Verona, la prima versione parla di "incidente domestico". Ma la polizia indaga su possibili ritorsioni
Marocchina sfregiata da un acido
Denunciò l´imam che predicava la violenza contro le donne
ORIANA LISO
DAL NOSTRO INVIATO
VERONA - Da undici giorni Halima El Bourfai è ricoverata nel reparto grandi ustionati dell´ospedale Borgo Trento. Il suo corpo è ricoperto dalle numerose ferite dovute al mix micidiale di acetone per smalto e fuoco. «Un incidente domestico», è la versione ufficiale, quella che ha dato lei stessa ai medici. Halima, un anno e mezzo fa, denunciò suo cognato, il marito di sua sorella Amal, perché aveva picchiato la moglie dopo essere stato in moschea. Per l´esattezza: dopo che in moschea un imam aveva esortato i mariti musulmani a picchiare le proprie mogli, a «governarle come pecore, perché il Corano lo ordina».
Incidente domestico, quindi, oppure una ritorsione di qualcuno che non ha gradito la sua indipendenza di marocchina trapiantata in Italia che dimentica le leggi d´origine, la sua ostinazione nel denunciare le botte e le vessazioni a cui veniva sottoposta sua sorella, che ora vive con i figli in una comunità protetta? O, ancora, un gesto di autolesionismo, forse dovuto a una situazione di stress per le reazioni della comunità alla sua denuncia? «Un caso doloroso, di cui ci stiamo occupando con tutte le attenzioni dovute, evitando allarmismi eccessivi», commenta il questore Luigi Merolla. A far conoscere il nuovo e misterioso capitolo sulla famiglia El Bourfai è stata ieri l´onorevole Daniela Santanchè. «La versione ufficiale - spiega il parlamentare - parla di un tentativo di suicidio provocato dalle continue aggressioni e intimidazioni che la donna subiva in seguito alla sua denuncia. Ma il terrore con cui Halima si rifiuta di rispondere a qualsiasi domanda lascia intravedere l´ipotesi che possa essere stata vittima di un brutale regolamento di conti all´interno dell´integralista comunità islamica». Una possibilità tra le altre prese in considerazione dalla Digos e dal procuratore capo Guido Papalia, che ha aperto un fascicolo per lesioni gravi. Halima era arrivata in ospedale due domeniche fa, accompagnata dal marito, un italiano. Ai medici aveva raccontato di essersi ustionata con l´acetone per levare lo smalto dalle unghie, senza però spiegare come avesse fatto a prendere fuoco. Per questo - e visto l´impegno di Halima per sua sorella - la polizia aveva segnalato l´episodio alla procura. Per ora non sono emersi collegamenti evidenti tra i due episodi. Di certo Halima era molto provata psicologicamente per la triste storia di sua sorella: anni di botte e di soprusi da parte del 46enne Moustapha Ben Har, culminati nell´aggressione dell´agosto 2005, raccontata sulle pagine del Corriere della Sera. La donna aveva sporto denuncia contro il cognato, dopo che sua sorella per due volte aveva fatto e ritirato la querela. Poi era arrivato Wagdy Ghoneim, un predicatore dei Fratelli Musulmani, ospite dell´Ucoii, l´unione delle comunità islamiche italiane. In moschea aveva detto: «Le donne sono stupide, sono come le pecore che devono essere governate da un pastore. Voi uomini avete ragione di picchiarle, perché è l´Islam che lo dice».
Moustapha aveva preso alla lettera, sembra, l´invito dell´imam, picchiando sua moglie davanti ai figli. Amal aveva denunciato e poi si era tirata indietro. Fino al 19 gennaio scorso, quando l´uomo aveva preteso - come sempre - che la moglie gli consegnasse l´intero stipendio da operaia, l´unico reddito della famiglia. Dopo le botte, la sorella minore, Hamila, l´aveva portata da un avvocato, Rosanna Credendino. Da quel giorno la donna e i suoi figli vivono in un luogo sicuro, lontani dalla violenza del marito. Moustapha è stato condannato a un anno e otto mesi, ma ha a sua volta denunciato la moglie. Hamila continua a vivere con suo marito nel veronese, sotto gli occhi della comunità islamica, dove forse non tutti le hanno perdonato di aver alzato la testa.