Articolo da "La Repubblica" del 29 gennaio 2003.

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L´intervista
La psicoterapeuta Silvia Vegetti Finzi: l´addio di una donna minaccia la fragile identità maschile

"Vengono punite per averli sfidati"

"Ci troviamo di fronte ad omicidi dettati dalla passione del possesso non certo dall´amore Pur di non perderla si tenta di distruggerla"

"Anche l´indipendenza economica femminile diventa un´aggravante e consolida nei maschi l´idea che non c´è nulla che lei non possa fare"

ROMA - Silvia Vegetti Finzi, aumentano in modo consistente gli omicidi così detti passionali. Cosa può portare un uomo ad uccidere la persona che più ama?

«Sa, dobbiamo riflettere sul fatto che parliamo di delitti dettati dalla passione sì, ma non d´amore: la passione del potere e del possesso. Non c´è spazio per l´amore qui. L´amore caccia i fantasmi di morte mentre è dalle sue ceneri che può nascere una disperata possessività, quella di chi vede la compagna come un oggetto da possedere a costo di distruggerlo».

Praticamente tutte le vittime erano economicamente indipendenti dall´assassino.

«Un´ingiuria mortale. L´autonomia, infatti, finisce per essere vissuta come una provocazione: io posso vivere senza di te. Colpo ferale per l´uomo che non ha senso di sé ma che per poter esistere e confermare la propria identità sessuale deve dominare prevaricando la donna, dominandola».

Eppure sono per lo più uomini convinti di amare la partner.

«Sono uomini che credono di amare la donna che stanno uccidendo perché è la loro concezione dell´amore che diventa alterata...».

Tuttavia parliamo dello stesso uomo che prima del delitto aveva un normale rapporto affettivo con la vittima.

«Normale finchè nella coppia la dedizione della donna, le sue premure, i suoi modi di esserci, lo confermavano nella sua identità. Ma quando la persona amata se ne va, allora - in alcuni soggetti - l´addio viene percepito come una provocazione, una sfida a tutto il proprio essere; questi uomini vivono la perdita della compagna come perdita di sè, come minaccia all´incolumità della propria identità sessuale. Del resto il fantasma della mascolinità, che è dominio della donna, aleggia dentro di noi: è una eredità storica».

E cosa fa la differenza tra un uomo ed un altro; tra l´assassino e chi accetta la separazione?

«E´ la mancanza di elaborazione mentale che fa la differenza: l´assenza di pensiero. Di consapevolezza. In chi uccide, è come se l´inconscio fosse controllato da uno strato troppo sottile di coscienza; l´"Io" di queste persone è rigido e fragile al tempo stesso: così, l´atto dell´abbandono assume il valore di un non-riconoscimento; e l´assenza di riconoscimento è percepito come smarrimento totale di sé».

Secondo lei, questi delitti sono in aumento poiché è aumentata l´autonomia delle donne?

«E´ un discorso con molte sfaccettature. Cominciamo col dire che sicuramente le donne sono riuscite a crearsi, in questi ultimi trent´anni, una propria identità, indipendente dalla presenza maschile nella loro vita; viceversa, si è verificato un indebolimento nell´identità maschile la cui conferma è affidata solo alla donna...».

Scelta azzardata vista la mutazione del genere femminile.

«Attenzione: io credo che la vera novità di questi anni siano i mutamenti sociali. Le donne sono ormai almeno trent´anni che seguono un loro percorso. Ma nel frattempo cosa è successo? E´ successo che agli uomini sono state sottratte anche tutte le altre garanzie di identità sessuale che gli venivano dalla società: dalla famiglia della quale era centro imprescindibile alla sua dominante posizione economica, al tipo di collocazione professionale non condivisibile con una donna a tutta una serie di rituali, anche solo mentali, che non facevano che confermare la sua identità. Ora non solo non è più così, ma tutto ciò che avviene intorno a lui gli dice che non c´è nulla che anche lei non possa fare, avere, ottenere. Non vacilla solo il suo rapporto con la donna, ma il suo rapporto con il sistema sociale, culturale di riferimento che è stato polverizzato».

Chi uccide pur di non essere abbandonato intende dunque anche punire la vittima?

«Guardi, paradossalmente l´assassinio, nella mente di questi individui, è un atto di difesa. Uccidendo la donna, l´uomo si "difende" dalla possibilità di essere interiormente disintegrato da quell´addio; per lui è davvero una questione di vita o di morte poiché la distruzione dell´identità è un attacco mortale, una dichiarazione di guerra».

Pochi giorni fa, a Crema, un uomo ha "punito" la propria ex moglie uccidendone il figlio per poi suicidarsi.

«Ecco, questo è l´esempio di un modo storicamente "femminile" di vendicarsi, basti pensare a Medea. Con l´assassinio dei figli, si pensa di scardinare un legame, di punire ma anche di creare un devastante senso di colpa nell´altro. In qualsiasi caso, non è d´amore che si può parlare».

(m.s.c.)