Articolo da "La Repubblica" del 1 settembre 2006


Il mito del semaforo anti-violenza

STEFANO BARTEZZAGHI
Prendere dal lato pratico la proposta di dotare i semafori di Milano di pulsanti collegati alle centrali di polizia - saranno limiti nostri - pare impossibile. Come faranno con le chiamate fasulle? Non basteranno certo moniti come "astenersi perditempo" o "ogni eventuale abuso verrà punito". Non basterà neppure mettere una telecamera sul semaforo per controllare se colui o colei che sta azionando il pulsante della chiamata al 113 sia veramente in pericolo. In linea di principio occorrerà mandare una volante a ogni chiamata: o per sventare un reato o per punire la chiamata ingiustificata. A quel punto ci vorrebbero tante volanti che il pulsante al semaforo sarebbe inutile, basterebbe alzare la mano per chiamarne una.
Ammettiamo che questo problema non esista e che il numero di chiamate vane venga ridotto a una ragionevole percentuale. Perché un reato possa essere davvero sventato tramite chiamata al pulsante occorre che si verifichino contemporaneamente una quantità di circostanze davvero eccessiva. L´intenzione di reato deve manifestarsi nei pressi di un incrocio con semaforo, ma non deve essere arrivata a compimento (né vittima e delinquente devono essersi allontanati) prima che l´allarme sia passato dal semaforo alla centrale e dalla centrale alla volante. È anche chiaro che il pulsante non avrà alcun potere di deterrenza: uno stupratore potenziale che passa all´atto supera ben altre barriere.
Il piano di sicurezza prospettato dal comune di Milano comprende proposte meno roboanti e forse più efficaci. Ma il pulsante ai semafori colpisce perché si tratta di una nuova tecnologia messa al servizio di una vecchia idea: l´idea che la tecnologia stessa porti salvezza e abbassi i costi, la tecnologia come supereroe, la rete come tela dell´Uomo-Ragno che avverte le smagliature del tessuto sociale e le ripara. La mitologia televisiva (nel senso etimologico della visione da lontano) pare anche un tentativo di distogliere il proprio sguardo dalle cose che non vanno; non possiamo essere tutti ricchi, non possiamo essere tutti protetti, però dobbiamo essere compassionevoli. Quindi facciamo così: quando hai bisogno, schiacci il pulsante e io ti mando qualcuno.
La proposta del pulsante ci dice due cose: che il sindaco e i suoi assessori sono in ansia per i cittadini, e che li vedono da lontano. Entrambe le cose sono sintomi non buoni. La "tele - visione" è l´idea astratta e sfumata dalla lontananza che ci si può fare quando si osserva la realtà solo attraverso gli schermi delle statistiche, dei consigli degli uomini-immagine, dei sistemi video a circuito chiuso. La realtà come enigma remoto, che non ci interpella direttamente, e la cui soluzione potrà essere delegata a un "sistema", qualcosa da "ingegneri", che funzioni "in automatico". In quanto all´ansia, la nostra epoca è la sua epoca, e negli stati di ansia è meglio avere qualcosa in più che qualcosa in meno.
Alla fine abbiamo trovato l´ovvia finalità che il pulsante otterrà certamente: quella di tranquillizzare chi lo installa.
Una volta, perlomeno, i conservatori si ispiravano a Rudolph Giuliani: ora prendono a modello la pur meritoria ditta Beghelli, che ha in catalogo un "Telecomando per telesoccorso" per emergenze "sanitarie, antiaggressione e antirapine" di cui il marketing di Palazzo Marino ha appena prospettato la versione municipale. Quel genere di iniziativa che fa poi dire: "adesso che hai il Salvavita parto per le vacanze ai Caraibi più sollevato". Il sindaco e i suoi assessori affermano: è diminuita la percezione della sicurezza nei cittadini, dobbiamo fare qualcosa. Ecco, fanno qualcosa: e questo aumenterà la percezione che hanno loro della percezione che hanno i cittadini della propria sicurezza. L´ansia si abbina allo scarico di coscienza, e se dovesse succedere qualcosa, si potrà sempre ricordare: io ho fatto quel che potevo, ho installato il Telesoccorso alla mamma, ho inventato il semaforo antistupro Beghelli per le mie concittadine altrimenti indifese.
Ha scritto Blaise Cendrars «Tutte le donne che ho incontrato si ergono all´orizzonte / con i gesti miseri e gli sguardi tristi dei semafori sotto la pioggia». Per paragonare una donna a un semaforo (ferroviario, in quel caso) occorre essere un poeta, magari francese. Per avvertire un accresciuto senso di sicurezza contemplando un semaforo occorre essere un consigliere comunale, magari milanese.

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