MERCOLEDÌ, 12 GIUGNO 2002
Pagina 13 - Cronaca
I PROTAGONISTI
Longo direttore all´Ecole di Parigi
"Qui ho trovato un ambiente più stimolante"
Giuseppe Longo ha 54 anni vive a Parigi e all´ Ecole Normale Superieure è direttore della Ricerca al Dipartimento di Informatica matematica e Scienze della Cognizione. Ha lasciato l´Italia alcuni anni fa.
Dove insegnava?
«Ho studiato e insegnato a Pisa per più di venti anni, a parte tre anni passati in America e posso dire di essere stato in una situazione privilegiata se si guarda al complesso del sistema italiano».
Perché è andato via?
«Quando ho lavorato negli Usa mi avevano offerto un posto al MIT, ma ho rifiutato più per una scelta di vita e culturale che per ragioni strettamente lavorative. Poi, nel 1989, mi hanno chiamato in Francia all´ Ecole Normale e mi sono stabilizzato».
Perché?
«Ho trovato un ambiente di ricerca molto stimolante: ciò che fa la differenza con l´Italia è stato lo straordinario milieu scientifico del quartiere universitario dove tra Ens, università, centri di ricerca sono maturati ben tre premi Nobel. Qui c´è una diffusa presenza di stranieri con i quali scambiare esperienze».
E in Italia?
«E´ un Paese che ha situazioni di eccellenza e anche grandi individualità. Ma regola è quella di un sistema che ha modelli di reclutamento pazzeschi, un´immobilità totale dei ricercatori e una bassissima quota di stranieri per l´impossibilità di chiamarne qualcuno ad insegnare. E´ una situazione che è molto peggiorata negli anni Novanta quando una riforma, che ha malinteso il senso dell´ autonomia, ha causato ulteriori guasti al sistema. Rischiamo di scivolare dietro a Paesi più arretrati e più piccoli di noi, come il Portogallo, che hanno avuto il coraggio di aprire agli stranieri».
(a.c.)
|
Pagina 13 - Cronaca Pernis, immunologo alla Columbia
"Il nostro sistema è respingente e avarissimo"
Benvenuto Pernis è un illustre immunologo appena andato in pensione da una delle più prestigiose università americane, la Columbia, che gli ha conferito il titolo di professore emerito. Qualcuno dice che, per le sue ricerche, nel campo medico e della microbiologia, sia in odore di Nobel. Ha cominciato la sua carriera in Italia, all´ Università di Genova, dove era professore ordinario.
Com´ è arrivato negli Stati Uniti?
«Mah, per un ricercatore della mia materia è normale avere rapporti di scambio con gli Usa tanto che ho passato qui, ma anche in paesi europei, diversi periodi. Poi, per i miei meriti scientifici, mi hanno offerto una cattedra a vita alla Columbia».
Perché ha accettato?
«Gli Usa sono un polo di attrazione per tutti quelli che fanno ricerca. E´ il paese dove ci sono più occasioni, più laboratori, più possibilità di scambi, più possibilità di reclutamento dei giovani: insomma un ambiente più favorevole».
Ma perché molti giovani fuggono dall´Italia?
«Perché il sistema italiano è poco fluido e soprattutto lento. Per un giovane ricercatore l´autonomia, la disponibilità di fondi, la possibilità di avere un laboratorio è tutto: significa potere andare avanti nelle sue idee. Ma in Italia tutto questo avviene troppo tardi con almeno dieci o quindici anni di ritardo rispetto, per esempio, agli Stati Uniti. E poi c´è la questione dei finanziamenti troppo modesti e purtroppo nella ricerca vale. Secondo la mia esperienza c´è un principio opposto che in economia: se i mezzi sono abbondanti molto va sprecato, ma se sono scarsi tutto va sprecato. Insomma meno si dà e molto ma molto meno si ottiene».
(a.c.)
|
Pagina 15 - Commenti (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) RENATO DULBECCO
Tra speranze e ostacoli antichi così fuggono i cervelli
Io stesso appena laureato fui costretto ad andarmene Mi ero rivolto a un professore che fu chiarissimo: "Può restare solo se dispone di mezzi economici"
In Italia l´interesse per la ricerca è inferiore a quello degli Usa Lo dimostra anche il numero molto basso di finanziatori pronti a sostenere progetti innovativi
Da questo documento risulta che la ragione principale è la difficoltà di fare buona ricerca in Italia, associata all´insufficienza di trattamento economico in paragone con ciò che avviene all´estero.
Per capire perché avviene la fuga, bisogna riconoscere che il giovane ricercatore è un sognatore. Si è impegnato in un filone di ricerca che ha scelto per ragioni sue, ed è deciso a lavorare accanitamente per realizzare il suo sogno, che è quello di fare una scoperta. Per raggiungere questo scopo deve trovare un laboratorio che lo ospiti, e gli dia i mezzi per portare avanti il suo sogno, con tutte le attrezzature e l´aiuto tecnologico necessario. All´inizio la sua ricompensa economica sarà minima, ma egli spera che migliorerà con il tempo come riconoscimento delle sue scoperte. Al momento quello di cui egli ha bisogno è la possibilità di lavorare, senza ostacoli burocratici o politici: questa è una necessità assoluta.
