiste dell’era guten-
berghiana, ma si deve tener presente che queste caratteristiche sono dovute non
alla perdita di una tecnologia, bensì all’avvento di un’altra tecnologia. Come al
solito, una tecnologia agisce da filtro, potenziando certe caratteristiche e indebo-
lendone altre. Chi naviga la Rete suscita una serie d’ipertesti che dormivano nel
seno gigantesco dell’ipertesto totale costituito da tutti i testi della Rete, e il naviga-
tore acquista il suo profilo caratteristico, la sua individualità specifica, attraverso
la famiglia degli ipertesti che rende da potenziali attuali lungo il suo itinerario.
Dunque ogni viaggio è un racconto, e la rete è la totalità virtuale di questi raccon-
ti (qui “virtuale” ha il senso antico di potenziale ma anche il senso nuovo di artifi-
ciale). La natura potenziale del Web e la contiguità dei suoi testi la rendono simile
a un indefinito mosaico policromo (ma privo dell’immagine compiuta che di solito
compare su un mosaico e lo unifica), in cui tutte le tessere sono interessanti, ma
nessuna è davvero fondamentale. È forse per questa sua natura disintegrata che la
rete si è sviluppata in modo così rigoglioso: perché rispecchia la struttura della cul-
tura odierna, frantumata dai media di massa, cresciuta per aggregazioni associati-
ve, per assonanze, sotto la spinta di esigenze mercantili e divulgative momentanee,
più che per necessitante evoluzione organica interna. Si scopre quindi che la rete
oltre a essere una megamacchina, uno strumento di ricerca, un repertorio di dati e
uno sconfinato ipertesto, è anche una grande metafora della cultura e perciò agi-
sce nei suoi confronti come un potente catalizzatore, ricevendone a sua volta impul-
so e slancio. La leggerezza del bit è alla base della facilitazione comunicativa che
la Rete consente e stimola: nelle bacheche, nei gruppi d’interesse, nei fori di dis-
cussione, nelle riviste in linea si manifesta una ricorsività dialogica che a volte
scade (ma è la parola giusta?) in un inane farfugliamento, in un voyerismo-esibi-
zionismo verbale, in una giaculatoria collettiva o in un’affabulazione solipsistica.
Insomma, attraverso la creatura planetaria si costruisce e si ricostruisce senza posa
un testo collettivo, risultante di tanti apporti minimi, più o meno coordinati, alea-
tori e interattivi.
Questa dinamicità, consentita dalla tecnologia sottostante, è il prodotto visibile
dell’interazione tra la Rete e i soggetti umani che lavorano a quel testo. È la natu-
ra interattiva e frammentaria di questo testo che porta ai fenomeni di autorganiz-
zazione, autopoiesi ed emergenza che fanno della Rete un sistema difficile da
descrivere, capire e controllare. Internet (che pure fa parte di un sistema più
ampio, intessuto di economia, finanza, cultura, politica, e così via) manifesta una
dinamica con forti tratti di autonomia, che la rendono piuttosto indipendente dalla
nostra volontà finalistica.

2.2.6 Internet e cervello
Come si è accennato in premessa, l’uso di una tecnologia, ma anche l’interazione
con gli animali o con gli altri esseri umani, modifica le connessioni cerebrali, privi-
legiandone alcune e indebolendone altre. Ciò comporta una modifica del compor-
tamento a tutti i livelli: percettivo, cognitivo, attivo e via dicendo. Le componenti
comuni del comportamento umano si possono ricondurre a quello che si può chia-
mare il “cervello collettivo”: quella parte cioè che, per struttura e funzione, è gros-
so modo simile in tutti gli esseri umani (patologie a parte). Grosso modo, dico, per-
ché la molteplicità e la complessità dei fattori genetici e culturali che presiedono
alla formazione del cervello introducono inevitabili fluttuazioni statistiche che si
concretano in differenze individuali: ogni cervello è unico. Tuttavia l’esperienza
postnatale (culturale) tende a indebolire gli aspetti singolari del cervello e a costi-
tuire e rafforzare un insieme di tratti comuni che, estrinsecandosi nel comporta-
mento, consentono un funzionamento soddisfacente della società.
