UDINE CITTA’ SANA???

NON SCHERZIAMO, PER FAVORE…

IN ARRIVO UN CENTINAIO DI NUOVE ANTENNE!!!

E IL COMUNE CHINA LA TESTA

Negli ultimi mesi sulla questione delle antenne per la telefonia mobile è calato un profondo silenzio. Eppure a Udine, all’insaputa della maggior parte dei cittadini, sono successe cose importanti. Cose che rischiano di ipotecare la salute delle persone e l’assetto urbanistico della città. E’ il momento di ricapitolare la vicenda, fare il punto della situazione e riflettere su cosa si può fare.


LA VICENDA

· I primi comitati di cittadini, allarmati per il proliferare delle installazioni, iniziano a organizzarsi nel 1999. Gran parte dei comitati si coordinano in un unico organismo nel febbraio 2000.

· Nei mesi successivi i cittadini, oltre a promuovere varie forme di protesta nei confronti dell’inattività dell’amministrazione comunale e la sua reticenza di fronte alla richiesta di rendere pubblica la mappatura delle installazioni, si documentano e organizzano iniziative pubbliche di informazione con esperti. Nel frattempo cominciano a diffondersi i risultati di studi scientifici che suggeriscono un limite massimo di esposizione ai campi elettromagnetici di 0,2 volt per metro. La normativa vigente dal 1999 (Decreto 381/1998) ne consente 6, e ai controlli dell’ARPA in più di un’occasione tale limite risulta superato.

· La stessa norma, tuttavia, indica come obiettivo ulteriore la minimizzazione dell’esposizione, indicando con chiarezza che i gestori sono chiamati non ad assestarsi sul limite massimo ma a ottenere, per ogni installazione, il minimo livello di esposizione tecnicamente possibile.

· L’ARPA, l’Agenzia regionale preposta ai controlli, risulta impreparata ad affrontare l’incombenza che le si pone di fronte, sia dal punto di vista tecnico-strumentale che da quello dell’entità delle verifiche da operare. E’ ovvio, del resto, che più è alto il numero delle installazioni, meno l’attività di controllo può essere seria ed efficace.

· Fra il 2000 e il 2001 diversi Comuni friulani approvano varianti ai piani regolatori con cui stabiliscono precise collocazioni per le antenne, a distanza di sicurezza dalle aree abitate. Nonostante le richieste in questo senso da parte dei Comitati cittadini, il Comune di Udine adotta una semplice delibera con cui pone alcune limitazioni alle nuove installazioni. La delibera ha temporaneamente successo nel rallentare il ritmo di crescita delle installazioni, ma è debole sul piano giuridico e viene attaccata dai gestori con vari ricorsi al Tar.

· Il Comune affida poi alla Fondazione Bordoni di Bologna l’incarico di redigere linee guida per la regolamentazione. Il documento prodotto dalla Fondazione viene contestato dai Comitati per le infondate assunzioni di principio che esso contiene, che ne inficiano la validità scientifica. In ogni caso le linee guida restano lettera morta, né si sa più nulla dell’ipotesi di installare una rete di centraline di monitoraggio dei campi elettromagnetici.

· Nel frattempo esce una legge-quadro nazionale (36/2001), con cui si intende disciplinare l’intera questione dei campi elettromagnetici. La legge rinvia a successivi regolamenti (tuttora inesistenti) gran parte degli aspetti di merito, ma mostra il chiaro intendimento di restringere l’autonomia decisionale delle Regioni e dei Comuni. Intendimento riaffermato con il decreto legislativo 198/2002 (“decreto Gasparri”), che mira a esautorare completamente la competenza urbanistica dei Comuni, ma la cui legittimità e applicabilità concreta è contestata da più parti. Essa non si estende comunque al Friuli-Venezia Giulia, in quanto regione a statuto speciale. Il Comune di Udine mantiene quindi una piena potestà regolamentare a fini urbanistici e di minimizzazione dell’esposizione, esplicitamente prevista dalla legge-quadro.

· Le pressioni dei Comitati e l’incombenza dei ricorsi al Tar persuadono infine il Comune a preparare una variante al piano regolatore. Il punto principale consiste nell’introduzione dell’obbligo da parte dei gestori di presentare un piano annuale delle installazioni esistenti e progettate. Nonostante i Comitati, esaminata la bozza, ne segnalino i numerosi punti di debolezza, la variante viene approvata nel luglio 2002 ed entra subito in vigore in via provvisoria. L’iter prevede infatti la possibilità di osservazioni da parte di gestori e cittadini e una successiva approvazione definitiva. La variante viene tuttavia pubblicata sul Bollettino ufficiale regionale con grave ritardo: così i Comitati possono presentare le proprie osservazioni solo nel novembre 2002, ma nel frattempo quasi tutti i gestori hanno presentato i propri piani e sono emerse in modo lampante le debolezze della variante.

· Che tali debolezze siano dovute a incapacità o all’intenzione deliberata di non infastidire troppo i gestori poco importa ai fini pratici. Riassumiamo le insufficienze più importanti.

1) Viene estesa eccessivamente la permanenza di impianti provvisori o sperimentali.

2) Viene consentito un periodo di ben tre anni per la rimozione degli impianti fuori norma e l’obbligo di rimozione riguarda poi solo gli impianti privi di autorizzazione edilizia o che abbiano cessato il servizio: praticamente nessuno. Il Comune rinuncia così a ogni impegno concreto per il risanamento delle situazioni più a rischio.

