| REPORTAGE DALLA RUSSIA Mosca sembra Las Vegas ma dietro le luci al neon il massacro delle donne Il terremoto economico lo spettro del serial killer l’altra San Pietroburgo dietro le facciate dai colori pastello GABRIELLA IMPERATORI Ma se di quanto avviene in provincia si parla relativamente poco, a Mosca cominciano a fiorire leggende metropolitane. C’è chi ipotizza la pista cecena, cioè un nuovo tipo di terrorismo (sessuale stavolta) per seminare il panico. E c’è chi crede a esagerazioni della polizia per distogliere l’attenzione dal recente scandalo dei «Lupi mannari», un gruppo di ufficiali delle forze dell’ordine arrestati per corruzione, estorsione, ricatti e assassinii. La rivelazione dello scandalo, portato alla luce del ministro degli Interni, avrebbe lo scopo di restituire fiducia ai poliziotti moscoviti, per tradizione assai poco amati. Una metropoli come tante, dunque, dove criminali e poliziotti, più o meno corrotti, si fanno la guerra, i maniaci si moltiplicano, le confessioni si estorcono ai poveracci dando una mano ai mostri? Oppure un filo rosso di violenza che cavalca i secoli e i regimi in questa terra ancora per tanti versi indecifrabile, e che anche di questo mistero fa una ragione di attrazione e perfino seduzione? Difficile rispondere, dopo un viaggio relativamente breve e privo dell’indispensabile supporto della conoscenza linguistica. Ma, come diceva Moravia che si era spinto fino ai crinali del mondo, anche laddove non è possibile alcuna conversazione linguistica, gli occhi restano validi strumenti di conoscenza. Così anche nella nuova Federazione Russa sono i dettagli, colti un po’ a caso, a dare, a volte, la misura del cambiamento. Io in Russia c’ero stata prima dell’era Gorbaciov. Avevo assistito alla poderosa sfilata d’ottobre nella Piazza Rossa ammantata di neve. Avevo visitato, nella allora Leningrado, il museo dell’ateismo (oggi anche museo di storia delle religioni). Avevo respirato a Mosca il senso di potenza mondiale e colto nelle fisionomie incontrate nel metrò i tratti etnici più differenti: slavi e mongoli, nordici, kirghisi e caucasici. Tutto era o piuttosto sembrava chiaro. Oggi ho dovuto aguzzare la vista per cogliere qualche spia di quel che può essere la vita nella nuova Russia, a dodici anni dalla caduta del comunismo, e cucire le brevi frasi di coloro che parlano italiano (ma non sempre rispondono volentieri): allontanandomi un poco dagli itinerari classici del turista. Così ho fatto una piccola scoperta, nella San Pietroburgo invasa dai nostri connazionali nel trecentesimo anniversario della sua fondazione e all’occasione smagliante dei rosa, verdini, azzurri, gialli dei palazzi edificati da architetti italiani, e che alla malìa dei canali lucenti nelle notti bianche, dei fiumi solcati da ponti levatoi che si aprono, a notte fonda, ai più alti natanti, aggiunge una quantità di opere d’arte da sindrome di Stendhal. In questa città apparentemente tranquilla che pure ha visto esplodere la rivoluzione bolscevica, che ha resistito al martirio dell’assedio nazista durato tre anni, che ha visto nascere una quantità di movimenti artistici d’avanguardia e partorito alcuni dei maggiori padri della letteratura mondiale, ho scoperto una seconda città, un ventre molle che si nasconde dietro le facciate dipinte, e corre lungo i cortili comunicanti per interi isolati. Una città di androni bui, di muri fatiscenti e scorticati, di scalini sbrecciati, che non attirano i turisti ma riportano immediatamente alla Pietroburgo di Gogol e di Dostoevskij. Ci sono diversi modi per viaggiare in Russia (come del resto ovunque). Uno è quello classico che va alla ricerca della storia e dell’arte. L’altro è quello che si perde nella contemplazione della natura, qui della sconfinata pianura venata dai fiumi. Il più concreto e forse utile è quello di chi raccoglie informazioni, le confronta, cerca di capire. Ma c’è anche quello, assai fascinoso, di chi ripercorre itinerari letterari, cominciando dalla case degli scrittori, quasi sempre conservate come musei ma quasi sempre in grado di lasciar intravedere qualche traccia della vita e dell’anima di chi le ha abitate. Dostoevskij cambiò spesso appartamento a Pietroburgo, ma ogni casa doveva essere vicina a una chiesa, doveva avere un campanile visibile da una finestra, a conciliarlo con una morte che aveva già intravisto di persona quando la grazia gli fu concessa solo davanti al plotone d’esecuzione. Tolstoj, quando lasciava la tenuta di Jasnaja Poljana presso Tula, dov’è sepolto, si trasferiva a Mosca, in una casa abbastanza spaziosa da ospitare i suoi numerosi figli e ben dieci servi, ma sobria, senza inutili sfarzi, senza saloni che oggi definiremmo megagalattici, senza esibizione di oggetti preziosi. Stanze per il gioco e lo studio dei ragazzi, invece. Uno studio dove lo scrittore aveva fatto segare le gambe della sedia da scrivania per avvicinare gli occhi ai fogli su cui scriveva, e ovviare così all’ incalzante calo di vista. La bicicletta e i pesi con cui esercitava il suo corpo, atletico fino alla vecchiaia. Gli stivali, proprio quelli dove nascondeva i diari segreti: quelli che, al contrario dei diari destinati ad essere letti da familiari e ospiti, non dovevano capitare sotto gli occhi sospettosi dell’odiata-amata consorte Sofia. Oggi i tavoli, il divano turco, il