La guerra contro le donne, le donne contro la guerra
Tratto dal volantone "Feminis, etnîs, violenzis" - Dumbles 1993

La barbarie, l’ipocrisia e l'ignoranza sembrano non avere mai fine. E la barbarie dell’oggi ha sempre qualcosa di nuovo e più perverso rispetto a quella di ieri.
Lo stupro di migliaia di donne in Bosnia rappresenta questo. Migliaia di donne e bambine torturate e violentate, tante sgozzate, alcune squartate, molte incinte, costrette a generare i figli del nemico; figli come inconsapevoli esseri e tangibili simboli che condanneranno le madri (soprattutto se di religione musulmana) ad essere ripudiate ed allontanate dal loro stesso popolo.
Chi si attarda ancora nel comprendere La natura del conflitto nella ex Yugoslavia, difficilmente può comprendere la connotazione che qui assume la barbarie.
La stupro: violenza intrinseca del mondo patriarcale, violenza tragicamente ordinaria in guerre passate, presenti e conosciute, violenza agghiacciante e inenarrabile del nazismo e del razzismo, sempre e comunque, in pace e in guerra, crimine contro il genere femminile, -e non da oggi ma da sempre-; diventa qui, oltre a quello che comunque è, uno strumento politico “freddamente pensato a tavolino come arma di guerra e imposta come dovere alle truppe con il fine dichiarato di far generare alle donne un ‘piccolo nemico" “Devo farlo, mi è stato ordinato dai miei comandanti... il fatto è che tu sei musulmana e ci sono troppe persone come te. Dobbiamo distruggervi, dobbiamo eliminarvi e far si che il glorioso popolo serbo prenda il sopravvento in tutta la regione”.
Così la risposta al “perchè?” delle vittime. E le vittime non sono solo musulmane, sono anche serbe e croate, perchè “la guerra in Bosnia è una guerra contro le donne” . Se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, la violenza sessuale è qui mezzo per continuare la guerra, ne è uno strumento, uno strumento caratterizzante. Ma lo stupro è anche strumento caratterizzato nel momento in cui diventa mezzo di compimento della politica attraverso la pratica della "pulizia etnica”. Mezzo efficace a colpire in modo profondo e insanabile un popolo, quello musulmano in particolare, la cui religione condannerà le donne sopravvissute all’abbandono, mentre la paura dell’abbandono già le condanna al silenzio. Solo recentemente ii silenzio su questa violenza si e rotto. Tardi, troppo tardi, dice qualcuna; è vero, quegli stupri erano fin troppo annunclati e prevedibili. Prevedibili quanto lo sono le tragedie inscritte nella natura nazionalista degli stati per i quali l’annientamento delle etnie diverse o minoritarie è condizione del loro essere e del loro espandersi.

Questo è it nodo più profondo e l’origine prima di questo e di tanti altri conflitti, conflitti fra stati vecchi o nuovi per vecchie o nuove ragioni di stato. E se le donne se non ne sono vittime dirette; talvolta, vestendo la divisa di un qualche esercito (che sia in ex Yugoslavia, o che sia, come sperimentalmente è stato e come probabilmente sarà, in Italia), nell’illusione di sposare una ragione che sia anche la loro, ne diventano, consapevoli o inconsapevoli, vittime indirette. Ecco perchè riportiamo la testimonianza di una ex combattente bosniaca e la riportiamo così come è stata tradotta e pubblicata, in friulano, perchè la vorremmo rivolta alle tre ragazze friulane che per due giorni hanno vestito la divisa, e :
a tutte le altre che aspirano a farlo, per far capire loro, come dice Tamara che “i militârs a son compagns in dut il mont".

Da "La Patrie dal Friûl", febbraio 1993