Articolo da "La Repubblica " del 21 febbraio 2006


Cassazione, polemiche anche all´interno della terza sezione. Marvulli: mai espresso valutazioni

Stupro, divisi i giudici del verdetto "È una sentenza che ci ripugna"
Accuse al presidente del collegio: sulla decisione avrebbe dovuto vigilare

LIANA MILELLA
ROMA - «È una sentenza che mi ripugna. Quando l´ho letta sui giornali mi sono subito augurato di non far parte di quel collegio». «In termini giuridici è una sentenza ineccepibile. Sono esterrefatto per le reazioni provocate da qualche frase estrapolata dal contesto». «La condanna resta comunque, stiamo parlando solo di un´eventuale riduzione della pena». Ieri, in Cassazione, verso mezzogiorno: ormai sono passate 72 ore da quando la sentenza shock sulla violenza sessuale subita da una ragazza di 14 anni è diventata pubblica. Si è scatenato il finimondo nel weekend, ma il palazzaccio, è storia nota, riprende vita solo nei giorni feriali. La decisione della terza sezione - facevano parte del collegio il presidente Umberto Papadia, l´estensore della sentenza Franco Mancini, i giudici Amedeo Postiglione, Mario Gentile, Giovanni Amoroso - è l´oggetto di discussione obbligato di tutti i conciliaboli. Favorevoli, contrari, perplessi, disgustati. A gettare legna sul fuoco è il primo presidente della Suprema corte Nicola Marvulli. Era rimasto zitto, ma non gli sono andate a genio alcune battute attribuite da un´agenzia ai «piani alti della Cassazione». L´anonimo interlocutore diceva che la sentenza era destinata «a essere seppellita con ignominia, come quella sui jeans». Di più, quelle due pagine non sarebbe mai finite nel Massimario che raccoglie le sentenze più significative. Ma chi erano i «piani alti»? Tutti hanno pensato a Marvulli, al suo aggiunto Vincenzo Carbone o al procuratore generale Francesco Favara. Nello sconcerto per una singolare sentenza che derubrica la violenza sessuale se subita da una ragazza con precedente esperienza sessuale, la battuta dei vertici era suonata all´esterno come una nota positiva.
Ma ecco che adesso viene meno anche quella. Dice Marvulli: «Questa presidenza non ha rilasciato alcuna dichiarazione, né ha mai formulato valutazioni di alcun tipo». Il primo presidente, protagonista delle battaglie contro le leggi ex Cirielli e Pecorella, rifiuta la paternità dei giudizi negativi. Subito se ne avvale chi, all´interno del collegio che ha giudicato il ricorso di Mario T. per ottenere le attenuanti generiche, considera la sentenza «un ineccepibile testo giuridico». Giusto il principio, corretti i ragionamenti che miravano solo a chiedere al tribunale di Cagliari motivazioni più ampie. Come difensore si fa vivo pure l´ex dc Claudio Vitalone che tuttora spera, nonostante lo stop del Csm, di rientare alla Corte.
Ma c´è chi, dall´interno del collegio, vorrebbe ottenere «una dichiarazione pubblica che abbia un valore culturale e politico per prendere le distanze». Chi sostiene che la colpa è tutta del presidente Papadia che «avrebbe dovuto vigilare sulla sentenza». Chi considera i giudizi sulla «personalità sessuale» una «grande sciocchezza». Il giudice dissidente sostiene che il ricorso di Marco T. avrebbe dovuto «solo essere respinto» e aggiunge che la corte «è entrata nel merito» anziché limitarsi a un giudizio di legittimità. Ma chi si riconosce nella sentenza insiste: «In quell´episodio non c´è stata né minaccia, né tanto meno brutale aggressione, già da un anno la ragazza aveva rapporti con altri uomini, coetanei e adulti». Alla fin fine che sarà mai successo? La condanna di Marco T. resta e il tribunale di Cagliari potrà continuare a negargli le attenuanti generiche, dovrà solo motivarlo meglio.

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