Quest’argomentazione si regge sull’ipotesi, molto plausibile, che sussista una stret-
ta correlazione tra strutture e funzioni neurologiche e comportamento sia a livello
di singolo sia a livello socioculturale.
La cultura, in questo senso, tende ad accrescere l’uniformità attraverso un
incremento del cervello collettivo: ciò, creando codici linguistici comuni, permette
la comunicazione, ma deprime l’originalità inventiva e comprime il territorio su cui
esercitare i confronti critici e le scelte, dunque la libertà creativa. S’intuisce da
queste considerazioni quanto sia cruciale il rapporto tra cervello collettivo e cer-
vello individuale, tra omologazione e specializzazione, tra uniformità esperienziale
e comunicativa e apporto di originalità: o, se si vuole, tra pubblico e privato. In
ogni epoca storica e in ogni società si costituisce un equilibrio dinamico tra queste
due opposte tendenze: dinamico nel senso che esso non è mai costante, ma subisce
variazioni più o meno cospicue imposte dalle circostanze socioculturali, dal giuoco
di potere tra le varie componenti della collettività e dal rapporto tra singoli e grup-
pi all’interno della compagine sociale.
Da tutto ciò segue che la cultura tempera e limita la libertà, così come, vicever-
sa, la libertà comporta innovazioni culturali che impediscono la fossilizzazione
rituale dei meccanismi e delle tradizioni sociali. Oggi viviamo in un mondo in cui la
tecnologia esercita una funzione culturale molto importante, nel senso che i pro-
cessi di apprendimento, le interazioni socioeconomiche, la comunicazione e così via
passano sempre più attraverso i potenti filtri costituiti dalle macchine e dai sistemi
informazionali. Ciò non può non avere un effetto importante sul rapporto tra cer-
vello collettivo e cervello individuale.
Credo di poter sostenere che la tecnologia informazionale tende a integrarsi in
un sistema produttivo, economico e finanziario dove l’efficienza comunicativa è
privilegiata a scapito delle componenti espressive, cioè, per usare i concetti neuro-
logici di Maffei, dove il cervello collettivo prevale su quello individuale. Non solo:
la globalizzazione tende a uniformare la cultura su scala planetaria, eliminando le
differenze interculturali, cioè le differenze tra i cervelli collettivi corrispondenti
alle diverse società, per costituire un unico cervello collettivo. Da una parte quin-
di si rafforza la componente collettiva e dall’altra questa componente tende a
diventare la stessa in tutto il mondo. Ovviamente, non si tratta di un destino, bensì
di una tendenza, e in futuro il corso delle cose potrebbe mutare anche drastica-
mente per qualche fluttuazione (abbiamo visto di recente che la nostra fragile civil-
tà può essere vittima di attentati e altre forme di sabotaggio che cambiano, almeno
localmente, il corso della storia).

2.2.7 Lingua e televisione
Un esempio di come la tecnologia informazionale, nella fattispecie la televisione,
contribuisca a potenziare il cervello collettivo e la comunicazione a scapito del cer-
vello individuale e delle località è fornito dalla storia recente della lingua italiana,
un tempo usata in pratica solo da alcuni ceti colti e nella comunicazione scritta e
poi via via divenuta prevalente anche nella comunicazione quotidiana rispetto ai
singoli dialetti proprio per effetto della TV. L’apporto di libertà-creatività dei dia-
letti è stato sacrificato alle esigenze comunicative su scala nazionale. Oggi, grazie a
Internet, l’inglese sta operando un analogo processo di assoggettamento e omolo-
gazione nei confronti delle altre lingue nazionali: perciò chi si ribella al predomi-
nio dell’inglese lo fa non solo per bieco nazionalismo, ma anche, a livello più o
meno inconscio, in nome del contenuto di originalità creativa associato alle altre
lingue. In un panorama culturale dominato da una sola lingua, la residuale libertà
creativa si manifesterebbe attraverso le diverse forme locali (nello spazio o nei
gruppi culturali) che di sicuro assumerebbe la lingua comune: in altre parole, la
dinamica globale-locale farebbe rinascere forme dialettali capaci di soddisfare le
esigenze di espressione individuale.
