"Siamo disposti a tollerare qualsiasi cosa pur di non cambiare i nostri assiomi sulle madri"
(George Eliot)
dall'introduzione:

"Il concetto di istinto materno come spirito di sacrificio, dedizione e gentilezza non è solo un mito, è una clamorosa mistificazione. Basta osservare la Natura (...) per verificare che in tutto il regno animale le cure materne non sono affatto scontate, ma dipendono dalle decisioni delle femmine in merito alla possibilità di sopravvivenza della prole e di se stesse. E che non è il maschio, bensì la femmina a sovrintendere e controllare il perpeturasi della specie. Con qualunque mezzo.
La Hrdy, che anni fa rivoluzionò lo studio dei primati dimostrando che alcune scimmie praticavano l'infanticidio sistematico (...) Descrive Madre Natura come "una signora dalle brutte abitudini", che non sottilizza sui mezzi per controllare le nascite, incline all'eliminazione dei nascituri o all'abbandono dei neonati intempestivi o poco convenienti. Definisce la selezione naturale come il risultato di conflitti brutali e di inattese collaborazioni, di adattamenti a un ambiente e a circostanze spietate verso i più deboli. Spiega come durante l'evoluzione delle specie la maternità sia stata una corsa attraverso un campo minato, la ricerca di un equilibrio tra scelta femminile a favore della qualità della discendenza e scelta maschile a favore della quantità.
Sulla base di una documentazione impressionante per ampiezza e precisione, che spazia dalla paleontologia alla storia, dalla biologia all'etologia, dalla psicologia all'antropologia, giungendo fino alle ricerche più recenti in genetica, neurologia ed embriologia, Sarah Blaffer Hrdy dimostra che l'istinto materno è un'invenzione degli scienziati ai tempi della regina Vittoria. (...)"

Alcuni brani.

