Articolo da " La Repubblica" del12 ottobre 2007


Giudice tedesco concede allo stupratore le attenuanti etniche e culturali
È sardo? La pena va ridotta

FRANCESCO MERLO
Ignorante, razzista e cialtrone. Ignorante. Il signor giudice di Buckeburg, per capire meglio il crimine del suo imputato sardo, si è evidentemente affidato a google e forse ha cliccato "sado" invece di sardo: in nessun altro universo si praticano infatti violenze così bestiali come quelle che il giovane cameriere italiano aveva inflitto alla sua ex fidanzata lituana per tre settimane.
Razzista. Il signor giudice di Buckeburg crede che, in Europa, e più precisamente in una civilissima isola italiana del Mediterraneo, vive e prospera un´etnia, una razza di uomini-porci ai quali è consentito dalla tradizione, dalla cultura locale, dalla "porcità razziale", di ridurre le donne in schiavitù sessuale, di bastonarle, di offrirle per punizione agli sfoghi collettivi degli amici. La Sardegna – secondo la clemente sentenza emessa a Buckeburg – sarebbe molto peggio dell´Arabia Saudita dove le autorità religiose, libri sacri alla mano, vietano alle donne anche la guida dell´auto, ma non praticano la perversione di gruppo e non insegnano agli uomini ad urinare loro addosso, come usava fare questo sardo di 29 anni al quale consigliamo di non tornare a Cagliari, come chiede invece il suo avvocato. In Sardegna infatti non sarebbe capito neppure dai pastori del Gennargentu più arcaico e selvaggio. Se li prendono tutti e due, sia lui sia il suo giudice…: una bella surra e´corpusu.
Cialtrone. Il signor giudice di Buckeburg ha pensato che la "porcità razziale", da lui "accertata" nei suddetti siti sardo-masochisti, non fosse un´aggravante ma un´attenuante. E, non potendo chiudere quest´umanità inferiore nei campi di concentramento, ha inventato per essa un dispositivo giuridico fatto di attenuanti etniche e sconti razzisti: sei anni con l´encomio. Dice la sentenza: «Si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell´imputato. È un sardo. Il quadro del ruolo dell´uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusante, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante». Ma come si sarebbe comportato il giudice se la ragazza violentata fosse stata tedesca e non lituana? E se fosse stata una sua conoscente, una sua parente, o una sua amica?
Questo avvilente magistrato non si rende neppure conto di avere ridicolizzato, forse per sempre, il politicamente corretto, di averlo trasformato in una farsa bislacca, in un meccanismo grottesco che sarebbe ora di smontare dappertutto. Dietro il gioco infantile dell´etnologo dilettante, del siamo tutti Lévi-Strauss e del falso rispetto spesso si acquatta infatti il vecchio razzismo verso le presunte sottospecie umane che pascolano oltre i confini. Così i maschi sardi, secondo il giudice tedesco, possono diventare carnefici sadici perché sono vittime di quei principi di violenza che, aberranti ad Hannover, sarebbero valori condivisi nella loro Sardegna. Degradazione e inciviltà sarebbero in Sardegna pratiche purificanti, riti di passaggio, pane quotidiano. Come poteva lottare il "povero" troglodita cameriere sardo contro generazioni e generazioni di madri sdentate e di padri assatanati che da sempre, nell´isola, si inchiappettano anche le pecore ed educano i figli a torturare le donne?
Dunque ignorante, razzista e cialtrone. E non ci sarebbe altro da dire se il giudice che ha scritto questa sentenza non fosse tedesco, che per noi significa civiltà. Per noi, che amiamo sia la Sardegna sia la Germania, il suo essere tedesco non è un´attenuante ma un´aggravante perché la Germania, come la Sardegna, non è la caverna del razzismo, non è il paese degli eterni nazisti. È vero che sarebbe facile, e forse anche divertente rispondere al razzismo con il razzismo. Ed è sicuro che qualcuno tirerà fuori l´armamentario italiano dei pregiudizi antitedeschi. Ma il punto è che noi non pensiamo affatto che questo giudice rappresenti la Germania. Il sottosviluppato è lui. Non il suo Paese.
È invece possibile che questo giudice estremizzi sino al paradosso il luogo comune razzista sui meridionali italiani che noi stessi, qualche volta, abbiamo contribuito ad alimentare. Può anche capitare, insomma, che ci torni indietro, caricata di un odio armato di buone intenzioni, l´idea che violentare le donne sia una tradizione "siculo-pakistana". La verità è che tutti noi cittadini d´Europa, Germania compresa, veniamo da un cultura contadina dove la donna era condannata a stare in casa alla conocchia per diventare a sera una macchina di riproduzione. Era un universo pesante e povero dove il maschio valeva meno di un asino e la femmina meno del maschio. Ce ne siamo liberati, chi prima e chi dopo. Ma ce ne siamo liberati tutti di quel feroce passato, sepolto anche nel nostro sud insieme al mito arcaico dell´onore e del disonore, e della virilità, che era valore è vero, ma solo perché non c´era ancora lo spazio per coltivare altri valori di civiltà, come la cortesia, la dolcezza, la cultura, il pudore, la fragilità, insomma quella gentilezza dei costumi maschili che oggi prevale dappertutto, anche in Sardegna.
È vero che ci sono zone oscure, angiporti di umanità, dove si commettono atti innominabili contro la donna, contro i bambini, contro gli uomini. Ma la cronaca nera, orribile anche in Germania, si può forse affrontare con la medicina psichiatrica, certamente mai con la sociologia. Se poi sono i magistrati a farsi sociologi, allora i danni sono assicurati.
E va bene che questo giudice di Buckeburg non è mai stato in Sardegna. Ma piuttosto che cercare la Sardegna in vecchie scartoffie, nella letteratura forte o su google, avrebbe potuto informarsi, che so?, con la polizia italiana, o con qualche vicino di casa, o magari farsi tradurre per qualche giorno i quotidiani sardi. Ci vuole davvero poco per rendersi conto che in Italia non ci sono etnie regionali che si caratterizzano per accanimenti sadici contro le donne e che la donna italiana, intelligente e libera come quella tedesca, in Piemonte come in Calabria non è oltraggiata dalla cultura.
La verità è che tutto il mondo è paese, e anche in Germania ci sono magistrati che debordano e che non riescono a maneggiare con la cura necessaria quella cosa delicatissima che è il Diritto. Agli amici sardi che si sentono offesi da questo giudice consigliamo semplicemente di ignorarlo. Non devono spiegargli nulla. Cominciare a difendersi e a mostrare i propri lati oscuri significherebbe stabilire comunque un rapporto di solidarietà con queste cialtronate.
Né pensiamo che i tedeschi dovrebbero sollevarsi contro questo giudice. Sappiamo bene che i tedeschi non la pensano come lui, che è il solo in questa vicenda a doversi vergognare: ce li abbiamo anche a casa nostra i razzisti, e abbiamo anche qualche giudice che, diciamo così, si ispira più alla improntitudine che alla Giurisprudenza, abbiamo anche noi dei giudici che, qualche volta, non emettono sentenze, ma sparano sentenze. Perciò non chiediamo che altri magistrati tedeschi processino o espellano il loro collega. Ci basterebbero segnali molto più piccoli. Ci basterebbe che i giornali lo prendessero in giro come avremmo fatto noi se il giudice fosse stato italiano e l´imputato tedesco. E ci basterebbe anche che, per un po´, tutti quelli che a Buckeburg lo incontrano per strada gli togliessero il saluto.