Il processo di differenziazione interna della lingua e cultura dominante sarebbe
peraltro ostacolato dalla velocità di comunicazione consentita dai mezzi tecnologi-
ci. La creazione di nicchie linguistiche, o più in generale culturali, richiede infatti
un assestamento o sedimentazione che solo l’isolamento e la costituzione di frontie-
re (anche virtuali) possono garantire. In questo senso i confini, favorendo la nasci-
ta e il mantenimento delle differenze, sono catalizzatori di creatività. Ciò senza
pregiudicare quelli che invece possono essere gli effetti negativi della segregazione,
che dipendono anche dall’ampiezza del territorio racchiuso dalle frontiere.
Se è vero, come io ritengo, che l’evoluzione culturale si svolge in base a mecca-
nismi che non sono solo di tipo darwiniano (mutazione e selezione), ma anche, e
soprattutto, di tipo lamarckiano (eredità dei caratteri acquisiti, cioè imitazione e
diffusione), allora non si può ignorare quanto è stato detto per dimostrare – sotto
il profilo teorico – che in biologia il lamarckismo non può funzionare. Infatti, esso
porterebbe a una perdita irreversibile e fatale di flessibilità, perdita che nella real-
tà biologica non si osserva (Bateson, 2000). Se il genitore acquisisce per la sua atti-
vità quotidiana un pesante e tarchiato fisico di lottatore, le scelte di un figlio che
ereditasse questa struttura sarebbero fortemente limitate: per esempio non potreb-
be mai fare l’acrobata o il fantino. Ciò porterebbe in breve la specie in un vicolo
cieco. Quello che si eredita, di fatto, non sono le caratteristiche dei genitori, bensì
la possibilità di acquisire svariate caratteristiche.

2.2.8 Innovazione e diffusione
Ma se il meccanismo primo dell’evoluzione culturale è l’eredità dei caratteri acqui-
siti, l’argomentazione precedente porta a concludere che la cultura è soggetta a una
perdita nefasta di flessibilità: e di fatto si osservano i segni di una preoccupante
tendenza all’uniformità culturale su scala mondiale. Alleandosi con il profitto, la
monocultura potrebbe via via eliminare le alternative e spegnere l’inventiva e l’o-
riginalità che non fossero asservite al mercato. Nella storia, pare, non ci sono stati
fenomeni di atrofia culturale a lungo termine su scala planetaria; ma ciò non esclu-
de che ve ne possano essere in futuro e proprio a causa della globalizzazione. (Su
un altro versante, con l’ingegneria genetica anche l’evoluzione biologica sembra
subire forti iniezioni di lamarckismo e quindi di rigidità: anche qui il collettivo
tende a soffocare l’individuale).
Nel quadro che ho tracciato, il “pubblico” (cervello collettivo) si può identifica-
re con il meccanismo lamarckiano e il “privato” (cervello individuale) con il mec-
canismo darwiniano: il primo favorirebbe la conservazione, il secondo l’innovazio-
ne controllata (questa conclusione può apparire sorprendente per chi è abituato a
identificare il pubblico con il progressismo e il privato con la conservazione). Il
giuoco, cioè il futuro della cultura e della stessa specie umana, è guidato dal rap-
porto che via via s’istituisce tra il tasso d’innovazione e la velocità di diffusione.
Ma è importante osservare che l’innovazione non è feconda se non si diffonde,
quindi i due meccanismi, che a tutta prima sembrano contrapposti, sono anche
cooperativi. Inoltre un eccesso di privato mette a dura prova le risorse: l’origina-
lità è faticosa. Per risparmiare risorse soccorrono i processi di apprendimento, che
consistono in una modificazione delle strutture cerebrali che poi si traduce in una
modificazione delle risposte agli stimoli. Via via che gli stimoli si presentano ugua-
li, queste risposte divengono sempre più automatiche, cioè vengono attuate senza
impegnare risorse di alto livello (analisi, riflessione, attenzione), che possono così
essere impiegate per risolvere problemi inediti. Se gli stimoli più frequenti sono
comuni a tutti gl’individui di una certa cultura, l’apprendimento va a rinforzare il
cervello collettivo. Dunque ciò che all’inizio è privato può diventare comune.
