Immagine: Annelies Strba
Articolo da "Il Gazzettino" del 25 settembre 2004


Botte, abusi, torture psicologiche: i casi che vengono alla luce sono solo la punta di un iceberg. Molte madri si ribellano solo quando vengono toccati i figli
Donne umiliate, una su due è straniera
In Veneto 21 strutture coordinate dalla Regione ospitano 59 madri che sono riuscite a sfuggire alla violenza domestica
E se invece di preoccuparci tanto per gli islamici che impongono il burka alle loro donne nel mondo arabo, cominciassimo a guardare un po' quel che accade qui da noi? Nel civilissimo e progredito Veneto, per esempio, dove si è costretti a istituire 21 centri di accoglienza e sostegno per donne che hanno subìto maltrattamenti e violenze dai propri mariti? Sono ben cinquantanove le signore, la gran parte con figli, rifugiate in una di queste strutture sparse in cinque province. Ma queste 59 sono solo la punta dell'iceberg, sono quelle che hanno trovato il coraggio di fare "il passo", di rompere con l'omertà e di sfuggire a una situazione drammatica chiedendo l'aiuto dei servizi sociali. Perché il quadro della situazione è sorprendentemente drammatico e va ben al di là dei pochi episodi che talvolta compaiono tra le pieghe della cronaca, con particolari crudi e raccapriccianti di bambini percossi, seviziati, di neonati abbandonati o addirittura uccisi, di altri avviati alla prostituzione ed usati per la pornografia, di donne abusate, di anziani maltrattati.

La violenza esplode nei luoghi più impensabili, anche in quella famiglia dove ci si aspetta di trovare un rifugio dai mali del mondo: e invece a volte è una polveriera. È una violenza assolutamente trasversale: di quelle 59 donne, metà sono italiane. Le straniere arrivano quasi tutte da Paesi islamici, con qualche significativo episodio dai Balcani. E non è un caso. La famiglia diventa il luogo in cui certi uomini sfogano insoddisfazioni, tensioni, rabbie, frustrazioni, incomprensioni. Alcuni "soggetti" - come vengono definiti con neutrale scientificità questi personaggi squallidi - si convincono di poter dominare i diritti corporei, spirituali, economici e relazionali del partner. E se hanno la "fortuna" di trovare donne che purtroppo assumono un ruolo di vittima passiva, la spirale di violenza può raggiungere livelli aberranti e criminali. È vero che la violenza in famiglia non è un fenomeno recente, e sono molte le storie di donne che in tempi passati si rivolgevano magari al sacerdote, a volte ricevendone in cambio l'invito «a tenere duro, per il bene della famiglia». Ma quella era una realtà sociale completamente diversa da quella attuale: eppure le violenze continuano, eccome. Con una trasversalità sociale disarmante: non c'è ceto economico che ne sia precluso, anche se il contesto più degradato facilita il diffondersi di certe situazioni. La differenza, semmai, la fa il contesto culturale: la totalità dei casi registrati riguarda ambienti in cui magari c'è benessere economico ma la cultura è sconosciuta. Resiste comunque il timore della donna a denunciare queste situazioni estreme di violenza domestica: probabilmente c'è un retaggio dell'impostazione di un tempo che indicava come "diversa" la donna che non taceva, quasi avesse fallito nel compito assegnatole dalle istituzioni e dalla società, ovvero di mantenere ad ogni costo l'unità familiare.

Se comunque è difficile fare un identikit del "violento" e stabilire quanti siano i casi reali che emergono da queste situazioni di omertà, si può certamente dire che la violenza domestica nei confronti dei minori è senz'altro più diffusa di quella extrafamiliare. E il dato delle violenze sui minori è strettamente collegato a quello delle violenze sulle donne. Ed è anche l'elemento che consente a molte madri di trovare la forza per reagire e denunciare una situazione drammatica: sono molti i casi in cui la moglie tace e subisce fino a quando la violenza del marito si trasferisce sui figli. Solo allora si ribellano e chiedono aiuto. Elemento chiave dell'abuso in famiglia, oltre alla violenza fisica, alle distorsioni sessuali nell'età adulta ed alla confusione dei ruoli parentali, sono il tradimento del rapporto di fiducia e di protezione, lo sfruttamento della situazione di totale dipendenza psicologica e materiale, l'inganno attraverso cui l'adulto agisce e nel contempo nega la realtà dei fatti, il segreto a cui il minore è costretto con ricatti affettivi e minacce, l'isolamento che il minore subisce da parte di coloro (altro genitore e fratelli) che non sanno.

Se da una lato la sottostima della diffusione della violenza domestica è da ascrivere alla difficoltà delle vittime a parlarne, per vergogna, per paura di rappresaglie o perché non interpellate, dall'altro nella nostra realtà incide molto la mancanza di informazione e di preparazione delle istituzioni, delle categorie professionali e del personale a riconoscere le situazioni di violenza domestica. L'assessorato ai Servizi sociali della Regione Veneto gestisce il coordinamento di queste strutture di assistenza ma non può, per legge, fare anche attività di monitoraggio e ricerca di casi difficili: è anche per questo che le dimensioni del fenomeno non sono quantificabili con precisione. Basti pensare che per quanto riguarda i minori, solo dopo il terzo ricovero in ospedale per traumi sospetti, scattano le verifiche dei servizi sociali. E sulle persone maggiorenni questo non può accadere mai: il medico che dovesse accorgersi di segni di percosse su una donna adulta non ha nè il dovere nè il diritto di segnalare la situazione. Perciò, o le donne chiedono aiuto da sole, o rischiano di non uscire più dalla trappola.

Ario Gervasutti