I rischi della scienza in piazza
Commento di ecologiasociale
Ecco un bell'esempio dell'estremo desiderio che hanno gli scienziati di mantenere la separatezza della loro attività dalle contraddizioni del mondo che li circonda.
Sono stati costretti a mobilitarsi perchè gli hanno tagliato i viveri, ma non vogliono assolutamente prendere coscienza di problematiche che potrebbero distoglierli dal loro lavoro.
Si tratta di una condizione intrinseca alla ricerca.
Pericolosamente intrinseca.
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27 novembre 2003

Le mobilitazioni degli scienziati potrebbero avere qualche effetto imprevisto e indesiderato, di cui occorre tener presente anche se la protesta ha giustificazioni e finalità condivisibili

Massimiano Bucchi, Dipartimento di scienze umane e sociali, Università di Trento

Sempre più spesso, da qualche tempo, la comunità scientifica italiana si mobilita con interventi, appelli e manifestazioni pubbliche. Le ultime voci preoccupate si sono alzate all'inizio di ottobre dalla Conferenza dei rettori, riunita a Roma per valutare gli effetti critici della Finanziaria sul futuro delle università. Ma ricordiamo tutti la storica "discesa in campo" del 2001 di un nutrito gruppo di ricercatori italiani, capeggiati dai premi Nobel Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini, insorti contro il ministro per le politiche agricole e forestali, prima con un appello pubblico e poi - fatto inedito non solo per l'Italia - con una manifestazione di protesta. E' difficile non essere d'accordo nel tutelare un diritto fondamentale come la libertà di ricerca o sulla richiesta di essere coinvolti nelle decisioni che riguardano la ricerca. Vi sono però alcuni aspetti da tenere in considerazione.

In primo luogo, infatti, questa massiccia esposizione pubblica dei ricercatori avviene in un momento di accentuata sensibilizzazione dell'opinione pubblica nei confronti della scienza e di alcune sue applicazioni. Vicende quali per esempio quelle della mucca pazza, o le stesse discussioni legate alle biotecnologie, sono state almeno in una certa misura interpretate dai mass media e dal pubblico come esempi di scarsa capacità, da parte degli esperti scientifici, di fornire risposte adeguate ai bisogni della società, quando non di esplicita responsabilità. "Questa scienza fa paura" ha esordito un'intervistatrice di un telegiornale nazionale, ricordando alla senatrice Levi Montalcini le suddette emergenze.

Il secondo ordine di preoccupazioni è legato al modo in cui siamo ormai abituati a percepire le manifestazioni di piazza - altro ingrediente abituale dell'agenda mediale. Oggi non si protesta in nome di un ideale ma per tutelare un proprio interesse: che sia quello dei lavoratori socialmente utili o degli allevatori di bovini. Tuttavia, gli scienziati sono tra le poche categorie che il pubblico ha tradizionalmente considerato "al di sopra delle parti", in quanto non portatori di un interesse particolare ma di quello comune e superiore della conoscenza. Le poche ricerche in questo campo lo confermano: gli italiani, più dei cittadini di altri paesi europei, ripongono grande fiducia nella scienza e nei suoi esponenti.

I più recenti studi su "opinione pubblica e biotecnologie", mentre fotografano preoccupanti livelli di disinformazione (oltre un intervistato su tre ritiene che i normali pomodori non contengano geni), ci dicono che il 58 per cento si fida degli scienziati "perché lavorano per il bene dell'umanità".

Il rischio è quindi che quella degli scienziati venga assimilata alle consuete rivendicazioni, suscitando dubbi e preoccupazioni inediti ("Adesso anche loro chiedono soldi?" "E perché non vogliono essere regolamentati?" "Hanno forse qualcosa da nascondere?").

Mentre il guscio della "comunità" scientifica garantisce un'immagine - per quanto idealizzata - di consenso interno, nell'arena pubblica è facile risultare divisi. In occasione della mobilitazione del febbraio 2001, infatti, i Verdi mandarono subito in piazza gli scienziati "ecologisti", e la portata dello stesso accordo raggiunto con il ministro Alfonso Pecoraro Scanio e il premier Giuliano Amato fu ridimensionato da alcuni ricercatori.

Da non dimenticare peraltro il rischio che il continuo lamentare, da parte dei ricercatori, la scarsa attenzione della politica e l'ostilità dell'opinione pubblica si trasformi in ciò che i sociologi chiamano "profezia che si autoadempie". Se un banchiere continua ad andare in giro a dire che non è giusto che la sua banca sia considerata inaffidabile, è molto probabile che prima o poi i clienti ritireranno dalla banca i propri soldi. Allo stesso modo, se si continua a ribadire a ogni occasione il proprio isolamento e la propria debolezza, vi è il rischio concreto che questa condizione si alimenti e si aggravi.

Infine - e questo forse è l'aspetto più complesso e al tempo stesso forse più serio - la "discesa della scienza in piazza" rappresenta una mossa difficilmente reversibile. Esporsi alla ricerca del sostegno pubblico significa essere poi disposti a sostenere la pressione dell'opinione pubblica. Significa giustificare puntualmente le priorità della ricerca e la loro compatibilità con quelle della società e della politica. Significa, tanto per fare un esempio, abituarsi a dedicare proprio malgrado tempo e risorse alla sperimentazione di un farmaco richiesta "a furor di popolo", come è già accaduto con il caso Di Bella. O, come è capitato negli Stati uniti, modificare la definizione di AIDS per far fronte alle pressioni dei gruppi di attivisti.

Non sono in grado di dire se questa esposizione rappresenti di per sé un bene o un male; il fatto che la si ritrovi con sempre maggiore frequenza lascia pensare che sia destinata a divenire un elemento costitutivo della scienza contemporanea.

Va tuttavia sottolineato che gli scienziati sinora erano sempre stati molto attenti nel limitarla,
proteggendo l'autonomia della scienza come garanzia della sua autentica libertà e presupposto per il suo funzionamento.