Articolo tratto da La Repubblica 11 novembre 2001
UN PAESE DIVISO


CURZIO MALTESE

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LA SORPRESA dei cortei romani è che i pacifisti erano il triplo degli «americani», 130 mila contro 40 mila. Nessuno l'avrebbe detto alla vigilia di quello che sarebbe dovuto essere l'Usa day. E neppure guardando l'imbarazzante diretta di regime dell'inchinevole Rai ( «I no global non sono più di settemila...»).

Giusta o sbagliata, l'America non è la nostra patria. Così almeno la pensano gli italiani nelle piazze e nei sondaggi. L'ingresso in guerra viene vissuto dall'opinione pubblica come un atto di vassallaggio nei confronti degli Stati Uniti, piuttosto che sentito come un impegno occidentale contro il nemico terrorista. E questi sono i risultati.

Hanno sfilato per le piazze di Roma due Italie contrapposte ma pacifiche, lontane in tutto, compresa l'età. I padri, alcuni padri, in Piazza del Popolo con le bandierine stelle e strisce. I figli, molti figli, al Colosseo sotto le multicolori sigle «no global». Tanti capi e poco popolo a destra, molto popolo senza leader a sinistra. L'Ulivo e la sinistra sono stati i grandi assenti, schiacciati fra un interventismo assai poco europeo e un pacifismo utopico.

Il progetto di Berlusconi di «sfondare» con la piazza non ha funzionato.

Nel suo discorso, se non con il suo gesto, il premier si è sforzato di non trasformare l'adunata pro America nella solita polemica contro la sinistra.

Perfino con qualche citazione e parafrasi, fra l'ecumenico e il comico, da Papa Giovanni ( «Quando tornate a casa, dite ai vostri bambini...» ) a John Kennedy («Io sono berlinese»). Il fatto decisivo rimane l'anomalia, perfino per l'anomala Italia, di un presidente del consiglio che organizza cortei di partito e tiene comizi di piazza. In omaggio a quell'idea di «campagna elettorale permanente» che è fin dalla nascita la strategia portante della destra, all'opposizione come al governo, e trova sempre nella televisione servile il mezzo e il fine.

Per il resto, il danaroso Usa Day è scivolato sui binari di un dubbio gusto da parata provinciale, con un cast da telegatti. Un italo americanismo che rimanda ai precedenti di Alberto Sordi e Carosone. Farebbe sorridere Norman Mailer e Saul Bellow, Stanley Kubrick e Billy Wylder, Bob Dylan o Bruce Springsteen. Ma in compenso commuove Clarissa Burt e tanto basta. Come americani di complemento sono stati convocati sul palco dal «bravo presentatore» Del Noce l'inevitabile Zeffirelli, Pupi Avati e Francesco Alberoni, originale come sempre: «Che impressione mi ha fatto l'attacco alle Torri Genelle? Ho pensato a Pearl Harbor». Non l'aveva detta nessuno. Bocelli ha cantato l'Ave Maria prima dell'ospite speciale Alain Delon, sul copione di un gala televisivo un po' vecchiotto. Spreco di Vip polisti fra palco e piazza, plaudenti al discorso di Berlusconi, che ha salutato l'inno americano sull'attenti ma si è curiosamente dileguato prima di «Fratelli d'Italia» (era meglio «Brothers of Italy» ?).

Tutt'altro spettacolo alla marcia dei no global, contenuta da un mare di polizia in assetto anti guerriglia. Erano gli stessi ragazzi di Genova e di Assisi, senza la presenza dei cattolici e degli scouts, ma del tutto pacifici.

La lezione del G8 è servita ad allontanare fin dal principio qualche «nero» infiltrato. È stata bruciata una bandiera americana, piccolo atto idiota ma isolato. È un giovane popolo di sinistra, Social Forum e Cgil, rifondaroli e diessini, al quale la sinistra non riesce a parlare. Neppure per spiegare le ragioni per cui una vera sinistra dev'essere con tutte le forze contro il miliardario del terrore bin Laden, il regime Taliban e il terrificante progetto di trasformare l'Islam in un nuovo califfato, con le atomiche puntate sull'Occidente infedele. Ma prima o poi qualcuno dovrà provarci e pare arduo affidare la missione a Cesare Salvi.

È certo che la guerra spacca in due il Paese, come i cortei romani hanno testimoniato con maggior verità rispetto al voto parlamentare o al dibattito sui media. Giusta o sbagliata, questa è l'Italia. Poco disposta a sfilare a comando o a marciare sotto altrui bandiere. Capace di scendere in piazza divisa ma di portare in piazza più civiltà di quanta ne contengano i palazzi del potere e i salotti televisivi.