Articolo tratto da La Repubblica di giovedì 11 ottobre 2001
"Se l'America ce lo chiederà

manderemo le nostre truppe"

Gianfranco Fini, vicepresidente del Consiglio: "Questo conflitto si allargherà, faremo la nostra parte"

L'INTERVISTA

STEFANO MARRONI

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ROMA - «Io non so, oggi, fino a che punto possa arrivare il nostro impegno militare a fianco degli Stati uniti nella lotta contro il terrorismo. Non lo so, perché la logica stessa dell'articolo 5 del Patto Atlantico subordina l'intervento a una richiesta precisa che non c'è stata, e che probabilmente ci verrà fatta solo quando Berlusconi incontrerà George Bush a Washington. Quel che so per certo, è che una volta stabilito cosa c'è bisogno che l'Italia faccia, noi non ci tireremo indietro. E andremo avanti all the way, come dicono gli americani. Fino in fondo».

È un Gianfranco Fini in larga parte inedito, quello che nel quarto giorno della "nuova guerra" non perde un attimo di vista il televideo, sullo schermo nel suo ufficio a Palazzo Chigi. Un Fini che quasi schiva le polemiche, che tiene basso il tiro sull'Ulivo in pezzi spiegando che è soprattutto «una crisi di leadership» a incrinare - dice - «la credibilità internazionale del centrosinistra». E rubrica i mal di pancia nella maggioranza da caso politico a sintomo di un banale «scarso coinvolgimento» dei parlamentari polisti. Vuol darsi un altro profilo, il vicepremier, mentre l'insieme del governo paga pegno a quattro settimane di incertezze e confuse comunicazioni: l'aria di chi ha definitivamente passato il guado, e messo parte mezzi toni e furbizie. Faremo la nostra parte, ripete agli alleati, anche se si trattasse di andare oltre la cattura di Bin Laden in Afghanistan. E siamo pronti a un giro di vite sul fronte della sicurezza interna - assicura agli italiani - per sradicare le cellule del terrore islamico.

Cosa vuol dire fino in fondo, presidente Fini? Che davvero anche truppe italiane potrebbero partecipare all'attacco sul terreno che pare imminente, in Afghanistan?

«Certamente sì. Disponiamo di eccellenti unità d'elite, formate da volontari motivatissimi e perfettamente addestrati. Sarebbero perfettamente in grado di intervenire con efficacia. Gli alleati sanno però che purtroppo non si tratta di unità numerose. E per questo ritengo che alla fine siano altre, le opzioni più probabili».

Il cosiddetto turn over nei Balcani, ad esempio?

«Se le operazioni andranno avanti a lungo, ci potrebbe essere bisogno di rimpiazzare parte almeno dei contingenti angloamericani in Kossovo e Macedonia. Ma siamo già impegnati, per dire una, a dislocare nostre unità navali nel Mediterraneo orientale. E anche alla partecipazione di Awacs con equipaggi in parte italiani alle missioni di controllo dello spazio aereo».

Ma l'Italia è in grado di andare "fino in fondo"?

«Non mi aspetto dalla Nato richieste non all'altezza delle nostre capacità, francamente».

Parlavo più del sistemaItalia che delle forze armate, in realtà. Come reagiranno le famose mamme italiane, se davvero faremo partire qualcuno per l'Afghanistan?

«È un'ipotesi remota, torno a dire. Ma se si verificasse, sarebbe nostro dovere ricordare al paese che partecipare a un'alleanza comporta anche il rispetto di impegni, per pericolosi che siano. A maggior ragione se si tratta di adempiere ad un impegno sacrosanto come la caccia a Bin Laden e la punizione di chi lo protegge».

Per la verità, adesso l'impressione è che la guerra potrebbe estendersi presto anche a paesi che con Bin Laden non c'entrano.

«Se l'obiettivo è garantire la sicurezza, l'impegno non può che essere a colpire il terrorismo ovunque si annidi, insieme a chi lo copre. Non ci sono, non ci possono essere delle zone franche».

Vuol dire che presto potrebbe essere la volta anche dell'Iraq, o del Libano? Della Cecenia, del Nicaragua?

«Vuol dire quello che vuole dire».

Ci vorranno altre "prove"? Lei ha visto le famose prove contro Bin Laden?

