| Palermo, paura Mucca pazza La malattia avrebbe colpito una donna trentenne. I familiari non autorizzano l'unico prelievo che potrebbe dare risultati certi Grave una ragazza. I medici: l'andamento clinico confermerebbe la presenza del morbo ALFREDO PECORARO I sintomi iniziali, ribadiscono i medici, sembravano quelli tipici di normali disturbi psichici, poi alcuni esami hanno appurato la similitudine dei sintomi con precedenti esperienze di Creutzfeldt-Jakob come avviene di norma nel 50% dei casi che riguardano questa particolare malattia. «Poi - sostengono i medici - la donna ha cominciato ad avere difficoltà a svolgere i compiti più semplici, presentava una forma di depressione non comune». Sul presunto «caso» gli esperti, tuttavia, suggeriscono la massima cautela. «Finché non vi sono responsi certi sulla malattia, ottenibili solo con l'analisi della mucosa delle tonsille del paziente o con l'autopsia del cadavere - afferma Federico Piccoli, direttore del dipartimento universitario di Neurologia, Psichiatria, Otorinolaringoiatra di Palermo - qualsiasi diagnosi è azzardata ed è pura illazione. Non si può parlare neanche di probabilità che la malattia si sia manifestata». Piccoli, che si occupò del caso della ragazza di Menfi, aggiunge che «in medicina non vi è nulla d'impossibile». «In teoria è raro un caso di Creutzfekldt-Jakob, non variante umana della Bse, in pazienti giovani - osserva - ma non è impossibile, e viceversa. Ma la diagnosi dev'essere precisa e basata su prove certe». Dalla clinica specializzata, però, sostengono di aver comparato l'andamento clinico della paziente con altri tre casi di Creutzfeldt-Jakob che hanno colpito pazienti con un età superiore a 50 anni, e in quel caso si era trattato della variante sporadica. Piccoli lancia poi un appello per rispettare la privacy della paziente. «Posso capire - dice - il comportamento della famiglia della paziente palermitana, di cui non si ha certezza di diagnosi, che secondo me vuol evitare di essere rincorsa dai media. So bene quello che si è scatenato quando si sparse la notizia della povera studentessa di Menfi: i giornalisti rincorsero i familiari, cercavano fotografie e notizie. I pazienti, le famiglie, hanno diritto a tutelare la propria privacy». |
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