La Repubblica 11 gennaio 2002
Pagina 2 - Interni
L'INTERVISTA

Il padre della legge antitrust: "Basta col servilismo della classe imprenditoriale verso la politica"


L'appello di Guido Rossi "Industriali, aprite gli occhi"

noi e l'europa
Non esiste possibilità di sviluppo in Italia fuori dalla democrazia e fuori dall'Europa

ripensamento
Il presidente d'onore della Fiat sembra averci ripensato, ed ecco subito gli attacchi


FEDERICO RAMPINI

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«Gli industriali che appoggiano Berlusconi oggi devono aprire gli occhi. A loro lancio un appello: svegliatevi alla democrazia europea. Non esiste possibilità di sviluppo economico per l'Italia fuori dalla democrazia e fuori dall'Europa. E senza sviluppo non c'è futuro per le imprese, rimangono fuori gioco anche loro. Solo l'Europa ci dà disciplina ed è una garanzia di modernizzazione. Se non fosse per l'Unione europea, noi potremmo essere in una situazione di tipo argentino». Il professor Guido Rossi rivolge un duro monito agli industriali italiani parlando con la Repubblica da Bruxelles. Il padre della legge antitrust e della Consob, l'artefice del risanamento Montedison e della privatizzazione Telecom, è stato chiamato dalla Commissione europea a ridisegnare le regole del capitalismo nel grande mercato unico continentale. Rossi, con altri sei fra i massimi giuristi europei, ha messo a punto le proposte che il commissario Fritz Bolkestein ha presentato ieri a Bruxelles: nuove norme per l'Opa, per la trasparenza delle società e i diritti degli azionisti.

Professor Rossi, mentre lei a Bruxelles si occupa di riforme dei mercati, la Confindustria polemizza perfino con Agnelli pur di difendere Berlusconi...

«Quello che in Italia non sembra cambiare mai, è il servilismo della classe imprenditoriale verso il potere politico. Se ai tempi di Tangentopoli la classe capitalistica cercava di aggirare le leggi, oggi cerca favori e impunità attraverso un insieme di norme che sono considerate in Europa una regressione assai grave nel processo di modernizzazione del nostro paese».

La Commissione europea invece vuole cambiare le regole del capitalismo, proprio in coincidenza con la circolazione dell'euro.

«La moneta unica ha bisogno di un vero mercato unico per sprigionare le sue potenzialità. La Commissione vuole che il capitalismo europeo abbia un campo da gioco omogeneo, con regole uniformi. E' essenziale che i mercati finanziari non siano balcanizzati, perché ci sia concorrenza e i cittadini sentano questa Europa come un'alleata che difende i loro interessi».

Quali sono i principi della riforma?

«Bisogna garantire libertà e sovranità dell'azionista: deve essere lui a decidere se dare le proprie azioni a un'Opa. Non spetta agli amministratori decidere pro o contro una scalata. Questo significa mettere fuori gioco le «poison pill», quelle pillole avvelenate che falsano i mercati per congelare gli assetti azionari esistenti. L'altro principio fondamentale è che il controllo delle aziende sia proporzionale al capitale di rischio effettivamente investito. Questo comporta una rivoluzione rispetto alle abitudini del capitalismo italiano. La direttiva europea rappresenterà una rottura storica, renderà necessario eliminare le piramidi societarie, le scatole cinesi, i patti di sindacato, le partecipazioni incrociate: quelle invenzioni barocche su cui si fonda il capitalismo italiano, strutture costruite per dare il controllo ai soliti noti. Il nostro è un capitalismo che vuole comandare senza rischiare, vuole il potere senza le responsabilità, senza investire soldi propri».

Basterà l'Europa a curarlo?

«Nel momento in cui questa direttiva sarà approvata l'Italia dovrà adeguarsi, piaccia o non piaccia. Questa riforma, se può suscitare resistenze in un capitalismo retrogrado, è sicuramente nell'interesse del paese. L'Italia ha perso troppe occasioni. Negli ultimi anni è il paese che ha il record delle privatizzazioni, e nonostante questo ha il mercato finanziario più asfittico. E quello dove una non adeguata liquidità è in grado di manipolare i prezzi, più che in qualunque altro mercato. Parigi e Francoforte hanno conosciuto uno sviluppo molto più dinamico. Questo è il prezzo che l'Italia paga per l'arretratezza delle sue strutture capitalistiche, e per l'inadeguatezza delle sue regole. Di Opa se ne fanno poche, e non avvengono generalmente a un prezzo equo. Le strutture piramidali impediscono la crescita dei mercati».

