Articolo da "Il Gazzettino" del 29 agosto 2005
|
MEDICINA Messa a punto una tecnica che consente di individuare nel sangue degli animali le proteine alterate causa della malattia
Mucca pazza, nuovo test per la diagnosi precoce
|
Roma
Per la prima volta sono state individuate direttamente nel sangue le proteine alterate (prioni) responsabili della malattia della mucca pazza. Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature Medicine e ottenuto negli Stati Uniti in esperimenti condotti su animali, apre la strada alla possibilità di diagnosticare l'encefalopatia spongiforme bovina (Bse) negli animali vivi, cosa fino ad oggi impossibile. La diagnosi si è infatti basata finora solo sull'esame del tessuto cerebrale e poteva quindi essere condotta solo dopo la morte. In futuro potrebbero essere messi a punto anche test analoghi per la diagnosi nell'uomo di malattie da prioni come la Creutzfeldt-Jakob (Cjd) o la sua variante (vCjd), legata all'ingestione di carne bovina infetta.
I primi test per la diagnosi negli animali vivi sono stati condotti nell'Università del Texas a Galveston, con il coordinamento di Claudio Soto, un ricercatore di origine cilena che da anni sta concentrando i suoi sforzi in questo ambito. I test permetteranno di migliorare i controlli sul bestiame evitando il rischio che le carni di bovini apparentemente sani, ma con la malattia in incubazione, finiscano nei nostri piatti.
Nell'uomo il test permetterà di avere finalmente una prima stima delle persone che hanno contratto la malattia ma che non mostrano ancora i sintomi. La malattia della mucca pazza e il suo analogo nell'uomo sono causate dall'alterazione di una proteina normalmente presente nelle cellule dei mammiferi, il prione.
Quando la struttura tridimensionale della proteina si altera, si attiva una reazione a catena che trasforma a sua volta altre proteine sane. È un processo che può durare molti anni prima che i prioni accumulati siano in quantità tale da indurre i segni clinici della malattia. Per questo motivo la malattia ha una lunga incubazione e on è possibile sapere effettivamente quante siano le persone contagiate dalla carne infetta passata sulle tavole prima che la Bse uscisse allo scoperto.
Il test messo a punto da Soto, e già sperimentato mesi fa con successo su materiale neurologico insieme ai ricercatori dell'Istituto neurologico Carlo Besta di Milano guidati da Fabrizio Tagliavini, si profila essere il test giusto per rilevare la presenza di prioni anche quando sono ancora in quantità ridotta nell'animale. Si tratta di un processo di amplificazione, teso cioè ad aumentare il numero di prioni inizialmente presente nel campione. Si chiama metodo di amplificazione ciclica delle proteine dalla forma alterata (PMCA) e si basa su processi ciclici di incubazione/sonicazione.
Dopo questo traguardo, ha dichiarato Soto, «il nostro obiettivo è riuscire ad individuare la presenza di prioni prima che si manifesti la malattia». «Oltre alla rilevazione dei casi pre-sintomatici l'obiettivo è di adattare la tecnologia all'esame del sangue umano, cosa che non dovrebbe essere difficile perché i principi sono esattamente gli stessi», ha detto ancora il ricercatore. «Non appena avremo questa possibilità ha concluso Soto useremo la tecnica per valutare quanto è esteso il contagio della forma atipica della nuova variante della malattia di Creutzfeldt-Jakob analizzando il sangue di persone sane». |
|
|