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Prigogine, maestro (cattivo?) della complessità
di Fabio Pagan |
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| Strano destino, quello di Ilya Prigogine, il famoso chimico fisico (e filosofo) scomparso il 28 maggio 2003 a Bruxelles all'età di 86 anni. Strano e soprattutto amaro. Perché, ottenuto il premio Nobel per la chimica nel 1977 per le sue ricerche fondamentali sulla termodinamica dei sistemi in non-equilibrio, il Prigogine filosofo degli ultimi trent'anni sembra aver fallito proprio lì dove il Prigogine scienziato aveva invece avuto successo. Fino a venire considerato, lui, pioniere degli studi sulla complessità, una sorta di "cattivo maestro" proprio da coloro che dovrebbero esserne gli eredi naturali. Osserva il fisico Giorgio Parisi, che all'Università di Roma La Sapienza ha recentemente fondato sotto l'egida dell'INFM un centro di meccanica statistica e complessità: "Prigogine ha avuto enormi meriti per i suoi lavori degli anni quaranta e cinquanta. Poi è come inciampato sul problema dell'irreversibilità di certi fenomeni, della freccia del tempo. E questo lo ha portato in disaccordo con la quasi totalità della comunità scientifica, infilandosi in un vicolo cieco. E' un po' quello che è accaduto a un altro grande scienziato recentemente scomparso, il matematico René Thom. Il quale ha costruito una teoria geniale, la teoria delle catastrofi. Ma ha poi cominciato a voler spiegare tutto secondo questa teoria". Nato a Mosca nel fatale 1917, portato dai genitori prima in Germania e poi in Belgio, Prigogine aveva focalizzato i suoi interessi sui fenomeni irreversibili fin da quando era studente alla Libera Università di Bruxelles. E in un paper dato alle stampe nel 1967, intitolato "Structure, Dissipation and Life", aveva introdotto il concetto di struttura dissipativa. Ovvero un sistema termodinamico in non-equilibrio in grado di scambiare energia con l'esterno e di far emergere l'ordine dal disordine. Opponendosi così a quel secondo principio della termodinamica che prevede per ogni sistema isolato un progressivo degrado verso uno stato di maggiore disordine molecolare (e quindi di maggiore entropia). Tipico sistema dissipativoè il vivente, dalle cellule agli organismi superiori. Prigogine iniziava così l'ambizioso progetto di portare il concetto di auto-organizzazione spontanea al di fuori del terreno della fisica e della chimica, invadendo la biologia, i sistemi sociali, la stessa storia umana. E da queste riflessioni nasceva nel 1979 il suo libro più importante, più bello e più controverso: "La nuova alleanza", scritto a quattro mani con la sua collaboratrice Isabelle Stengers (edito in Italia da Einaudi nel 1981). "La nuova alleanza" fu per Prigogine la risposta a un altro saggio celebre scritto dal biochimico francese Jacques Monod, "Il caso e la necessità". Se Monod, nel suo lucido pessimismo esistenziale, proclamava che la scienza aveva infranto l'antica alleanza tra la natura e l'uomo, Prigogine voleva ricomporre il dissidio: la vita (e quindi l'uomo) non è frutto del caso, bensì delle fluttuazioni irreversibili di un sistema capace di auto-organizzarsi. E al tempo illusorio della fisica Prigogine contrapponeva il tempo reale della biologia, ricapitolando la controversia tra Einstein e Bergson. Da qui partì il tentativo di Prigogine di estendere i risultati ottenuti nei sistemi termodinamici lontani dall'equilibrio a tutti i sistemi complessi, il cui comportamento è stocastico, aleatorio, affidato a troppi parametri per poter essere previsto a priori. Direttore degli Istituti Solvay di Bruxelles, direttore del Centro di meccanica statistica e termodinamica dell'Università del Texas a Austin, Prigogine veicolerà le sue idee attraverso numerosi libri e un attivismo personale quasi incredibile. Convegni, dibattiti, interviste ne faranno un personaggio privilegiato dai media ma sempre più soggetto alle critiche dei colleghi scienziati. Non senza ragione. Dice Miguel Virasoro, tornato all'Università di Roma dopo aver diretto per sette anni il Centro internazionale di fisica teorica di Trieste e avervi creato una scuola della complessità: "Prigogine si è mosso in anticipo sui tempi e con ambizioni eccessive. Cercava una legge unica che servisse a spiegare fenomeni diversissimi. E così la sua visione della complessità rischia ora di fare la stessa fine di altri concetti che in passato pretendevano di spiegare il mondo: come la cibernetica di Wiener, o la sinergetica di Haken. Oggi siamo più scettici, perlomeno in Europa. Al massimo possiamo dire che i paradigmi trovati per certi sistemi complessi possono aiutarci ad affrontarne altri. Nulla di più. In America, invece, la scuola di Santa Fe sembra rifarsi esplicitamente a Prigogine. Stuart Kauffman con i suoi fenomeni al margine del caos, il danese Per Bak con la sua criticità auto-organizzata... Sembra quasi la ricerca di metafore vincenti, più che un serio lavoro di ricerca". E' d'accordo Riccardo Zecchina, esponente di punta della scuola dei "complessologi" triestini: "L'approccio di Prigogine alla complessità appare oggi utopistico e paradossalmente poco interdisciplinare. Voleva ridurre tutti i sistemi complessi a un unico schema, ma senza successo. Qui a Trieste sperimentiamo invece un approccio multisciplinare, usando tecniche diverse: la fisica statistica, la teoria della probabilità, la teoria dei giochi, la computer science. Metodi e paradigmi diversi a seconda dei tipi di complessità che studiamo. Esiste infatti una complessità computazionale, legata al calcolo; una complessità di sistemi che hanno molti agenti che interagiscono tra loro, come avviene in economia; una complessità dei sistemi fisici fuori dell'equilibrio, come nei cosiddetti vetri di spin; una complessità di ispirazione biologica. Usiamo algoritmi, teoremi, con forte rigore formale. E i risultati cominciano a vedersi". |
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