3) Contrariamente a quanto faceva la delibera vigente prima dell’approvazione del piano, non sono previste distanze minime dalle abitazioni, dai luoghi di lavoro e dalle aree sensibili (scuole ecc.), nonostante fosse possibile giustificarle sotto il profilo urbanistico.

4) I tempi per la verifica dei piani da parte del Comune sono troppo ristretti (90 giorni): infatti sono ormai completamente saltati.

5) Si prevede l’acquisizione del parere dei soggetti portatori di interessi diffusi, come i Comitati, ma non se ne specificano tempi e modalità né in che termini tale parere entri a far parte delle decisioni. Non è prevista inoltre alcuna forma adeguata di informazione dei cittadini riguardo ai piani dei gestori e alle singole installazioni.

6) Ai gestori viene chiesto di giustificare la scelta dei siti e le caratteristiche tecniche degli impianti “evidenziando che tali scelte consentono di ridurre al minimo i livelli di esposizione generati”. Però non è prevista la costituzione in seno al Comune di un organismo tecnico di verifica, cosa ovviamente indispensabile se si vuole evitare che la verifica si riduca a un atto puramente burocratico.

7) IL PUNTO PIU’ GRAVE, E QUASI INCREDIBILE IN QUANTO RENDE PRATICAMENTE INUTILE LA VARIANTE, è tuttavia che il Comune DECIDE DI RINUNCIARE ALLA POSSIBILITA’ DI CENSURA DELLE SCELTE TECNICHE E LOCALIZZATIVE DEI GESTORI, riservandosi la semplice formulazione di osservazioni e proposte, cui i gestori possono decidere di non ottemperare senza che ciò impedisca il rilascio delle autorizzazioni edilizie.


LA SITUAZIONE

La situazione attuale, quale risulta ai Comitati, è la seguente.

· I piani dei gestori prevedono l’installazione di un centinaio di nuove antenne, la maggior parte delle quali per le trasmissioni UMTS. Il territorio comunale rischia quindi di trovarsi letteralmente tappezzato di antenne.

· Dei gestori che hanno presentato i piani solo uno finora ha risposto alla osservazioni del Comune, peraltro in modo alquanto generico. Gli altri non hanno nemmeno risposto. La documentazione fornita è poi in diversi casi lacunosa e tale da impedire al Comune una valutazione puntuale. Come volevasi dimostrare: i gestori non sono né si sentono obbligati a giustificare nulla. Possono fare ciò che vogliono e il Comune si è legato completamente le mani, poiché non può rifiutare le autorizzazioni edilizie e può al massimo chiedere gentilmente a un gestore se per caso è disponibile a piazzare un’antenna un po’ più in là.

· I gestori sostengono infatti di essere tenuti a rispettare semplicemente il limite di 6 volt/metro. Ma questo è falso: il decreto 381/1998 impone loro di adottare le soluzioni atte a rendere l’esposizione la più bassa possibile. Compito del Comune dovrebbe essere proprio di verificare che i gestori ottemperino a tale norma.

· Diversi dei siti previsti dai piani sono vicinissimi a abitazioni e aree sensibili (scuole ecc.), anche quando nell’area individuata sarebbe possibile localizzare gli impianti a una certa distanza. L’atteggiamento dei gestori è quindi di totale insensibilità verso i cittadini.

· Le osservazioni presentate dai Comitati sono rimaste finora lettera morta, né si sa se e quando verrà approvata la versione definitiva della variante. Non si sa nulla nemmeno del regolamento che dovrebbe disciplinare il diritto dei cittadini all’informazione e alla partecipazione.

· I cittadini stanno scoprendo in questi giorni l’amara realtà, con le prime nuove installazioni che stanno per partire, ancora una volta senza che si sia sentito il dovere di informarli minimamente di cosa li aspetta. Il silenzio del Comune verso il pubblico è stato pressoché totale. Quanto ai Comitati, al dichiarato intento collaborativo da parte del Comune sono corrisposte informazioni lacunose se non reticenti. Né l’atteggiamento degli uffici preposti alla comunicazione con il pubblico è apparso improntato a trasparenza e disponibilità, sempre opportune ma in un caso come questo indispensabili.


COSA SI PUO’ FARE?

E’ possibile rimediare a una situazione gravemente compromessa, praticamente fuori controllo? Sì, ma a due condizioni.

· Il COMUNE deve al più presto approvare la versione definitiva della variante, introducendo distanze minime dalle abitazioni e più in generale strumenti di controllo e censura effettivi nei confronti dell’arbitrarietà delle scelte localizzative dei gestori. Nulla di troppo difficile o oneroso. Si tratta semplicemente di far valere, ovviamente anche nei confronti dei piani già presentati, la norma che impone la minimizzazione dei livelli di esposizione. Laddove i siti individuati sono di proprietà comunale, inoltre, il Comune deve concedere l’autorizzazione edilizia solo se l’installazione viene collocata alla massima distanza dai luoghi abitati. Il Comune deve poi provvedere a una tempestiva e completa informazione dei cittadini sui contenuti dei piani e le richieste di installazione in corso.

· I CITTADINI devono a loro volta farsi parte attiva chiedendo al Comune tutte le informazioni relative alle installazioni pianificate nelle aree che li riguardano, mobilitandosi con ogni forma di protesta e rivolgendosi se del caso agli organi giudiziari laddove queste informazioni vengano rifiutate o le concessioni edilizie siano rilasciate in spregio alle più elementari regole di prudenza e opportunità, ossia a ridosso delle case pure in presenza di soluzioni alternative.

Udine, 1 febbraio 2003

COMITATI UDINESI PER LA DIFESA DELLA SALUTE

DALLE RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE