la Repubblica MARTEDÌ, 29 GENNAIO 2002 Pagina 18 - Esteri











Il vice presidente nega alla Corte dei Conti i resoconti dei colloqui avuti con i dirigenti della società


Enron, Cheney impone il segreto

Scontro Casa BiancaCongresso sull'inchiesta

DAL NOSTRO INVIATO

VITTORIO ZUCCONI

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WASHINGTON — Nel giorno politico più solenne dell'anno, nel martedì del rapporto del Presidente sullo «Stato dell'Unione», i tentacoli del primo grande scandalo di un'amministrazione Bush che si credeva immunizzata dalla guerra raggiungono e stringono la Casa Bianca con sospetti gravissimi contro il vice di Bush, Dick Cheney. L'"Affare Enron", il "kolossal" di falso in bilancio, influenza politica e ora, dopo il suicidio di un suo dirigente a Houston, anche una storia di morte, apre dubbi di "leggi contro soldi", costringe il portavoce di Bush a difendere in pubblico il Presidente dai sospetti e sta ricostruendo pezzo dopo pezzo il copione del dramma costituzionale classico e "deja vu": il duello tra la magistratura che vuol sapere a nome della nazione e il potere politico che si nasconde dietro la bandiera della "immunity" esecutiva. E per condurre le indagini su Cheney, il Ministero della Giustizia ha scelto un avversario rognoso, quel procuratore della repubblica di New York, Weissimann, che riuscì a mandare in galera il super padrino della mafia, John Gotti.

Ci sono cinque inchieste ufficiali in corso sulla bancarotta politicamente esplosiva di questa azienda di Houston, nel Texas, nel feudo dei Bush, che il 21 dicembre scorso si è arresa alla montagna di debiti, dopo avere arricchito i suoi 29 massimi dirigenti e privato di pensioni, oltre che di lavoro, i 20 mila dipendenti tenuti sempre all'oscuro.

Indagano lo Fbi, per possibili azioni criminali, la Sec, guardiana della Borsa per truffa ai danni degli azionisti e per "insider trading", il GAO, General Accounting Office, sorta di ragioneria generale dello Stato, il Ministero della Giustizia, dove il capo, il ministro John Ashcroft si è auto squalificato per avere preso in passato finanziamenti dalla Enron, la Procura della repubblica di Houston per falso in bilancio. E questo senza neppure contare la dozzina di commissioni parlamentari — Energia, Finanze, Commercio, Etica eccetera — che stanno tenendo o preparando udienze sul crack.

Ma il volto del disastro Enron, il massimo fallimento nella storia dell'economia americana, ha due guance opposte: la prima è una storia di contabilità disonesta, avallata da studi legali compiacenti e da società di auditing, come la Arthur Andersen, che erano tutte consulenti l'una dell'altra, in un intreccio incestuoso di reciproche parcelle e di favori che hanno nascosto fino al momento del tracollo le vere condizioni della "regina dell'energia". Questa, che ha prodotto montagne di coriandoli e di fettuccine di carta nel furioso (e criminoso) distruggere di documenti imbarazzanti ordinato dall'altro, che ha azzerato la vita di migliaia di impiegati costretti a investire in titoli della Enron anche quando non valevano più niente, che ha arricchito 29 pezzi grossi e portato uno di loro al suicidio per la vergogna, è la guancia aziendale e finanziaria del caso.

Ma c'è un'altra guancia, ed è quella politica. Le fortune della Enron erano state coltivate con piogge di danaro su destra o sinistra e nessuno era stato concimato generosamente come Bush e il suo gruppo. Al momento della assunzione alla Casa Bianca, la Enron aveva incassato i dividendi, ottenendo da Bush la nomina di ministri, alti funzionari, consiglieri già nel suo libro paga. "Tutti gli uomini della Enron" si erano sistemati in varie posizioni chiave nell'amministrazione repubblicana, fino al "segretario dell'Esercito", White, che ora è accusato di avere cambiato i contratti di rifornimento energetico della Us Army per favorire i suoi benefattori.

Ma quando neppure i molti «occhi di riguardo» riuscirono a fermare la slavina dei debiti che la Enron accumulava "cucinando" i bilanci, il presidente bussò alla porta di un ex petroliere e amico, la porta del Vice Presidente. E qui le due guance dello scandalo si ricompongono per formare il volto di Dick Cheney.

Da lui, i capi della Enron andarono per salvare l'azienda, per implorare che la nuova politica energetica preparata dal governo sotto l'autorità diretta di una commissione preceduta proprio da Cheney, fosse tagliata sulla misura dei loro interessi. Era l'ultima ciambella per raddrizzare i bilanci, perché ormai anche all'interno della società qualcuno cominciava a minacciare di parlare e di raccontare la verità sui falsi.

Cinque volte il presidente della Enron fu in diretto contatto con il VP, il Vero e non Vice Presidente americano, come si dice semischerzando a Washington, e di quelle cinque conversazioni la muta degli investigatori vorrebbe conoscere il contenuto.

La risposta di Cheney, approvata da Bush che sa bene dove vadano a parare le inchieste — a lui — è stata un classico che ha immediatamente riportato sul palcoscenico di Washington tutti gli spettri del passato. «Neanche per sogno — ha risposto Cheney utilizzando la stessa arma che Nixon, Reagan, Bush il Vecchio e Clinton tentarono invano di usare contro i loro scandali — rivelare il contenuto di quei colloqui violerebbe il privilegio costituzionale dell'esecutivo, il diritto di avere contatti riservati». E' quel "privilegio esecutivo" che tutti i Presidenti e i politici nei guai puntualmente evocano, dopo avere naturalmente accusato gli accusatori di "manovre politiche" e che la Corte Suprema ha sempre, unanimemente, respinto, riaffermando che nessuno, neppure il Capo dello Stato, può sottrarsi alla legge.

E mentre il presidente guerriero parte oggi per l'aula del Senato e per il suo discorso alla nazione, cominciano a partire gli esposti ai tribunali per schiodare il Vice Presidente dalla trincea del "privilegio" e i controesposti di Cheney. Può darsi, naturalmente, che nulla di illegale o neppure di scorretto, sia avvenuto. Ma i sondaggi, che pure proteggono Bush, dicono che una maggioranza di elettori di destra come di sinistra sospettano che la casa Bianca nasconda la verità.

Non è un Watergate, non è un Sexgate e nessuno appiccica ancora alla Enron il suffisso stantìo e ufficiale degli scandali, il "gate". Ma le talpe della giustizia scavano, Cheney si arrocca nell'immunità esecutiva e l'immagine luminosa del presidente guerriero e giustiziere si offusca un poco, nel giorno della gloria, con la prima ombra della sua presidenza. E questo è un anno di elezioni politiche.