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24 novembre, in piazza senza uomini
Eleonora Martini
Una manifestazione «di donne per le donne». Torna il separatismo, sia pure per un solo giorno e senza ismi, assicurano le giovani promotrici del corteo nazionale di Roma fissato per sabato 24 novembre contro la violenza maschile. Lo scopo è quello di «affermare un nuovo protagonismo delle donne», che da «vittime si fanno soggetto in lotta», relegando gli uomini per un giorno ai margini e non al centro. «Nemici», in quanto portatori di una cultura di violenza, patriarcale e maschilista. Soggetti non da educare ma con i quali va aperto un «conflitto» simbolico. Ai quali è lecito quindi «togliere per un giorno la parola» lasciandoli a guardare e ad ascoltare quel che le donne hanno da dire. Per «riconoscere il valore del protagonismo delle donne». Un modo «anche questo per comunicare», dicono. Non una scelta definitiva, però: perché dal giorno dopo la comunciazione può riprendere il doppio binario.
Di primo acchito l'impostazione scelta dalle tante promotrici - singole, associazioni, collettivi - del corteo nazionale del 24 novembre ha un sapore un po' retrò. Eppure la storia di solito non si ripete ed è quindi tutto da scoprire il percorso di queste donne (predominante è la generazione delle trentenni) che hanno convocato l'appuntamento durante un paio di assemblee aperte e spontanee organizzate in un periodo in cui la cronaca quotidiana «di vite femminili spezzate per "amore" di padri, fidanzati o ex mariti» veniva trattata dai media come eventi «ineluttabili» in quanto attribuibili alla devianza dei singoli. E la politica rispondeva come al solito con un approccio securitario e repressivo. Mentre ovviamente per le promotrici della manifestazione «stiamo ormai assistendo impotenti ad un grave arretramento culturale, rafforzato da una mercificazione senza precedenti del corpo delle donne». Il dibattito «uomini sì/uomini no» è stato fin da subito molto acceso anche se poi è andato via via placandosi lasciando il posto ad un «rispettoso confronto» tra posizioni diverse. Tra le più critiche alla scelta separatista senza dubbio la Rete delle donne di Bologna e il movimento Usciamo dal silenzio di Milano. Su posizioni più possibiliste o addirittura sostenitrici, tutte le altre: i collettivi femministi delle aree radicali, dei centri sociali, quelli universitari, i comitati di lesbiche, i centri antiviolenza. Ma anche le donne del forum di Rifondazione, di Sinistra critica e del sindacato. Nell'appello di convocazione si auspica «una grande manifestazione dove tutte le donne possano scendere di nuovo in piazza a fianco delle donne vittime di violenza e per i diritti delle donne» e che deve «riportare il tema al centro del dibattito culturale e politico» italiano. Tra le moltissime adesioni pervenute(controviolenzadonne.org) in tanti esprimono, sia pure in punta di penna, qualche perplessità. Un esempio è l'Arcigay che pur non condividendo la scelta porterà in piazza soltanto le donne omosessuali associate che chiedono però di non dimenticare nella piattaforma «lo specifico delle violenze perpetrate con radici e modalità simili, ma non per questo identiche, nei confronti delle lesbiche». Per le donne di Sinistra critica la scelta separatista è da condividere «non per il gusto di escludere gli uomini su una tematica che li coinvolge direttamente, ma per affermare una soggettività autonoma e libera delle donne, che rifiuti il ruolo di vittime da proteggere e parli in prima persona, senza deleghe», come scrivono in un appello. Un percorso questo, dicono convinte, che non è una riedizione del passato ma una storia tutta da scrivere. |
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