Articolo da "La Repubblica " del 18 febbraio 2006


Sentenza shock della Cassazione dopo la violenza su una ragazzina. I giudici: verdetto da ignorare
"Non è vergine": stupro meno grave

NATALIA ASPESI
UNA ragazzina di 14 anni, costretta dal convivente della madre, quarantenne ex tossicodipendente, a un servizievole atto di sottomissione sessuale quale la fellatio, subisce sì un´offesa, ma "di minor gravità", se non è più vergine: perché "la sua personalità dal punto di vista sessuale è molto più sviluppata di quanto ci si può normalmente aspettare da una ragazza della sua età".
Lo ha stabilito la terza sezione penale della Cassazione, composta da quei supremi giudici che forse a causa dell´età o delle troppe letture edificanti o socioscientifiche, sono tornati indietro di almeno trent´anni nell´emettere una sentenza che riguarda il sesso, la violenza sessuale, la vita, i sentimenti, il corpo delle donne. C´è ovviamente nella sentenza una logica giuridica, probabilmente ineccepibile: però di considerevole spietatezza, perché praticamente, gelidamente, attribuisce a una ragazzina la colpa di vivere in un ambiente così degradato da averle tolto l´infanzia. Di avere incontrato, sin dai 13 anni, uomini che l´hanno usata: di avere una madre che non l´ha protetta da loro e neppure dal suo convivente, che l´ha ritenuta, forse, un utensile di casa di cui potersi servire. È vero che la Suprema Corte si limita ad esaminare i quesiti che le vengono sottoposti e infatti in questo caso invita i giudici della corte di Appello di Cagliari a trovare altre motivazioni per negare le attenuanti chieste dal reo (condannato in primo grado a 3 anni e 4 mesi) e accettate dalla Cassazione. Ma chi non indossa toga ed ermellino ritiene giusto pensare che in questa storia non ci sono attenuanti, ma aggravanti. Quale sviluppo può avere avuto la personalità di questa adolescente "dal punto di vista sessuale", come sostengono i giudici (e, non si vorrebbe sembrare banali, uomini), attraverso una serie di esperienze umilianti, di gesti imposti, di violenze perpetrate su di lei, che probabilmente sono servite solo a farla regredire sessualmente, a darle del rapporto uomo donna una visione minacciosa, di sottomissione, di uso, a privarla, ancora bambina, dalla possibilità di sognare, desiderare, provare amore? Chi può immaginare la solitudine di una bambina che come tutte l´amore l´avrà sognato, che avrà desiderato il fidanzato, e si è trovata a servire uomini che le hanno negato amore, l´hanno delusa nei suoi desideri, le hanno insegnato i gesti meccanici del loro brutale soddisfacimento, hanno trasformato il sesso, per lei, in una desolata prestazione necessaria a non essere minacciata, brutalizzata, abbandonata. È un´aggravante anche il fatto che questo omaccio, questo ennesimo orco della vita di una quattordicenne, sia il compagno della madre, una specie di patrigno da cui lei poteva aspettarsi affetto e protezione: invece anche lui si è aperto i pantaloni, e lei si è lasciata sottomettere, per non dover subire un rapporto completo.
Non aveva scelta e docilmente ha scelto ciò che le faceva meno orrore. Deve essere drammatica l´idea che questa ragazza deve essersi fatta della famiglia, di quella famiglia che viene astrattamente difesa da tanti benpensanti, che però non sanno impedire guasti come questi. Della giustizia anche, quando quell´uomo probabilmente tornerà presto a casa, più nemico e padrone di prima.
Noi non sappiamo chi sia questa ragazza, dove abita, come sia cresciuta, perché debba vivere in un ambiente così crudele, perché le abbiano fatto del male: ma qualunque sia la sua storia, la verità è che lei, come tante, è stata abbandonata al suo destino, figura invisibile e estranea. Resterebbe da riflettere sul concetto che questa sentenza reintroduce e che non si sentiva da decenni: che cioè una violenza sessuale su una donna non vergine (cioè su tutte le donne oltre all´adolescenza) non è poi così grave. È una deriva, una svista, una gaffe, pericolosa.
Come sono lontani i tempi in cui per i violentatori non c´erano attenuanti neppure quando, per non far la fine di Maria Goretti, le donne vittime "ci stavano".

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