Tratto da La Repubblica 4 novembre 2001
"Crollavano in un lago di sangue

ora sono tutti morti due volte"

Le mogli, i figli, gli scampati e una sentenza che "butta a terra"

Ieri familiari e amici delle vittime sono andati per cimiteri a raccontare che nessuno pagherà per il Petrolchimico

DAL NOSTRO INVIATO FABRIZIO RAVELLI

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MESTRE - Quelli che stavano nell'aulabunker ad ascoltare la sentenza, e quelli che l'hanno saputo dal telegiornale, ieri sono andati per cimiteri. A raccontare ai loro morti, alle vittime del Petrolchimico, che nessuno pagherà per la strage. Hanno portato fiori davanti alle lapidi di questa Spoon River inquinata, davanti alle foto pietosamente bugiarde. Quando sono morti, erano ben diversi. «Io che li ho visti, non li riconoscevo più», racconta Dino Corò. Lui è un sopravvissuto, per ora: «Ho 67 anni e sto bene. Mi controllo, i medici dicono che ho il fegato ingrossato e pieno di cisti. Mai fumato una sigaretta, né bevuto un bicchiere in vita mia».

Corò ieri notte non ha chiuso occhio: «Non ce l'ho fatta, mi alzavo e camminavo per la casa». Gli facevano compagnia i nomi e le facce che andava ripescando nella memoria: «Io ero caporeparto, al CV416. Tutti gli assistenti di turno che erano con me sono morti. Tanti, ma tanti». Si mette a snocciolare nomi: «Marino, Fiorenzo, Vittorio, Ennio, Augusto, Gianfranco. Se mi metto con due o tre amici, con calma, possiamo dirglieli tutti. Io ricordo. Ricordo anche tanti che non ho mai visto nell'elenco ufficiale delle vittime. Quelli che magari la famiglia nemmeno sapeva dove lavorassero, di preciso. Quelli che ho preso in tempo, un minuto prima della cremazione, perché anche sui loro corpi cercassero le tracce».

Tutto inutile, forse. Corò se n'è accorto nell'aulabunker: «C'è stato un attimo di gelo totale, ma un attimo lungo forse cinque secondi. Io non ci credevo». Lui che c'era già stato, a deporre come testimone: «Tre ore e mezza di racconto. E quando ho finito, gli avvocati delle difesa zitti, nemmeno una domanda». Adesso gli resta di ricordare, e di non dormire. «Mi ricordo di Ennio Simonetto, è stato il primo. Era il 1973. Lui era un ragazzo grande e grosso, un gigante. E' caduto per terra all'improvviso. E' crollato a terra in un lago di sangue». «Tanto di quel sangue, ha perso. Sono andato anch'io a donare il sangue per lui, per le trasfusioni. Sono andato a trovarlo in ospedale, e passavo davanti alla stanza che mi avevano detto senza trovarlo. Mi ha chiamato: «Corò, stava cercando me ?». Io non lo riconoscevo più. E' vissuto altri quindici giorni».

«E il secondo - dice la memoria senza sonno dell'excaporeparto - è stato Agnoletto Augusto, e il terzo Zecchinato Gianfranco. Tutti morivano in un lago di sangue, col fegato spappolato. Agnoletto è venuto da me che era luglio: ho sputato sangue nel fazzoletto, mi ha detto. Via, corri a farti veder dal medico, l'ho spedito. Non voleva: ma come, e i turni ?».

La signora Ezelinda, vedova di Agnoletto, dice che «sono tutti morti due volte»: «I ne gà butài a tera, co ‘sta sentenza. Nove mesi è durato, in due ospedali. I professori dicevano: ma come è possibile, così forte e sano? Dicevano: è come una barca che prende acqua dappertutto. Si consumava un po' alla volta. Lui lo sapeva che andava a morire, ma non voleva dirmi niente. Diceva ai figli: studiate, e non andate sotto ai stabilimenti». «Io mi maledico sempre, per esserci andato - dice Corò - Quando mi hanno mandato all'impianto del clorosoda, ho chiesto perché. Perché sei forte e sano, hanno detto. E quando sono andato al CVM, mi hanno detto che era un posto da raccomandati. Contadini raccomandati dal parroco, oppure gente scelta dai dirigenti exrepubblichini. Gente che non avrebbe scioperato. Ci toglievano la quota della nocività dalla busta paga, perché secondo loro era un posto da privilegiati».

E invece stava addirittura scritto nel Piano regolatore - terzo comma, articolo 15 delle norme tecniche di attuazione, in vigore dal 1962 al ‘90: «Nella zona industriale di Porto Marghera troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell'aria fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell'acqua sostanze velenose, che producono vibrazioni e rumori». Ma a quelli come Agnoletto, ricorda la signora Ezelinda, «gli sembrava di aver preso il terno al lotto, con quel posto di lavoro».

Fino a quando non cominciavano a vedere la morte intorno. «Io mi ricordo - dice la vedova di Giorgio Battaglia - che a un certo punto lui era sempre serio. Non mi ha mai parlato, forse non voleva allarmarmi. Ma vedeva che morivano gli altri. Nel ‘90 ha avuto un'emorragia interna forte, l'hanno operato e messo in rianimazione e non ha mai più ripreso conoscenza. In una settimana l'ho perso». I familiari andavano in fabbrica, ad appendere l'annuncio: e vedevano gli altri, lì sul muro. Le vedove si incontravano al cimitero, cominciavano a raccontarsi che cos'era successo.

Melania, la figlia di Ido Bettin, dice che hanno capito dopo: «Si sapeva che la fabbrica era una bomba a orologeria. Ma la presa di coscienza è venuta dopo. Ci siamo impolverate di nozioni». Aveva poco più di vent'anni, quando suo padre è morto. La sua testimonianza, fra quelle raccolte nel libro di Gianfranco Bettin «Petrolkimiko - Le voci e le storie di un crimine di pace», è fra le più laceranti: «Magari fosse morto subito, lui sì che voleva morire. Voleva farla finita perché non ne poteva più. L'ho visto straziato dai dolori che lo facevano impazzire. Non potevamo fargli neppure una carezza, perché solo a sfiorarlo con la mano sul viso o su un braccio, subito gridava dal male».

E c'è chi andò a farsi operare in America: «Non dimenticherò mai l'anestesista che seguiva mio marito in sala di rianimazione. Si è avvicinato ai medici italiani, e gli ha detto che sicuramente il paziente era stato esposto al CVM. Lo aveva capito ancora prima di saperlo, ne conosceva già gli effetti. Ci ha spiegato che in America non lavoravano più il CVM da dieci anni». Era il 1980. Al Petrolchimico, se un operaio marcava visita, i medici di fabbrica dicevano: «Sono gli stravizi. E' perché bevi troppo, perché fumi troppo e vai a donne». «Finivano a spazzare il reparto - ricorda Ferruccio Brugnaro, poetaoperaio - Come quel vecchio che ho incontrato appena assunto. Aveva la faccia deformata di escrescenze. Mi diceva: sta' lontano da qui, io se avessi un figlio non ce lo vorrei qua dentro».