Articolo da "La Repubblica" del 27 agosto 2005


Gli stupri impuniti del darfur
Le donne vittime senza giustizia malgrado gli appelli

ANTONIO CASSESE*
Che lo stupro, così comune soprattutto in tempo di guerra, sia un crimine odioso e ignobile, nessuno può negarlo. Un crimine che diventa tanto più intollerabile quando continua ad essere commesso malgrado le denunce e le proteste internazionali. È quel che avviene in Darfur. Le Nazioni Unite hanno ripetutamente condannato le gravi violenze contro le donne dei villaggi così detti africani (o non-arabi), stuprate spessissimo da miliziani, soldati o poliziotti in occasione di attacchi armati ai villaggi, o intorno ai numerosi e affollatissimi campi profughi. La Commissione di inchiesta sul Darfur nominata dal segretario generale dell´Onu Kofi Annan, dopo un´indagine accurata in Sudan, non solo confermò il 25 gennaio scorso la diffusione di quel crimine, ma richiese anche, con forza, che le autorità sudanesi impedissero subito gli stupri, ponessero termine agli altri crimini di guerra e contro l´umanità, e punissero i colpevoli.

Quelle autorità hanno però fatto orecchie da mercante, adottando misure inefficaci, soprattutto di facciata. Un approfondito rapporto dell´alto commissario dell´Onu per i diritti umani, Louise Arbour, pubblicato nei giorni scorsi, conferma non solo che gli stupri continuano ad essere perpetrati, ma anche che le vittime non hanno alcun modo di accedere alla giustizia per far punire i colpevoli. Le vittime spesso non si rivolgono alle autorità per paura di rappresaglie o per mancanza di fiducia nei giudici, tanto più che in Sudan, se una donna non riesce a provare di aver subito violenza carnale, può essere perseguita penalmente per adulterio anche se non è sposata e condannata a morte. Spesso poi la polizia si rifiuta di registrare le accuse, in mancanza di prove mediche, difficili da raccogliere anche per colpa della normativa sudanese. Finora, delle migliaia di casi di stupro, solo sei sono stati sottoposti a giudizio penale; ad oggi, stupratori sono stati condannati solo in due casi, ma le vittime non hanno ricevuto alcun indennizzo.

Purtroppo, gli stati stanno a guardare e il procuratore della Corte penale dell´Aja, investito dal Consiglio di sicurezza dell´Onu dei crimini nel Darfur, continua con calma le sue laboriose investigazioni. Gli Usa contavano molto sulla possibile mediazione di John Garang, il leader filoamericano dei ribelli del Sud, nominato vicepresidente del Sudan dopo i recenti accordi di pace. Ma è morto (o è stato ucciso) qualche settimana fa, e quindi anche quelle speranze si sono spente. Le donne del Darfur continuano così a soffrire violenze nel corpo e nella mente, e ognuno di noi, indifferente, continua ad attendere ai suoi crucci quotidiani.

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