Effetti materni

Per specie quali i primati la madre è l’ambiente, o per lo meno il suo elemento basilare durante la fase più pericolosa della vita di un individuo. Perché una fecondazione vada in porto, deve essere una madre fortunata in grado di sapersela cavare in un mondo di carestie, predatori, agenti patogeni e perfino individui congeneri. Ciò che le madri sono e fanno facilita o intralcia l’adattamento a nuove condizioni; per esempio, trasmettono ai piccoli le proprie difese immunitarie (attraverso l' allattamento) e li rendono più vigorosi. Quel lancio sulla strada giusta può cominciare anche prima della fecondazione (vedi Tavola 1 dell’inserto).
Verso la fine del Seicento, gli scienziati credevano di vedere sotto il microscopio un homunculus racchiuso nello spermatozoo umano, in attesa di essere depositato in un grembo. Perfino dopo che net 1827 l’embriologo Karl Ernst von Baer aveva fornito una descrizione più accurata dell’ovulo dei mammiferi e aveva convinto i colleghi che era sbagliato credere che degli esseri umani in miniatura venissero trapiantati già bell’e fatti nell’utero femminile si continuò a pensare che soltanto gli uomini orientassero il corso dell’evoluzione. Le madri contribuivano solo con i propri ovuli, recipienti passivi in attesa della forza vitale portata dai maschi.
Ma era inesatto anche quello: invece di essere penetrato dallo spermatozoo, l'ovulo (l’oocita) più esattamente lo ingloba, molto probabilmente scegliendo quale spermatozoo accettare e producendo le sostanze chimiche necessarie perché la fecondazione avvenga. Lo spermatozoo è quasi soltanto nucleo; l’oocita contiene diversi ingredienti, nucleo e citoplasma. Una volta inglobato lo spermatozoo nell’ovulo, le istruzioni materne iniziano a operare e i nutrienti immagazzinati prima della fecondazione suppliscono ai bisogni dell'embrione che si sviluppa. In particolare, l’oocita proviene da cellule che, ancora prima della fecondazione, avevano iniziato a dividersi 4 volte, per un totale di 16 cellule. Una di queste diventa l’oocita e le altre "cellule badanti" che fabbricano nutrienti e altri materiali da trasmettere attraverso il citoplasma.26
Questo vuol dire che lo sviluppo embrionale è sotto controllo materno prima ancora che i geni paterni, portati dallo spermatozoo, siano attivati. L’accettazione dello spermatozoo da parte dell’ovulo innesca quindi gli effetti materni: il protoplasma della madre prepara l’embrione allo sviluppo e prelude ai molti effetti matemi possibili.
U
no degli effetti materni più sorprendenti riguarda proprio i particolari ingredienti trasmessi dalla madre nel citoplasma degli ovuli, e smentisce tutte le aspettative stereotipate sulla virtù materna, in particolare sulla <<madonna>> che dovrebbe essere una madre più adatta della "puttana ". E invece un caso in cui sono proprio le femmes fatales a essere le madri migliori.
Immaginate luci che lampeggiano nella notte afosa. Non cercano di attirare i vacanzieri in discoteca, ma provengono da organi fosforescenti sull’addome delle femmine di lucciole Photuris che emettono segnali chimici luminosi. Imitano i richiami sessuali di altre specie di un genere imparentato, Photinus, le cui femmine si sono davvero evolute per indicare con segnali luminosi la disponibilità ad accoppiarsi e i cui maschi si sono evoluti, attraverso la selezione sessuale, per andare a raggiungerle. Ma quando si presenta il corteggiatore Photinus, la femmina Photuris lo divora, ne ingerisce le difese chimiche e le trasmette alla discendenza. Questa, grazie allo stratagemma matemo, ha maggiore probabilità di sopravvivere fino all’età adulta.
La futura madre Photinus ricava qualcosa di più di un pasto: si appropria delle armi della vittima, che ha l’insolita capacità di produrre steroidi difensivi per cui uccelli e ragni predatori la trovano immangiabile. Trasmette quindi anche questa protezione chimica alle uova che sta per deporre, regalando loro il bottino chimico.27
Casi simili sono il pane quotidiano dei sociobiologi che, come Mary Jane West-Eberhard, si occupano dello sviluppo embrionale. Per lei, l’individualizzazione inizia come un effetto materno. L’ovulo di un animale, o il seme di una pianta, è un fenotipo altamente organizzato e attivo prima ancora di essere fecondato. Ci invita a osservare l’inizio di una vita da rana. Ore dopo la fecondazione, la blastula (il primo stadio dell’embrione) si è divisa rapidamente e ha già 4000 cellule, ma ancora non sono stati attivati i gem dell’embrione stesso. Le uniche istruzioni che riceve provengono dagli ormoni e dalle proteine in circolazione nel citoplasma. Lungi dall’essere geneticamente determinato, il primissimo sviluppo del nuovo individuo, con il suo fenotipo di seconda mano, è influenzato dalla condizione materna, dalla sua alimentazione o dalla sua storia personale. A questo si riferisce West- Eberhard quando sbotta: <<I geni nudi e crudi sono i materiali pià impotenti e inutili che si possano immaginare >>. II fenotipo dell’embrione è determinato inizialmente dalla sola madre, attraverso un effetto materno del tutto ignoto fino a pochi anni fa.~
La West-Eberhard è stata in prima linea tra quelli che hanno cercato di integrare la plasticità comportamentale di entranbi i sessi nella teoria evoluzionista. Specialista delle vespe, è affascinata dai molti modi in cui individui geneticamente simili possono essere dirottati verso uno sviluppo diverso. Secondo le condizioni incontrate nei primi momenti di vita. Uno stesso genotipo (o genotipi molto simili, come nel caso di fratelli) può svilupparsi in un organismo che ha un aspetto e un comportamento molto diverso (ovvero che presenta un fenotipo diverso).29
II fenomeno dei fenotipi alternativi innescati dall’ambiente all’interno di una stessa popolazione è detto <<polifenismo>> (vale a dire che uno stesso genotipo produce più di un fenotipo). Dopo averlo trascurato a lungo, i genetisti stanno finalmente cercando di capirne i segreti. Con un’avvertenza: gli scienziati dovrebbero sempre ricordarsi che il contesto conta, prima di cedere alla tentazione di identificare un gene <<per>> una particolare caratteristica.