Queste conclusioni sono confermate dall´analisi riportata nel documento. Ma le situazioni specifiche dei vari ricercatori possono essere molto diverse l´una dall´altra, pur avendo un comune denominatore. Come esempio possiamo considerare me stesso, essendo stato anch´io un cervello in fuga. Quando presi la laurea in medicina, decisi di continuare la direzione della ricerca medica che avevo seguito durante i sei anni del corso. Dapprima pensai a un tipo di ricerca clinica, e andai a parlare al professore, spiegandogli cosa volevo fare. Mi ascoltò benignamente, non mi chiese alcuna informazione su quello che avevo già fatto, e poi mi diede la dura risposta: se volevo entrare nella clinica mi sarei trovato al punto più basso, senza alcuno stipendio, e senza possibilità di lavoro indipendente fino a che tutti quelli avanti a me non avessero trovato una sistemazione. Perciò, a meno che non avessi mezzi finanziari adeguati, non avrei dovuto nemmeno pensarci.
Questa fu la fine del mio primo tentativo. Che delusione, tutto ciò che avevo fatto nel passato era inutile, e anche quello che avrei potuto fare nella clinica non aveva alcun peso. Infatti il professore non me lo aveva nemmeno chiesto. Evidentemente altri fattori erano determinanti.
Perciò dovetti ritornare al mio laboratorio, alle mie ricerche, che mi piacevano molto, ma che non potevo perseguire come volevo, per mancanza di un ambiente di lavoro adatto. Il mio sogno erano i geni, ma a quel tempo in Italia nessuno se ne interessava, e nei laboratori mancavano le attrezzature necessarie per il loro studio.
Ma fui fortunato. Un giorno arrivò al laboratorio un ex studente che era emigrato anni prima negli Stati Uniti, e che conoscevo. Parlando in modo informale, lui mi domandò che cosa avessi fatto nella mia ricerca, volle conoscere tutti i dettagli; poi mi chiese dei miei piani, e di nuovo volle sapere come li avrei perseguiti. Dopo averli esaminati a fondo, mi disse che lui aveva dei piani simili. Alla fine riconobbe che ero idoneo, e mi offerse di andare a lavorare nel suo laboratorio negli Stati Uniti. Così io diventai un «cervello in fuga»; e non me ne sono mai pentito. Era una necessità, se fossi rimasto in Italia non avrei mai potuto fare ciò che ho fatto in quel paese.
Tra quel paese e l´Italia ci sono alcune differenze fondamentali. Là c´è grande cameratismo tra i ricercatori, ci sono strumenti adeguati, personale tecnico adeguato, e mezzi sufficienti. Il riconoscimento dei ricercatori è basato sul loro merito, senza considerazioni politiche o di anzianità. In Italia ci sono ricercatori estremamente abili, ma i mezzi a loro disposizione sono spesso insufficienti. Spesso essi non sono incoraggiati a lavorare perché il loro merito non è riconosciuto a sufficienza: nel processo dominano i metodi burocratici e politici. Naturalmente ci sono alcune eccezioni.
In Italia non c´è grande interesse nella ricerca, come esiste negli Stati Uniti: ciò è dimostrato dalla scarsezza di donatori che l´aiutino finanziariamente, specialmente tra le persone con grande capacità finanziaria.
È appunto per questo che, durante la mia partecipazione al Festival della Canzone a Sanremo, nel 1999, io dichiarai che avrei dedicato il mio compenso (una piccola cosa in realtà) ai giovani ricercatori, donandolo per questo scopo a Telethon. E infatti Telethon iniziò con esso il sistema delle «Carriere», che cerca di offrire a giovani cervelli fuggitivi condizioni di lavoro in Italia paragonabili a quelle che esistono all´estero, in modo che possano ritornare. Una ventina di cervelli sono già ritornati in questi ultimi tre anni seguendo questa offerta, un grande successo. Ma la loro vita non è facile, perché le vecchie ragioni persistono. Ed io sono stato un po´ deluso, perché speravo che il mio gesto avrebbe stimolato altri a fare lo stesso: ma non mi pare sia successo.
Si parla molto di quel che si dovrebbe fare per cambiare questa situazione, e dare modo ai giovani di affermarsi. Certo i mezzi e le attrezzature sono cose importanti. Ma c´è un altro fattore: la scarsità dei posti a disposizione dei ricercatori. Una parte gravemente deficitaria in Italia è quella basata sulle possibilità di lavoro nell´industria, che rappresenta una parte notevole in altri paesi. Però ho l´impressione che in questo campo le cose stiano cambiando, e questo sarà il mezzo più importante per evitare la fuga dei cervelli.
|