| Sara, violentata a 12 anni dal corteggiatore più «fico» Un lungo silenzio triste e imbarazzato: così comincia il colloquio con Sara, 12 anni, seconda media, nata ad Augusta e residente a Siracusa fin quasi dalla nascita. Sedute una di fronte all'altra, lei e la nostra counselor, zitte entrambe per 5 interminabili minuti, la ragazzina violentata e la specialista che deve aiutarla comunicano con piccoli gesti: uno sguardo fugace, un lieve sospiro, poi, lievemente rauco e ormai inaspettato, si sente poco più di un bisbiglio: «Voglio tornare come prima» dice Sara. La nostra sede, oggi, è piena di fiori: li abbiamo presi per lei, per Sara, perché la stanza fosse più accogliente, più garbata, più gentile, quasi a 'bilanciare' la bruttura che ha vissuto. La madre, che era venuta il giorno prima a chiedere un appuntamento, se ne accorge e le vengono i lucciconi: lei sa e tutte noi sappiamo che Sara è un fiore reciso. E sappiamo bene che cosa intende quando dice che vuole tornare come prima. 'Prima' era quando giocava attardandosi ancora un po' negli ultimi scampoli di infanzia. 'Prima' era quando i maschi sbirciavano i suoi seni in boccio e le avvampava il viso. 'Prima' era quando il ragazzo di terza B, alto e muscoloso, non l'aveva ancora sorpresa nel bagno, spinta dietro la porta e, tenendole una mano sulla bocca fin quasi a soffocarla, l'aveva precipitata nel baratro della violenza. Ma Sara non dice a nessuno chi è stato perché ha paura che qualcuno le dica che se le ha fatto del male, il male peggiore che si possa fare ad una ragazzina, la colpa è sua che si credeva di essere corteggiata dal più 'fico' della scuola e se ne vantava con le amiche. Invece lui non era il più fico, era soltanto il più rozzo, egoista e vanesio di tutto l'istituto. «La scuola è piena di violenza. - dice la madre - Piena di bulli e di maleducati». E' vero, una volta la violenza veniva dal professore, dall'istruttore di educazione fisica, dal bidello, adesso le ragazze devono guardarsi anche dai compagni di scuola di appena una o due classi più avanti. La tv li istruisce minuziosamente e gli insegnanti, con i loro poveri mezzi vecchi e polverosi, libri, gessetto, lavagna e prediche, che possono fare? Adesso Sara ha bisogno di sostegno psicologico, e sua madre ne ha bisogno di lei perché se Sara si colpevolizza come tutte le donne piccole e grandi che subiscono violenza, sua madre che non si dà pace per non averla protetta, rischia di precipitare nel baratro del senso di fallimento. Guardandole ci sembra di «vivere» il ratto di Proserpina. Ed è così che ci viene l'idea: raccontare il mito di Demetra e Kore a Sara e alla sua mamma per commentarlo insieme e tentare di ricucire lo strappo nel fine tessuto di seta e fiori che era il loro rapporto 'prima' quando tutto era normale e la vita sorrideva ad entrambe. «La mamma non ti ha mai abbandonato, Sara. - le diciamo - Tu sei sempre la luce dei suoi occhi. E lei è sempre la tua amica più vera. Col tempo imparerai che la forza delle donne ci viene solo dalle altre donne e prima di tutte dalle nostre madri». A dodici anni, una perdita diventa vieppiù grande e incolmabile se vissuta senza la voce e le carezze della madre e Sara rischiava di raddoppiare il suo lutto negandosi questa voce e queste carezze. Finché d'un tratto si è gettata fra le sue braccia risalendo la china della speranza: la speranza di chiudere la ferita profonda di un'infanzia oltraggiata. N. B. La storia è vera. Nomi, luoghi e altri dati sono fittizi. Il Centro antiviolenza 'Le Nereidi' opera all'Asl 8 di Traversa Pizzuta (ex-onp) tel. 0931.492752 ed è presieduto da Raffaella Mauceri (raffaella.lanereide@virgilio.it) |
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