LE COMUNITA' INDIANE
HANNO
RAGIONE!
PERCHE' DOVREBBERO FIDARSI DELLE PROMESSE RASSICURANTI E DELLE BUONE INTENZIONI DEGLI UOMINI DI SCIENZA, SEMPRE, PIU' O MENO, COLLEGATI A QUELLI DI POTERE ECONOMICO ED ANCHE POLITICO, COME DIMOSTRA IL CASO DELL'ISLANDA?
ABBIAMO BISOGNO DELLA DIMOSTRAZIONE DELLA SIMILITUDINE GENETICA PER NON ESSERE RAZZISTI?
"VOGLIONO SALVARE IL NOSTRO GENOMA NON NOI", FORSE E' VERO.
GLI INDIANI D'AMERICA NON SONO FORSE STATI DECIMATI, E CONDANNATI ALLA VITA NELLE RISERVE DAI COLONIZZATORI EUROPEI?
ORA SI VORREBBE METTERE IN RISERVA IL LORO DNA, CERTIFICARLO, TANTO PER SAPERE CHE SONO ESISTITI.
L'UNICA CERTIFICAZIONE DEL PASSATO E' LA COSCIENZA DEI CRIMINI CHE SONO STATI COMMESSI CONTRO QUEL POPOLO E CONTRO IL SUO AMBIENTE.
LO SGUARDO VERSO IL FUTURO NON VIENE DA UN DNA CONSERVATO IN MUSEO (O IN BANCA) MA DALLA LIBERTA' ALLA QUALE OGNI POPOLO HA DIRITTO.
"NON SI VENDE LA TERRA DOVE CAMMINA UN POPOLO" (Cavallo Pazzo), MA AGLI INDIANI LA TERRA LA PRESERO UGUALMENTE; NON DARANNO IL LORO DNA... GLIELO PRENDERANNO UGUALMENTE?
(Si sa: "uomo bianco parla con lingua biforcuta")
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Scienza/Avrebbe dovuto raccogliere campioni di sangue di 7.000 gruppi etnici per documentarne e salvaguardarne la diversità. Le comunità indigene invece giudicano razzista la ricerca. E hanno detto no
Progetto Genoma: naufragio in terra dAmerica
di ROMEO BASSOLI
DOVEVA essere una specie di Arca di Noè della diversità umana, ma ad imbarcarsi sarebbero state solo lunghe stringhe di combinazioni di quattro lettere: A, G, T, C. Cioè le basi, i tanti Dna che compongono le diversità sviluppate dall'umanità sul pianeta in millenni di adattamento a climi, ambienti e cibi diversi. Una banca dati delle particolarità genetiche che contraddistinguono le varie etnie. Si chiamava "Progetto per la Diversità del Genoma Umano" (Human Genome Diversity Project) e partiva dai 7.000 linguaggi presenti oggi al mondo (che individuano altrettanti gruppi indigeni) per esplorare la possibilità che ad ogni linguaggio fossero legate alcune caratteristiche genetiche. I dati dovevano essere raggruppati, esaminati e infine messi a disposizione della comunità scientifica.
L'arca doveva preservare la memoria della diversità umana che viene ridotta giorno dopo giorno dalla globalizzazione e dall'urbanizzazione sempre più accelerata. Non era solo un intento accademico: la storia dell'evoluzione genetica dell'uomo permette di capire meglio la sua storia sociale, politica e culturale. E di curare le malattie di oggi.
Invece il progetto è naufragato, "disintegrato" come scrive il quotidiano britannico The Independent, sotto l'accusa di razzismo e di sfruttamento commerciale. Alla fine, dovrà limitarsi ad un piccolo database che colleziona il Dna di 200 differenti gruppi etnici. Come dire: il sogno si è ridotto a qualcosa di 35 volte più piccolo.
Del resto, in questi dieci anni, da quando il genetista italiano emigrato a Stanford, Luca Cavalli Sforza, lanciò l'idea di prelevare e conservare il Dna dei popoli indigeni, il progetto ha vissuto un vero e proprio calvario. Ma quello che l'ha fatto fallire è stato il giudizio di "politicamente scorretto" venuto proprio da quelle popolazioni il cui Dna doveva essere "salvato". E non è stato un processo indolore. Da parte dei leader della comunità degli indiani d'America è stato avanzato il sospetto che dietro il progetto vi fossero delle aziende biotecnologiche pronte a sfruttare le conoscenze geniche scaturite dal progetto per farne terapie e diagnostica da vendere a caro prezzo.