vasellame, le stufe, la boule per l’acqua calda, i samovar son custoditi amorosamente da uno stuolo di antiche signore occhiute che seguono passo passo il visitatore. Vecchine che, come quelle che siedono agli angoli delle sale, nei musei, raggranellano così qualche migliaio di rubli, assicurandosi una stentata sopravvivenza. Anche se la vecchiaia oggi sembra assai meno sicura di un tempo. «Mia madre - mi racconta Valentina - guadagnava circa 130 dollari al mese, ora di pensione ne prende quaranta, quel che costa un chilo di salame». La privatizzazione ha colpito duro le fasce più deboli, e non solo quelle. «La sanità è ancora gratuita - continua Valentina - ma le medicine me le devo comperare da sola. Anche l’istruzione è gratuita, ma chi va a frequentare l’università in una metropoli dev’essere ben raccomandato per permettersi vitto e alloggio. Certo i più svantaggiati sono i vecchi, quelli che magari neanche sapevano cos’aveva fatto Stalin ma erano sicuri di avere una pensione dignitosa fino alla morte. E magari ogni tanto una vacanza pagata in Crimea. «Così bisogna arrangiarsi. C’è chi fa tre lavori, come Michajl, che col solo stipendio di docente universitario manterrebbe la famiglia solo cinque-sei giorni. Chi sceglie la via più facile, la prostituzione, o l’adesione a gruppi paramafiosi. E ci sono le patetiche centenarie che, sui marciapiedi della Prospettiva Nevskij, vendono le poche cose che hanno: due gattini neonati, un paio di stivaletti da bimbo avuti chissà come, tre cipolle, un cartoccio di lamponi. Mentre altre signore, con abiti accuratamente confezionati in casa e che sembrano usciti da un baule degli anni ’50, con guantini di pizzo e cappelli di rafia, lavorano alacremente all’uncinetto, nel vecchio Arbat di Mosca, per confezionare sciarpe da vendere contestualmente. Più tardi, a Mosca come a San Pietroburgo, spuntano le creature della notte, che si aggirano con sacchi neri a pescare cibo fra i rifiuti, e ti sembra di essere tornato nella Russia dei «Racconti pietroburghesi». C’è anche chi muore letteralmente di fame, chiaro. Mentre i nuovi ricchi (politici, mafiosi, commercianti spregiudicati) invadono le nostre spiagge versiliane affittando ville, sfrecciando in macchinoni, mangiando cibi di lusso nei ristoranti più chic e comprando tutto il comprabile. In Russia, invece, oltre ai prodotti stranieri che occhieggiano dalle vetrine di Gucci, Fendi, Prada, fornendo l’abbigliamento delle bellissime che incroci nelle hall degli alberghi o all’uscita dei casinò nell’Arbat nuovo, puoi comprare solo souvenir, al massimo qualche gioiello d’ambra o qualche icona falsa che devi comunque nascondere. Le fabbriche chiudono o son già chiuse, la disoccupazione è in crescita. La campagna monotona e bella come una ballata triste è più povera ancora. Nel viaggio in treno da Pietroburgo a Mosca (quello che portò amore e morte ad Anna Karenina) si vedono ancora villaggi con strade di terra, anche se sullo sfondo brilla l’oro delle cupole delle chiese. Nella zona di Suzdal, dove dopo la rotta di Stalingrado fu allestito un campo di concentramento che ospitò anche il feldmaresciallo von Paulus, gran parte delle case sono o sembrano isbe, piccole e lignee, scrostate e circondate da orticelli dove si coltivano rape e patate e si alleva qualche animale da cortile. Il contrasto con le grandi metropoli è sconvolgente, ma non sempre a favore delle seconde. A Mosca, per esempio, è percettibile una sorta di volgarità da parvenus che respiri perfino nell’illuminazione al neon: ponti listati di luce azzurra, fontane che di notte si tingono di rosso sangue nella Piazza della Vittoria. Sembra di essere a Las Vegas. Ma la ricchezza che non è per tutti, il futuro incerto, «l’enigma Putin», il terrorismo caucasico, il welfare sempre più inesistente nella privatizzazione crescente, e tanti altri motivi in parte intuibili in parte no, sembrano aver risvegliato, nell’animo russo, una religiosità non sopita da settant’anni di ateismo di Stato. Monasteri di frati e suore (perfino una superiora che a Suzdal, si racconta, indossa una pesante cintura di castità e pronuncia sette parole al giorno). Cori di voci basse e di voci bianche, processioni con Pope in testa, concerti di campane, matrimoni religiosi, pellegrinaggi alle fonti di acqua «miracolosa», aperte manifestazioni di devozione che anche i giovani non si trattengono dall’esibire. Un mondo di contraddizioni, seducente per chi questo fascino lo percepisce, com’è sempre stato affascinante quello espresso dall’anima russa. Un’anima Un’animain crisi. Ma quando mai, a pensarci bene, non è stata in crisi, o in fermento? «Ci vorranno due generazioni almeno - profetizza Sacha, un poliglotta che a tempo perso fa anche la guida come altri fanno i tassisti - per recuperare un equilibrio: politico, economico, culturale. E oltretutto psicologico, perché il trauma subìto ha lasciato tracce anche in chi per tutta la vita aveva sperato nella fine del comunismo». Ma non tutti sono d’accordo. Marina, per esempio, una bella donna con fisico e movenze da ballerina del Bolscioj, a domanda non risponde. «Io stavo bene prima e sto bene adesso - afferma sibillina - Altri stavano meglio prima. Altri ancora stanno meglio adesso». E non riesci a cavarle una parola di più. |
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