Internet è un supporto che si presta al rafforzamento sia della diffusione sia del-
l’innovazione. Se in essa dovesse prevalere il pubblico, allora quella che altrove ho
chiamato “creatura planetaria” si potrebbe descrivere come un occhio sfaccettato
che osserva sé stesso che osserva sé stesso che osserva sé stesso… mentre fa le cose,
e su ogni sua sfaccettatura comparirebbe la stessa immagine nello stesso istante,
come in quelle allucinanti pareti fatte di decine di teleschermi sincronizzati sullo
stesso programma: con la differenza che davanti a quegli schermi c’è di solito uno
spettatore che non è uno di quegli schermi. Qui invece oggetto e soggetto d’osser-
vazione e d’azione coinciderebbero. Vi sarebbe un paralizzante sincronismo tra la
cosa e la sua rappresentazione e forse il mondo si bloccherebbe.
Una prevalenza del privato, cioè un’illimitata libertà di navigazione, ideazione
e fruizione, porterebbe viceversa a una frammentazione anarcoide cui il Web, per
la sua struttura musiva, associativa e giustappositiva, è particolarmente disposto.
Con questa sua duplice valenza Internet insomma ripropone, in un mondo virtua-
le e mediatico, le due opposte tendenze che si possono riscontrare anche nel mondo
primario, cioè non rappresentato attraverso la tecnologia informazionale. Il ricor-
so al mondo mediatico e virtuale potrebbe, peraltro, essere necessario per la fame
di novità che contraddistingue la cultura: se dovesse instaurarsi un rapporto dina-
mico equilibrato tra innovazione e diffusione, e se la globalizzazione creasse un
mercato culturale su scala planetaria, il problema sarebbe proprio quello dell’ap-
provvigionamento delle idee. Allora potrebbe essere utile, o indispensabile, ricor-
rere alla produzione di mondi, e di idee, artificiali.

3. Conclusioni
In realtà non si tratta di conclusioni, se non provvisorie: piuttosto d’indicazioni su
certe possibili dinamiche e mutazioni dei modi di conoscere. La presenza sempre
più capillare della tecnologia informazionale sta modificando i rapporti sociali,
condiziona l’economia e la finanza, contribuisce alla globalizzazione, rivoluziona i
modi di comunicare e di apprendere, interferisce con la memoria e ha effetti cospi-
cui sulla creatività.
La natura di filtro di ogni tecnologia comporta il rafforzamento o addirittura la
comparsa di certe capacità e l’indebolimento o la scomparsa di altre. Almeno nelle
società occidentali, queste capacità sono sempre più da attribuirsi al simbionte
uomo-macchina: ma come si ripartiscono tra la componente umana e la compo-
nente artificiale? Questo è un problema di non facile soluzione: se è vero che con la
delega tecnologica l’essere umano tende sempre più a trasferire parte delle sue
potenzialità alla parte macchinica, è anche vero che la presenza della macchina
suscita potenzialità insospettate.
Non si deve dimenticare che la macchina è ben più di un semplice strumento
anche sotto il profilo dei sentimenti: i prodotti della tecnologia sono portatori di
una forte carica emotiva, o – meglio – sono oggetto di forti proiezioni emotive da
parte degli umani: basta pensare al programma Eliza di Weizenbaum e al
Tamagochi. Può quindi accadere che l’affettività s’indirizzi verso i sistemi artifi-
ciali e verso le macchine, piuttosto che verso le persone o gli animali, che sembra-
no esserne i destinatari più naturali.
Per non parlare delle vere e proprie patologie da rete che oggi affliggono molti
utenti di Internet e che si configurano come assuefazione o addirittura intossica-
zione. Queste dipendenze minacciano la vita di relazione e portano talora a uno
sconvolgimento che minaccia anche l’integrità psicofisica del soggetto.
Per quanto riguarda la scuola, non c’è dubbio che l’uso delle tecnologie infor-
mazionali sia da incoraggiare, ma con la prudenza che deve sempre contraddistin-
guere l’impiego delle novità. Si rischia altrimenti di creare un disadattamento
sistemico o addirittura uno strappo tra le facoltà cognitive e le facoltà emotive del
bambino.
