SABATO, 24 NOVEMBRE 2001 articolo tratto da La Repubblica

Pagina 7 - Esteri

E L'ISLAM SI DIVIDE

MAGDI ALLAM

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«PERCHE' odiano a tal punto i mujahiddin arabi da volerli vedere tutti morti, mentre con i Taliban afgani si mostra umanità e si danno loro delle garanzie per uscire vivi dall'assedio di Kunduz? Per il solo fatto che sei arabo, ovunque ti trovi, ti odiano».

A parlare è un signore sulla sessantina che fuma una sigaretta dietro l'altra. L'affermazione merita certamente una profonda riflessione dal momento che a minacciare di morte i mujahiddin arabi che combattono agli ordini di Osama Bin Laden sono principalmente altri mujahiddin, cioè altri combattenti islamici, ma di nazionalità afgana e membri della cosiddetta Alleanza del Nord. Ci troviamo all'interno di una delle tante diwaniye, assemblee comunitarie, che animano le serate del Kuwait in questo fresco e gradevole mese di Ramadan.

«Mi sembra ovvio che gli afgani considerino Bin Laden e tutto il suo esercito di mujahiddin arabi responsabili della catastrofe che si è abbattuta sul loro paese», interviene un uomo di mezz'età, «e non credo che abbiano torto. Questi terroristi sono una catastrofe per tutta l'umanità».

«Bene! Oggi sono dei terroristi da giustiziare a migliaia sul campo di battaglia in Afghanistan! Ma vi ricordate com'è che sono arrivati in Afghanistan? Che cosa ci sono andati a fare? Chi li ha mandati?», irrompe con un tono appassionato e irritato un giovane con gli occhialetti, «quando combattevano i sovietici li applaudivamo e li consideravamo degli eroi; i governi dell'Egitto, dell'Arabia Saudita e dello Yemen faceva loro ponti d'oro perché adempissero quello che veniva considerato un sacro dovere islamico; l'America li addestrava e li armava. Poi, una volta cacciati i sovietici, da un giorno all'altro da eroi sono diventati dei terroristi, indesiderati in Afghanistan, nei loro stessi paesi e ovunque nel mondo».

«Sono d'accordo. Molti di loro sono diventati quel che sono diventati perché non avevano alternative», sostiene il primo signore anziano, «Oggi i loro governi dovrebbe intervenire per impedire che vengono giustiziati sommariamente. La legge che tutela i prigionieri di guerra deve valere anche per loro. In Afghanistan ci sono centinaia di mujahidin kuwaitiani. Vorrei che il nostro governo intervenisse per ottenere la loro consegna e il loro processo qui in Kuwait».

«Questa gente è andata in Afghanistan perché voleva dar vita allo Stato islamico, è gente che da sempre combatte per fede, non cambieranno mai anche se dovessero trascorrere tutto il resto della loro vita in prigione», ribatte con tono pessimistico l'uomo di mezz'età, «i governi arabi lo sanno bene ed è per questo che non li vogliono».

Sembra proprio che per migliaia di giovani combattenti arabi votati alla causa di Osama Bin Laden la sorte sia segnata. Loro sono musulmani, i loro governi sono musulmani, i loro alleati Taliban sono musulmani, i loro nemici dell'Alleanza del Nord sono musulmani.

Sono tutti musulmani eppure ciascuno è diverso ed è in conflitto con l'altro. Il dramma dei mujahiddin è emblematico della realtà dell'islam che è chiaramente plurale ma certamente non pluralista.