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Pagina 1 - Udine
Primo inventario degli interventi necessari messo a punto dalla Protezione civile. Moretton: la ricostruzione sarà un’operazione immane
Montagna devastata, in una notte 400 frane
Le case delle frazioni più esposte non saranno ricostruite negli stessi luoghi
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ROMA. Valcanale e Canal del Ferro si sono sbriciolate. La lunga siccità sulla quale si è innestato il furore della pioggia di quelle poche ore di venerdì scorso ha reso irriconoscibile un pezzo di territorio friulano, lo ha modificato a colpi di maglio, lo ha trasformato in un buco nero. Il tributo che ancora una volta il Friuli dovrà pagare è pesantissimo: in quelle due valli la devastazione è pari agli effetti del terremoto del ’76 su Buia, Gemona, Osoppo. La differenza è che, al contrario di quella tragedia, il numero delle vittime stavolta è stato limitatissimo, sia perché tutto è avvenuto quando era ancora giorno sia perché l’allarme è stato lanciato in modo tempestivo.
Ma per quanto riguarda la distruzione, i numeri sono ancora più impressionanti di quanto si temeva. Dai continui rilievi fotografici dall’elicottero i tecnici della Regione, della Protezione civile e delle forze dell’ordine hanno fatto un primo inventario delle frane. Se ne contano a centinaia, qualcuno parla addirittura di 400, in una notte. Si legga bene questo numero: 400 frane, dalle più piccole alle più pericolose, come quella che incombeva su Ugovizza e che ieri è stata “disinnescata” con le cariche di esplosivo. Ci vorrà un lavoro enorme e complesso per metterle tutte in sicurezza, per evitare che ai prossimi acquazzoni vengano giù di nuovo e facciano altri danni. «Abbiamo delle difficoltà grandissime ammette il vice presidente della Regione Gianfranco Moretton per garantire la sicurezza soprattutto della viabilità. Centinaia di frane, vi rendete conto? Sarà un’operazione immane, che durerà molti mesi».
Con i vertici nazionali della Protezione civile, la Regione sta predisponendo la prima bozza dell’ordinanza ministeriale con la quale sarà possibile stabilire la delimitazione delle aree colpite, la metodologia da usare per i rimborsi a privati e imprese che hanno subito danni, le procedure straordinarie per lavori pubblici, urbanistici e ambientali in deroga alle norme vigenti per le fasi dell’emergenza e della ricostruzione. Le linee guida dell’ordinanza vedono lo Stato come prim’attore che eroga i finanziamenti, la Regione come tramite e i sette Comuni interessati come centri operativi e di distribuzione delle risorse. Una fotocopia del modello della ricostruzione post terremoto ’76, affinato (purtroppo) dalle esperienze acquisite negli ultimi decenni con altre calamità, per fortuna di minore portata.
Ma se anche i soldi dovessero arrivare in fretta, qualcosa di importante non tornerà più come prima. Le case delle frazioni più esposte, basti pensare a Cucco e a Ugovizza, non saranno ricostruite negli stessi luoghi dov’erano finora. Si opererà una sorta di delocalizzazione, comunque restando nell’ambito della Valcanale e del Canal del Ferro, in quanto è indispensabile che la gente rimanga in montagna.
Insomma, decisioni da prendere ce ne sono molte, così come la mole di lavoro, che è impressionante. Ma la posta in gioco è troppo importante: far rivivere un pezzo di Friuli. (m.c.)
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