Articolo da "La Repubblica" del 8 aprile 2003
Milano, retata di dodici minorenni a Concorezzo, paese dell´hinterland. La vittima è stata anche minacciata
Sequestrata e violentata a 13 anni da una banda di ragazzini

Soltanto il leader del gruppo, 14 anni, è considerato dai servizi sociali come "soggetto a rischio"

Il più vecchio dei giovanissimi arrestati ha quindici anni E tutti vengono da "famiglie perbene"

LUCA FAZZO
MILANO - Loro, una banda di bulletti in erba: bulli da paese appena usciti dall´infanzia, la linfa aspra di un´adolescenza spesa nella noia dei pomeriggi dopo la scuola. Lei, un ragazzina come tante. Tredici anni. Presenza quasi fissa ai margini del gruppo, una delle ragazze che solo la noia dei pomeriggi accomuna ai maschi del branco. È lei a venire scelta come vittima: per caso, non è più bella né più disponibile delle altre. Ma a sceglierla è il capobranco. E gli altri lo seguono. Per la ragazza è un inferno, per tre volte viene sequestrata, picchiata, costretta a soddisfare le voglie dei maschi. Ieri mattina all´alba, i carabinieri bussano alle porte di dodici famiglie e arrestano il branco. Dodici arresti per violenza sessuale, sequestro di persona, violenze, minacce. Non si era mai vista, a Milano, una retata di minorenni così folta. Il più vecchio ha quindici anni.

Tutto accade a Concorezzo, agglomerato di quindicimila abitanti alle porte di Monza. Non è una storia di emarginazione, di degrado sociale, o almeno non solo. Perché quasi tutto il gruppo degli arrestati viene da famiglie normali, per bene. Quasi tutti vanno a scuola, e ci sono andati normalmente la mattina prima dello stupro, altrettanto tranquillamente la mattina dopo. Solo il capobranco è classificato dai servizi sociali come ragazzo a rischio, alle spalle una famiglia non facile. È l´irregolare del gruppo, e forse proprio questo gli dà di fronte agli altri il carisma del leader. È lui a guidare l´attacco alla ragazza. La cronaca è tutta nell´ordinanza di custodia. Non è frequente, che i giudici minorili a Milano mandino un ragazzino in galera. Leggendo quelle pagine, si capisce perché questa volta si è decisa la mano pesante; perché che il branco non faceva segreto di quanto era accaduto, si vantava dell´impresa spietata che aveva commesso. E così facendo terrorizzava altre ragazze, e metteva le premesse per nuove violenze.

Tutto inizia un giorno qualunque, alla fine dell´estate scorsa, quando le scuole non sono ancora riaperte. Il capobranco e un altro dei ragazzi avvicinano la vittima predestinata, la convincono a seguirli, e la violentano. Non sono rapporti completi, sono le porcherie banali che un adolescente impara dalle chiacchiere dei ragazzi più grandi o dalle pagine di un giornale porno. Di fronte all´orrore di quel pomeriggio, la ragazzina reagisce tacendo. Non racconta a casa quanto è accaduto. I due violentatori, invece, non tacciono. Si vantano con gli altri del branco, e ogni volta il racconto si arricchisce di particolari, suscita desiderio di emulazione. Alla fine dell´autunno, il gruppo decide di ripetere l´impresa del capo. La ragazzina viene fatta salire su uno dei motorini, con lei c´è un amica, anche lei viene coinvolta. Il piccolo corteo di ciclomotori viaggia verso la periferia del paese. Qui a turno, uno dopo l´altro, violentano la ragazza. L´amica è tenuta in disparte, picchiata, insultata. Non vede nulla, ma sente le urla. Solo tre, dei dodici del gruppo, quando viene il loro turno si tirano indietro. Il giorno dopo, la scena si ripete. Il sequestro, le botte, la violenza.

Ci vogliono giorni perché il trauma venga un po´ alla volta alla luce e la ragazzina stuprata racconti a spizzichi e bocconi alla madre quel che è accaduto. La madre va dai carabinieri, parte l´inchiesta, arrivano le prime testimonianze A inchiesta già in corso, una mattina, il capobranco incontra la sua vittima: «Se dici qualcosa ti ammazzo», le intima. E, visto che c´è, le ruba il telefonino.