Domenica, 6 Aprile 2003
Anche "Cavallo Pazzo" al presidio
anti-Usa

Gruppo di anarchici e libertari "assedia" la base di Aviano innalzando uno striscione con una frase del capo indiano

Pordenone

NOSTRA REDAZIONE

Il popolo della pace marcia ancora. Stavolta a darsi convegno intorno alla Base Usaf di Aviano sono gli anarchici e i libertari, con poche e sparute presenze legate ai Centri sociali. Sono arrivati in 2000, richiamati dalle sirene dell'Assemblea antimilitarista e antiautoritaria. I nipotini del Sessantotto scrutano truci il "fortino" dei marines e ammoniscono: «Quello è il nostro nemico, a casa gli americani». Curiosa l'arma scelta per combattere l'anarchica battaglia contro i fedeli di George Walker Bush: tre carriole piene di sabbia, duecento palloncini rossi, un lucchetto di cartapesta e uno striscione che richiama le parole di Crazy Horse, l'indomito capo lakota: "Non si vende la terra dove un popolo cammina".

Barbe incolte, piercing da vendere, capelli arruffati, teste pelate, ragazze scollatissime, tanti cani al guinzaglio. Mentre la musica detta i ritmi, il corteo percorre i suoi 5 chilometri, da Roveredo in Piano a Pedemonte di Aviano. Ma quando ti aspetti che succeda qualcosa, a stretto contatto con le forze dell'ordine (560 uomini, tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza), dispiegate a protezione della Base, scopri che lo spirito caustico di anarchici e libertari sfocia in una nonviolenza dichiarata. Così Marco, un ventenne arrivato da Padova con troppi grilli per la testa, viene bloccato da un compagno prima ancora di poter scagliare il sasso verso il "suolo nemico", occupato dalla bandiera a stelle e strisce. Altri sassi, accompagnati da petardi, volano invece oltre la rete. Molto rumore, nessun danno.

La musica scandisce ad alto ritmo la strada. Merito del gruppo del Circolo Libera di Modena, certo, ma anche della Bande Garbe (alcuni degli Arbe Garbe, più altri esponenti della scena etnofolk, pop e rock friulgiuliana) e di complessini più o meno improvvisati. Si può sentire di tutto, dall'immancabile "Bella Ciao" alla "Locomotiva" di Guccini, da una versione dance di "Heidi" (sì, proprio la bambina alla quale sorridono i monti) ai Madness desaparecidos degli anni Ottanta, da "Nessuno mi può giudicare" di Caterina Caselli a "La guerra di Piero" di Fabrizio De André, dalle hit rastavenete dei Pitura Freska alla "Gianna" dell'indimenticato Rino Gaetano. E poi giù, a colpi di birra e di vino, ricordando al mondo che «usare le armi porta sempre a fare una brutta fine».

Alla manifestazione degli anarchici aderiscono in molti. Ci sono gli stendardi del Libera di Modena, del Binazzi di La Spezia, del Circolo Pisano, dello Zapata di Pordenone, del gruppo Cerminal Carrara, di Torino Anarchica, di Romagna senza Censura, ma anche di Friuli Autonomo (con tanto di aquila rampante), Unione sindacale italiana, Usi - Ait, Rifondazione Comunista, Azione Diretta e del Coordinamento dei Senza Patria.

Quattro i blitz lungo il cammino. Di fronte all'ingresso dell'aeroporto Pagliano e Gori gli anarchici rovesciano il contenuto di tre carriole ("Sabbia e non olio nel motore dei militaristi"). Poco più avanti, all'altezza della pista di decollo di F16 e Galaxy, alzano una barrierafatta di 200 palloncini rossi, con i nastri di stagnola, dopo aver strappato buona parte della maglia sovrarete. Al cancello d'entrata principale della Base Usaf, invece, viene attaccato un mega lucchetto di cartapesta, con tanto di catena, destinata al simbolico sigillo.

Infine, a Pedemonte ecco lo striscione che ammonisce "Non si vende la terra dove un popolo cammina". Lo disse Cavallo Pazzo, ovvero Crazy Horse, il capo di guerra dei Lakota (Sioux, per le giacche blu), parlando delle Colline Nere del Montana, dopo aver sconfitto il 7. Cavalleggeri del generale George Armstrong Custer. «Il nostro messaggio è diretto al Comune di Aviano - è il commento del pordenonese Lino Roveredo, uno degli organizzatori del sit-in -. Chiediamo al sindaco Gianluigi Rellini di non cedere agli americani la nostra terra, quella dei suoi concittadini, consentendo alla Base di diventare ancora più grande». Gli indiani del 2003.

Pier Paolo Simonato