Articolo da "Il Manifesto" del 11 giugno 2004

Palermo, paura Mucca pazza
La malattia avrebbe colpito una donna trentenne. I familiari non autorizzano l'unico prelievo che potrebbe dare risultati certi
Grave una ragazza. I medici: l'andamento clinico confermerebbe la presenza del morbo

ALFREDO PECORARO
PALERMO
Si pensava a normali disturbi psichici ma dopo dieci giorni di analisi i medici hanno deciso di inviare le cartelle cliniche all'Istituto superiore della sanità: sospetto caso di variante del morbo di Creutzfeldt-Jakob (vCJD) c'è scritto nel rapporto. Non ci può essere la certezza, ma dall'andamento clinico e dal decorso della malattia, i sintomi, secondo i medici di una clinica privata di Palermo specializzata in Neuropsichiatrica, con probabilità sarebbero quelli della forma umana della malattia neurologica legata al consumo di carne proveniente da animali con il morbo della mucca pazza. La malattia avrebbe colpito una donna trentenne, residente nella provincia di Palermo, dimessa dopo dieci giorni d'osservazione. All'inizio la paziente era stata ricoverata per problemi di natura psichica, «ma l'andamento clinico della malattia - dice il responsabile del reparto di Neuropsichiatria della clinica - purtroppo depone con probabilità per la variante umana della sindrome di Creutzfekldt-Jakob». L'unica prova per approntare una diagnosi, anche se non vi è la certezza al 100%, potrebbe fornirla il prelievo della mucosa delle tonsille, operazione che può svolgere solo una clinica specialistica di Londra. Ma i familiari della paziente, afferma il responsabile del reparto di Neuropsichiatria, «non hanno autorizzato il prelievo, ciò è comprensibile, noi comunque eravamo disponibili».I pazienti e i loro familiari - spiegano gli specialisti - hanno il diritto di comportarsi come vogliono. I medici, quindi, non possono imporre analisi ed esami particolari. I sanitari, comunque, hanno avvertito i familiari della paziente su quello che potrebbe accadere nei prossimi mesi se la ipotesi prospettata si rivelerà giusta. La certezza che si tratta della variante umana del morbo della mucca pazza, secondo gli esperti, oggi è possibile solo dopo la morte del malato con l'autopsia. Alla ragazza di Menfi (Agrigento), morta nell'agosto 2003 a 27 anni e unico caso in Italia di variante umana, la vCJD venne diagnosticata nel febbraio 2002. La paziente morì nell'ospedale Besta di Milano e la diagnosi venne provata dagli esami istologici compiuti dalla «Prion clinic» a Londra.

I sintomi iniziali, ribadiscono i medici, sembravano quelli tipici di normali disturbi psichici, poi alcuni esami hanno appurato la similitudine dei sintomi con precedenti esperienze di Creutzfeldt-Jakob come avviene di norma nel 50% dei casi che riguardano questa particolare malattia. «Poi - sostengono i medici - la donna ha cominciato ad avere difficoltà a svolgere i compiti più semplici, presentava una forma di depressione non comune». Sul presunto «caso» gli esperti, tuttavia, suggeriscono la massima cautela. «Finché non vi sono responsi certi sulla malattia, ottenibili solo con l'analisi della mucosa delle tonsille del paziente o con l'autopsia del cadavere - afferma Federico Piccoli, direttore del dipartimento universitario di Neurologia, Psichiatria, Otorinolaringoiatra di Palermo - qualsiasi diagnosi è azzardata ed è pura illazione. Non si può parlare neanche di probabilità che la malattia si sia manifestata». Piccoli, che si occupò del caso della ragazza di Menfi, aggiunge che «in medicina non vi è nulla d'impossibile». «In teoria è raro un caso di Creutzfekldt-Jakob, non variante umana della Bse, in pazienti giovani - osserva - ma non è impossibile, e viceversa. Ma la diagnosi dev'essere precisa e basata su prove certe».

Dalla clinica specializzata, però, sostengono di aver comparato l'andamento clinico della paziente con altri tre casi di Creutzfeldt-Jakob che hanno colpito pazienti con un età superiore a 50 anni, e in quel caso si era trattato della variante sporadica. Piccoli lancia poi un appello per rispettare la privacy della paziente. «Posso capire - dice - il comportamento della famiglia della paziente palermitana, di cui non si ha certezza di diagnosi, che secondo me vuol evitare di essere rincorsa dai media. So bene quello che si è scatenato quando si sparse la notizia della povera studentessa di Menfi: i giornalisti rincorsero i familiari, cercavano fotografie e notizie. I pazienti, le famiglie, hanno diritto a tutelare la propria privacy».