Il primo progetto di Opa europea fu bocciato anche per le resistenze dei tedeschi. C'è chi teme che facilitando le scalate si acceleri una invasione americana.

«Negli ultimi anni sono state più numerose le imprese europee (soprattutto inglesi, tedesche e francesi) che hanno acquistato imprese americane, rispetto al fenomeno inverso. Le resistenze tedesche si stanno attenuando. Anche grazie alle riforme di Schroeder, si assiste a un progressivo superamento delle partecipazioni incrociate fra banca e industria. Il capitalismo tedesco cambia più velocemente di quello italiano».

Rispetto alle regole italiane che cosa cambierà?

«L'Opa sarà obbligatoria non appena un azionista conquista il controllo effettivo, anche al di sotto del 30%. Cambierà la situazione giuridica degli azionisti privilegiati e di risparmio, probabilmente destinati a scomparire. Il principio è la parità di trattamento per tutti gli azionisti che sopportano il rischio di impresa. Più in generale la Commissione europea vuole promuovere in questo campo la trasparenza totale».

L'Italia è l'anello debole nel passaggio all'euro. E' il paese dove ci sono più inefficienze nelle banche, più arrotondamenti al rialzo che creano inflazione. Le riforme che proponete da Bruxelles possono cambiare qualcosa?

«Di certo senza queste nuove regole l'Italia non ce la farà a sfruttare le grandi opportunità dell'euro. I nostri mercati finanziari asfittici, gli assetti proprietari blindati, il protezionismo della Banca d'Italia e la mancanza di apertura alle banche straniere, hanno consentito una posizione dominante delle cariatidi bancarie italiane. Perciò l'Italia ha l'economia più ingessata, meno competitiva, un sistema industriale (salvo rare eccezioni) antimoderno e feudale. Il consumatore paga il prezzo più immediato di questa arretratezza. Ma tutto il sistemaItalia è destinato, se non cambia rapidamente, ad essere il fanalino di coda in Europa».

Alle arretratezze strutturali antiche, ora si aggiunge una linea di governo che ha messo l'Italia in rotta di collisione con l'Europa.

«Struttura economica e linea di governo non sono mai stati così strettamente collegati come nelle vicende di questi giorni. I difetti del capitalismo italiano ormai si traducono visibilmente in un problema di democrazia. La libertà di concorrenza, il pluralismo economico, l'antitrust, sono pilastri di un sistema democratico. Anche Tangentopoli, in fondo, fu un grande cartello, in base al quale si pensava costasse meno pagare la tangente piuttosto che affrontare la concorrenza. Oggi però il rischio di un isolamento dall'Europa sta diventando così grave, che deve fare riflettere lo stesso padronato italiano. L'Avvocato Agnelli sembra avere avuto qualche ripensamento: prima delle elezioni aveva dato al governo Berlusconi una credibilità che la stampa internazionale ha poi ampiamente dileggiato. Oggi forse non è così convinto, e tanto basta per attirargli le critiche confindustriali. So bene che la Confindustria in fondo è sempre stata euroscettica, che ha sempre cercato di rallentare la nostra integrazione nel mercato unico, ma si rende conto del rischio reale che l'Italia sta correndo? Senza la robusta protezione dell'euro, una sbandata politica come quella attuale avrebbe precipitato l'Italia in una grave crisi finanziaria. I mercati non hanno reagito alle dimissioni di Ruggiero non perché le abbiano sottovalutate ma perché lo scudo dell'euro ha coperto la rottura avvenuta all'interno del governo. Ma se stiamo dentro l'euro senza fare le riforme strutturali che sono necessarie per una vera democrazia, noi rischiamo la fine dell'Argentina agganciata al dollaro: non si può aderire ad una moneta senza accettarne il sistema di valori e di regole».