Articolo da "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 13 gennaio 2004
Dietro gli atroci delitti

Questa famiglia
luogo di sangue

MARY SELLANI
Ancora un massacro in famiglia: l'ultima notizia in ordine cronologico viene da Messina, dove ieri un padre di famiglia ha buttato dal balcone la moglie e i due figli (sono ricoverati in condizioni gravissime) e poi si è sparato. Ma sono pressoché quotidiani i casi sui delitti perpetrati dentro le mura domestiche (l'anno scorso uno ogni due giorni) che quasi viene da chiedersi se la vera notizia sono le stragi familiari o il fatto che richiamino tanta attenzione.

Probabilmente sono vere entrambe le cose, e ciò perchè noi, in realtà, non ci aspettiamo mai che dalla famiglia possano venire dei mali così grandi. Non ci resta comunque che prendere atto che la famiglia può essere effettivamente un luogo di violenze numerosissime e tra le più drammatiche (non solo casi di omicidi o suicidi, ma anche di violenze sui minori, sulle donne, sugli anziani).

Forse è così dappertutto, solo che, rispetto agli altri Paesi, in Italia fatti di tale entità destano più sconcerto perché da noi tutto il discorso sulla famiglia tende a mettere in evidenza quasi esclusivamente le sue caratterisitiche positive come luogo di solidarietà, di pacificazione, di sicurezza, ed a nascondere la quantità di possibili tensioni e conflitti di cui essa è teatro, vedendo questi solo come patologia. Per cui è difficile anche venire incontro dall'esterno alle difficoltà familiari e farle riconoscere nella loro dimensione di normalità prima che sfocino in tragedia.

Così, nella nostra cultura familiare è difficile chiedere aiuto quando in famiglia c'è una tensione in quanto ciò appare una cosa negativa, una cosa di cui vergognarsi, appunto perché nella famiglia tutto deve andare bene, tutti devono essere solidali fra loro, il legame familiare deve dare ai suoi componenti solo benessere psicologico. In questa cornice il disagio familiare resta quasi sempre inascoltato, viene percepito non come qualcosa che c'è, che è reale, ma come qualcosa di patologico.

È una visione della famiglia cui contribuisce molto il fatto che essa rimane tuttora, soprattutto in Italia, prigioniera di ruoli troppo rigidi, ovvero di quel modello tradizionale in cui l'uomo ha un'occupazione sufficiente (sufficientemente retribuita), le donne sono prevalentemente accuditive (si occupano solo della casa e dei figli) e i figli sono rispettosi, obbedienti, e riescono a realizzare i desideri dei genitori.

Al contrario, nella realtà attuale tutto ciò non sempre si avvera (le donne sono spesso occupate fuori casa ed hanno aspettative anche di altro tipo rispetto alla sola riuscita nel matrimonio), gli stessi uomini non trovano facilmente occupazione oppure la perdono. Tutto ciò scatena da parte degli uomini dentro la famiglia reazioni negative, giacché questa non corrisponde al loro modello ideale. E il modo in cui essi giudicano e affrontano le situazioni difficili non aiuta a risolverle, anzi le rende disperate e disperanti (se non riesco ad essere per la mia famiglia quello che si aspetta da me, o se la famiglia non è quello che mi aspettavo da lei l'unica cosa è farla finita, ma con tutta la famiglia).

Questo modo di ragionare è indicativo tra l'altro di una visione «proprietaria» e totalizzante della famiglia stessa. Proprietaria per l'incapacità di vedere i confini tra sé e gli altri membri familiari (i quali invece sono persone che hanno un'esistenza anche al di fuori del nucleo familiare). Totalizzante perché in questo senso la famiglia costituisce un modello di valori per eccellenza, una comunità forte, onnicomprensiva, in cui tutto deve funzionare e tutto deve trovare soluzione al suo interno. Ma una famiglia così rischia di rovesciarsi contro quando non riesce a mantenere le promesse che aveva fatto intravedere.