Un po' come è accaduto in Islanda, dove la azienda biotech Decode è riuscita ad accordarsi con il governo islandese per l'"acquisto" dei diritti sulle conoscenze che vengono da una sorta di censimento genetico della popolazione. L'Islanda è stata colonizzata nel IX secolo da vichinghi norvegesi e da irlandesi. Da allora la popolazione si è espansa fino a raggiungere le attuali 270 mila unità, in isolamento quasi totale, preservando una sorta di nucleo genetico originario.
Ma è proprio questo che volevano evitare i leader delle nazioni indiane d'America. Anche perché nessuno si è proposto di pagarli. Il loro slogan, perciò, è stato «vogliono salvare il nostro genoma, non noi». «Sono state montate campagne di bugie - dice Kenneth Kidd, un veterano della ricerca genetica all'Università di Yale e uno dei fondatori del progetto -. Mi hanno lanciato in faccia insulti. Ma studiare le differenze non è razzista. I razzisti non hanno bisogno di studiare le differenze, si comportano dando per scontato che esistano».
Il professor Alberto Piazza, genetista dell'Università di Torino e collaboratore di Luca Cavalli Sforza, sostiene in un intervento sull'Osservatorio della Fondazione Golinelli (www.golinellifondazione.org) che «l'opposizione più forte è venuta dalle comunità indigene americane che hanno accusato il progetto di razzismo e di voler sfruttare commercialmente i risultati della ricerca. Entrambe queste accuse sono infondate. La prima perché una delle finalità del progetto era proprio quella di dimostrare che le differenze tra le razze umane sono paragonabili a quelle che si trovano tra gli individui appartenenti alla stessa razza, risultato che avrebbe annullato qualsiasi problema di discriminazione razziale. La seconda perché il progetto prevedeva proprio che i risultati non dovessero essere ceduti a industrie farmaceutiche o compagnie biotecnologiche e che, in ogni caso, qualsiasi utilizzo dei dati ottenuti dovesse prima avere il consenso informato della persona interessata».
Quanto all'accusa di razzismo, lo stesso Cavalli Sforza non si stanca di ripetere che «la diversità individuale del genoma non rappresenta il substrato genetico che giustifica la diversità delle razze. Al contrario, dal punto di vista genetico le differenze tra le razze umane sono minime se confrontate a quelle tra gli individui che appartengono alla stessa razza».
Ma in realtà la diffidenza da parte delle organizzazioni degli indiani americani si è avvertita subito. Fin dal 1997 ben 30 gruppi che rappresentavano gli indigeni del Nord, del Sud e del Centro America avevano prodotto la "Dichiarazione di Ukupseni". Nel documento si affermava che «questa ricerca e altri progetti di ricerca sui genomi indigeni vanno contro la vita umana e violano in particolare l'integrità genetica dei popoli indigeni».
Secondo l'antropologo Marino Niola, questo scontro appare quasi inevitabile. C'è un conflitto sempre presente, sostiene l'antropologo, tra società (e nelle società composite) sul concetto di razza e su quello ancora più sfuggente di etnia. E questo conflitto genera diffidenza e rifiuto. «Il concetto di etnia viene dal colonialismo - spiega Niola -. È un modo per classificare culture e società sacrificando la geografia reale, quella fatta di persone che condividono lo stesso spazio fisico. L'etnicizzazione delle società ha generato sempre nuovi linguaggi del conflitto». Ma, secondo Niola, dietro il fallimento di progetti come quelli sulla diversità genetica umana c'è anche «l'illusione che alcuni dati che non appartengono del tutto alla natura, come il linguaggio o la cultura, possano essere naturalizzati. Questo suscita immediatamente il timore che alcune situazioni sociali, ingiustizie e pregiudizi, possano trovare una sorta di giustificazione genetica».
Infine, l'antropologo vede dietro questo scontro tra scienziati e popolazioni indigene «una ennesima dimostrazione della giustezza della suddivisione ipotizzata da Levi-Strauss tra società calde, basate sulla consapevolezza dell'accelerazione del cambiamento, sull'affermarsi del nuovo come valore positivo, e società fredde nelle quali, al contrario, l'accento è posto sull'omeostasi, su un passato che non passa mai ed è al contrario sempre presente».
Lo "Human Genome Diversity Project" era un punto fermo sul passato, la sua certificazione. E nello stesso tempo uno sguardo verso il futuro. Il conflitto era inevitabile.
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