Non tocca certo a me rilevare quanto è stato detto con ben altra competenza da
illustri pedagogisti. È molto importante insegnare ai bambini a interagire tra loro:
per loro lo sviluppo della capacità di socializzare è importante quanto la capacità
di assorbire informazioni e di acquisire conoscenze di tipo astratto o professiona-
le. L’essere umano dovrebbe integrare in sé intelletto, emozione e volontà.
È opportuno (per i bambini e per la società) che i bambini dedichino i primi anni
a sviluppare le loro sensazioni interiori mediante progetti artistici e giochi creativi,
e che le attività cognitive, come la lettura e la scrittura, vengano dopo. Alcuni sono
convinti, e io aderisco a questa visione, che i bambini si debbano sviluppare in
modo armonico e che sia dannoso dare gran peso alle abilità cognitive prima che il
bambino sia pronto a gestirle.
C’è sempre stata nella scuola una corrente di pensiero che sostiene la premi-
nenza della razionalità rispetto alle emozioni, e questa corrente era attiva anche
ben prima dell’introduzione dei computer, ma ora che siamo circondati da queste
macchine e che i vantaggi economici e sociali da esse apportati sono evidenti è molto
difficile continuare a sostenere che è meglio introdurle per gradi anziché in dosi
massicce. Per esempio negli Stati Uniti la classe media è fermamente convinta che
la competenza informatica sia una garanzia di successo e i genitori rafforzano il
legame dei bambini con il computer mettendoli davanti a una console quando
hanno appena due anni e insegnando loro i giochi informatici più semplici. Non c’è
quindi da stupirsi se bambini di cinque o sei anni pretendono di avere la loro casel-
la di posta elettronica e passano ore e ore a combattere con i draghi, i mostri e i
demoni che infestano i loro giochi elettronici. Come può la scuola resistere alla
spinta esercitata dalle famiglie verso l’adozione delle nuove tecnologie?
Anche in Europa, e in Italia, molti genitori sono convinti che saper usare il com-
puter sia essenziale anche per i bambini più piccoli. Non si può negare che la com-
petenza informatica sia un patrimonio intellettuale di grande valore economico e
sociale e di grande portata psicologica. I bambini sono spinti dai genitori a usare i
computer e sono irretiti dall’eccitazione visiva prodotta dallo schermo, che li assor-
be come fino a qualche tempo fa li assorbiva la televisione. La robusta stimolazio-
ne fornita dalla tecnologia entra in forte competizione con l’interazione umana:
quanti stimoli può offrire a un bambino di tre anni un coetaneo rispetto a un car-
tone animato interattivo o a un videogioco velocissimo?
Invece di maturare lentamente, in modo organico, i sensi si sviluppano a una
velocità mozzafiato e i bambini si avvezzano più rapidamente al mondo artificiale
che a quello naturale. Ma la causa di ciò non sta solo nell’onnipresenza dell’infor-
matica: la colpa è anche delle squallide periferie e dei centri urbani privi di spazi
dove i bambini possano esercitare la loro immaginazione nel gioco. Comunque l’at-
trazione dello schermo del computer resta forte e risucchia molti bambini anche
quando esiste l’alternativa di un ambiente naturale gradevole.
Si tratta dunque di decidere che cosa vogliamo privilegiare: competenze ristret-
te, specifiche e fortemente integrate con la tecnologia oppure uno sviluppo pro-
gressivo che, senza rinunciare agli aspetti tecnologici, ponga nella giusta prospetti-
va e nella corretta cadenza le capacità e le esigenze degli alunni. Si tratta insomma
di rinunciare alla preminenza assoluta della razionalità computante e di dare spa-
zio alla completezza della persona attraverso uno sviluppo delle sue componenti
espressive, emotive, razionali e motorie.

Bibliografia
Bateson, G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 2000.
Longo G.O., Il nuovo golem - Come il computer modifica la nostra cultura, Laterza,
Roma-Bari 1998.
Longo G.O., Homo technologicus, Meltemi, Roma 2001.