3) IL POTERE DEI PARADIGMI
Dal '68 e per tutti gli anni settanta si era svilupppato un intenso dibattito politico-epistemologico che, per approssimazioni successive, era (quasi) riuscito a delineare la vera natura del problema, però non si è riusciti ad andare fino in fondo.

Grazie al lavoro di Thomas Kuhn si era capito che la natura dello sviluppo della scienza avveniva per "rivoluzioni scientifiche" accompagnate da drastiche "sostituzioni di paradigma".

Ciò comporta il fatto fondamentale che "l'educazione di uno scienziato" avviene all'interno di un paradigma precostituito e assolutamente nulla viene lasciato allo sviluppo delle sue possibilità critiche, per il semplice fatto che ciò indebolirebbe le capacità di assilmilazione e di produttività nella risoluzione dei "rompicapo" all'interno del paradigma costituito. I cosiddetti "scienziati normali", come li chiama Kuhn, devono appunto essere normalizzati altrimenti non sarebbero in grado di sviluppare la loro funzione, che in ambito scientifico è fortemente selettiva e non ammette certamente personale inadatto, incerto o troppo impegnato a riflettere criticamente sul suo ruolo. Ciò comporta conseguenze apparentemente paradossali. Per esempio oggi non è più necessario che i fisici abbiano effettivamente capito la fisica, l'importante è che essi sappiano applicare con rigore il suo linguaggio altamente matematizzato e ricercare nelle potenzialità e nei meandri e di una teoria, qualche nuovo risultato che faccia accrescere il "mega-store" della conoscenza. Infatti è certo che la maggior parte dei fisici non ha capito la Meccanica Quantistica, cioè non è consapevole delle contraddizioni intrinseche e del significato ontologico di questa teoria.

Ciò che importa è che i fisici sappiano usare il formalismo matematico della teoria e che producano risultati in accordo con i dati sperimentali e, perchè no, soprattutto, scuscettibili di ricaduta tecnologica.

La storia insegna che pochi sono gli "scienziati rivoluzionari" che nel manifestarsi della crisi di un paradigma costituito, riescono a trovare le idee per fondare un "nuovo paradigma".

Fino a che non si apre una nuova prospettiva, continua a restare in vigore il paradigma esistente anche se si trova in crisi. In realtà il "vecchio paradigma" cessa di esistere solo quando muoiono i suoi sostenitori.

Altresì nella affermazione di un nuovo paradigma non concorrono solo motivi fondati su basi di razionalità epistemologica ma anche aspettative "fideistiche" sulle promesse e sulle potenzialità, anche prevalentemente inespresse, della nuova visione del mondo che il paradigma prefigura. In linea di principio i motivi della crisi di un paradigma potrebbero dare luogo a diverse soluzioni, se nel dibattito scientifico subentrassero (in maniera esplicita e ragionata) priorità di tipo morale e sociale. Ciò che domina invece è la super specializzazione della "tecnologia mentale" dello scienziato che gli impedisce di rallentare, in chiave autoriflessiva, la sua bramosia di carpire e manipolare i "segreti della natura".

Lo scienziato è dunque un coatto manipolatore, magari convinto di essere alla "ricerca della verità" senza rendersi conto che le possibiltà di attraversare la realtà delle cose sono molteplici. Vero è che, una volta che la realtà è stata contaminata dalle epistemologie di dominio, molto difficile risulta pensare a percorsi alternativi.