«Anche se quelle prove non ci fossero affatto, e ci sono, credo converrà anche lei che il video di Bin Laden toglie ogni dubbio sia sulle sue responsabilità che su quella dei Taliban».

Quel che colpisce in quel video è però soprattutto il richiamo all'idea che l'attacco ad un musulmano è un attacco a tutti i musulmani della Terra: una specie di articolo 5 islamico, che potrebbe davvero innescare il famoso "scontro di civiltà".

«È un rischio, certo. Bin Laden fa politica. È a suo modo un leader, persegue una strategia che è senza dubbio criminale, ma ha una sua folle lucidità: un disegno che ha chiaramente nel mirino, con l'Occidente e Israele, i governanti islamici moderati. Ma questo consente secondo me di apprezzare ancora di più la statura di Bush. Per il modo, intanto, in cui ha saputo reggere l'onda emotiva alzata negli Usa dall'attacco dell'11 settembre. E soprattutto per l'abilità con cui ha saputo costruire una coalizione politica e militare che non ha precedenti - ha ragione D'Alema - per ampiezza e qualità. Per questo non credo sia ineluttabile, lo scenario "Islamcontrorestodel mondo". Molto dipende da noi, dalla nostra capacità di togliere al pesce del terrorismo l'acqua in cui nuota. E credo che Berlusconi, martedì sera, abbia fatto la sua parte per evitarlo».

Si potrebbe dire "finalmente", viste le reazioni non solo islamiche alla sua famosa sortita di Berlino.

«Su quell'episodio è stata imbastita una strumentalizzazione inaccettabile, potenziata dal provincialismo con cui spesso si leggono, da noi, le vicende della politica internazionale. Come quella del presunto freddo americano, o della telefonata di Cheney...».

Ne è convinto? Non l'hanno mai imbarazzata, le uscite del presidente del Consiglio? O questa sensazione di una politica ondivaga che ha tanto messo in allarme i nostri alleati?

«Di questo allarme mi parla lei. Gli americani vanno alla sostanza delle cose: non spaccano il capello in quattro, come noi, sanno perfettamente qual è il nostro orientamento. E con gli arabi il chiarimento è stato definitivo. Il resto sono chiacchiere da bar. Sarebbe bene starne tutti lontani, quando sono in gioco gli interessi del paese: ma io comunque non ne voglio fare».

Sono chiacchiere da bar anche le preoccupazioni svizzere e americane per gli effetti della nuova legge sulle rogatorie internazionali?

«Rimango dell'impressione che la maggior parte di chi si scaglia in buona fede contro quella legge non l'abbia nemmeno letta. E ne sono così sicuro che rilancio la sfida che ho avuto modo di proporre a D'Alema: quella di stilare tra sei mesi una lista dei terroristi, dei pedofili, degli assassini che ne avranno beneficiato. Sono sicuro che non ci riuscirà. E anche che ci chiederà scusa».

Le notizie di questi giorni stanno diffondendo un allarme crescente per la possibilità di attacchi terroristici.

«Guardi, io credo sia un errore considerare l'Italia alla stregua di un bersaglio privilegiato. Ma sarebbe altrettanto stupido dire che si può dormire tra due guanciali. Le indagini della polizia, gli arresti, sono lì a ricordarci che siamo un paese esposto, che la nostra posizione geografica può aver favorito l'impianto in Italia di cellule operative del terrorismo islamico. Abbiamo il dovere di fare tutto il possibile per garantire sicurezza effettiva ai cittadini, di ricordarci che l'11 settembre ha cambiato anche le priorità in quel che la gente si aspetta dallo Stato. E non possiamo non riconoscere che la nostra legislazione attuale è per molti versi figlia di un tempo in cui il rischio terrorismo era basso».

State pensando a una stretta? Alla attenuazione di alcune garanzie nei confronti dei sospetti di terrorismo?

«Stiamo valutando il modo di fronteggiare il terrorismo con strumenti efficaci almeno quanto quelli di cui disponiamo contro la mafia: vogliamo garantire ai servizi segreti e alla polizia una maggiore operatività nelle indagini e più tempestività negli interventi di prevenzione».

Significa intercettazioni più facili, fermi più lunghi per i sospetti, carceri speciali, indagini centralizzate?

«Diciamo che se lei lo scrive non la smentirò...».

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