Il retaggio ancestrale delle madri

L
a gravidanza e la matenità cambiano una donna per sempre. Non mi riferisco soltanto all’erosione di risorse materne come il calcio, al rilassamento e alla ridistribuzione dei tessuti o alle alterazioni del livelli ormonali, ma a innumerevoli effetti più sottili. Tanto per cominciare, un feto — di cui metà del materiale genetico proviene da un organismo alieno — secerne enzimi che bloccano una componente essenziale delle difese immunitarie mateme e creano un’area protetta in cui l’embrione può svilupparsi. Processi simili non terminano sempre con il parto. Cellule fetali possono restare nel corpo della madre anche per ventisette anni e in determinate circostanze innescare reazioni autoimmuni che portano alla sclerodermia, un indurimento dei tessuti connettivi.~
La gravidanza, il travaglio e il parto modificano il cervello; portano a nuovi percorsi neurali e accentuano la percezione olfattiva e acustica. Sono trasformazioni che vengono indagate soprattutto in animali di laboratorio, ma che quasi sicuramente accadono anche nelle donne. Molte madri percepiscono il neonato a tal punto come una parte di sé che, secondi prima che inizi a piangere, provano un formicolio nei capezzoli e il latte fuoriesce. Quando dicono, come ho fatto io, di essere state trasformate dalla nascita del primo figlio, non parlano soltanto per metafora.
Il corpo materno si sincronizza con i bisogni del neonato e si concentra
sul suo benessere. In parte sono reazioni fisiologiche antichissime: la prolattina, l’ormone che coordina la risposta materna alla domanda di latte da parte del neonato, già orchestrava le metamorfosi degli anfibi e controllava il giusto contenuto d’acqua nei tessuti dei pesci ossei d’acqua dolce milioni di anni prima che esistessero i mammiferi (vedi capitolo 6, per il ruolo di questo ormone versatile). Ogni aspetto della nostra neurochimica ha una storia ricca e contorta; è una testimonianza dell’abbondante e antica eredità che condividiamo con lombrichi, anfibi, piccoli mammiferi e altri primati.
Molte emozioni che proviamo oggi, molte nostre reazioni autonome, si sono evolute negli ambienti popolati da antenati remoti, in situazioni che non esistono o non importano più. Eppure le abbiamo ereditate e continuano a condizionare ciò che siamo.

Le origini della compassione

Quasi tutti gli zoologi concordano sul fatto che fra i mammiferi che vivono in gruppi sociali, le figlie rimangono in genere con la madre, nella famiglia matrilineare. E vero anche per quasi tutte le proscimmie e le scimmie. Tenuto conto di questo, Keverne ha ipotizzato che 1’ associazione prolungata fra parenti femmine sia stato 1’ ambiente sociale evolutivo in cui si sono sviluppate aree "esecutive" del cervello, quelle della corteccia che permettono agli animali di cogliere le situazioni sociali e di trovare le strategie coerenti per affrontarle. Le pressioni selettive che favorirono l'evoluzione del cervello esecutivo non si possono capire senza tenere conto dei raggruppamenti matrilineari.3’
...........

I contributi materni sono fisiologici ma anche sociali. Più di ogni altro individuo, la madre determina con quali altri animali (della cucciolata o della famiglia matema) il neonato si associerà. Attraverso il proprio comportamento lei determina quali altri individui verranno identificati dai figli come "conspecifici famigliari" e quindi trattati come membri della famiglia.32
S
e confermata, la ricerca di Keverne avrà svelato che gli attributi sociali dei mammiferi e le relazioni che li accompagnano rientrano tra gli effetti materni più straordinari che si conoscano. 0gni creatura con un’ intelligenza sociale in grado di reagire agli altri in quanto individui e di formare rapporti durevoli condivide questa eredità dei mammiferi. Tutti discendono infatti da antenate il cui ciclo vitale era caratterizzato dalla lunga e intima relazione tra la madre e il lattante.33
Siamo ancora agli inizi di una ricerca che si svolge nel punto d’incontro tra geni, neuroscienza e comportamento. Ma già si capisce che la via lattea ha avviato l’evoluzione di una relazione incantata tra i piccoli e la loro ospite. Dalle barriere coralline alle vespe, molti organismi sono sociali; perfino un girino o una seppia hanno abbastanza neuroni da distinguere tra famigliari ed estranei. Molti animali reagiscono a stimoli e segnali aiutando un altro:
un padre uccello, per esempio, fa cadere cibo in un becco spalancato. Ma soltanto con quelli della via lattea Madre Natura, da vecchia opportunista, ha provato combinaziom endocrine diverse e selezionato quelle che promuovevano le relazioni sociali più favorevoli alla sopravvivenza dei neonati e al successo riproduttivo a lungo termine della madre. Il sesso non sarà destino nel senso che una femmina deve per forza occuparsi della prole, ma la lattazione richiede che una femmina stia in contatto con il figlio. Questa associazione prolungata è stata insieme il caso e la necessità per l’evoluzione dell’ " intelligenza sociale".

MADRI