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articolo tratto dal Messaggero Veneto del 14 ottobre 2001
Più gente del previsto in piazza per la pace
Circa 150 i partecipanti secondo le forze dell’ordine, oltre 300 per l’Udine social forum


Una protesta pacifica e dal messaggio chiaro, contro ogni forma di violenza, quella organizzata da Udine social forum in piazza Matteotti ieri pomeriggio. Con un grande assente, però: la politica. Lo dice subito Stefano Franzil, che del forum udinese anti-global è una specie di portavoce: «Abbiamo invitato tutti, ma se si esclude Rifondazione Comunista, che fa parte del gruppo, non c’è nessuno. Vedremo se arrivano». Non arrivano. Né andranno, con loro, alla marcia della pace di Perugia e Assisi su uno dei tre pullman che hanno organizzato. In piazza c’è il sindacato, c’è l’associazionismo, ci sono i centri sociali, parla don Di Piazza e qualche anarchico di questo o di quel gruppo, San Giacomo per un po’ si riempie. Per la polizia non sono più di 150 persone, comunque, per i manifestanti almeno 300, fatto sta che l’unica guerra che accettano è quella dei numeri, comunque si vede più gente del previsto. Anche se, quando da una parte si affacciano cinque giovanotti di Forza Nuova, per un istante gli sguardi di spostano lì, e pare che i più “duri” dell’anarchia siano pronti a scattare. Ma non succede nulla, anche perché tra polizia, carabinieri e vigili urbani, più qualcuno in borghese, saranno stati almeno in trenta a sorvegliare la piazza e chi ci passeggiava inganno di quel che accadeva.
Su striscioni e tazebao si legge un chiaro “Cessate il fuoco!”, si reclama la costruzione di “un altro mondo, contro tutti i massacri e i terrorismi”, si vuole il “silenzio delle bombe”. E Franzil spiega pure che «le varie anime del movimento vanno dalla sinistra estrema al mondo cattolico, dall’Acli a via Volturno, dai Costruttori di pace a Rifondazione». Ma altro parterre della politica locale continua a guardarsi bene dal farsi vedere. E, quando si domanda se la “pace” faccia davvero da denominatore comune a punk e militanti che inneggiano al Che, a giovani universitari di sinistra, con le camicie stirate bene e la giacca “bertinottiana”, a femministe e anarchici con decine di orecchini, non tutti sembrano poi così sicuri. Paolo De Toni, che parla a nome dei centri sociali autogestiti del Friuli, dice: «Io sono pacifista e, per me, la violenza è fatica. Componenti più violente, però, insurrezionalisti, ci sono anche qui. Magari non si vestono di nero come nel nord Europa, ma non lo fanno perché non fa parte dello spirito mediterraneo». E, se Natalino Giacomini della Camera del lavoro della Cgil, riferisce di «profondi dubbi tra i lavoratori – spiega – per un risultato di politica internazionale fallimentare e senza uscita se non si comincia a fare prevenzione, ricostruire la pace sociale e distribuire ricchezza», nel sindacato c’è anche chi parla invece di “ipocrisia” di alcuni gruppi anti-globalizzazione: «Dietro a questi manifesti che inneggiano alla pace – aggiunge infatti Emiliano Giareghi, sempre della Cgil – ci sono i pacifisti, ma anche quelli che nascondono altro pensiero e altre intenzioni. E non lo vengono centro a dire a noi».
Tommaso Cerno