TUTTO IN UN GIORNO
TUTTO IN UNA PAGINA
Dovessimo rendicontare della violenza subita o palesata nei confronti delle donne, se pur circoscrivendo il campo di indagine al solo territorio friulano, passeremmo molto e molto tempo davanti a queste pagine. Purtroppo. E ci sono alcune giornate in particolare, che sono veramente dure da digerire.
Prendiamo quella di martedì 17 aprile, riportata dalla cronaca di Udine del Messaggero Veneto. Vediamo: un quarantenne udinese, mal sopportando la separazione dalla moglie, sfonda la porta del suo appartamento… dopo pesanti minacce verbali comincia a strattonare la donna, la prende per i capelli, la colpisce ripetutamente al volto , la terrorizza con il collo di una bottiglia rotta; un ghanese ventenne rimane agli arresti domiciliari per aver violentato, picchiato e derubato la ex fidanzata che era ritornata nella sua abitazione per recuperare alcuni effetti personali; un ventiduenne udinese viene arrestato per aver riempito di botte la madre perché si rifiutava di consegnargli le chiavi della propria auto, un udinese cinquantunenne viene condannato a quattro anni per aver sfruttato per anni la moglie dominicana costringendola a prostituirsi e a consegnargli i proventi dell’attività ammontanti alla fine a 740mila euro e per averla minacciata la nel caso volesse smettere.
Da rimanere senza fiato.
E non dimentichiamoci che ogniqualvolta si pubblicano dati Istat, Eurispes, o quantaltro su questo tipo di violenza, il commento è sempre che si tratta solo della classica “punta dell’iceberg”. Siamo male, molto male.
Generazioni di violenti di vecchio stampo, quelli che per intenderci, mantenevano l’integrità e l’ordine famigliare con la subordinazione delle loro mogli e figlie hanno generato figli che, se accettano le conquistate libertà civili, sessuali e sentimentali per sè, le rifiutano con la violenza e spesso con l’assassinio per l’altra e questi a loro volta stanno generando figli disintegrati alla disperata ricerca di identità in un display che rimanda, ancora e ancora pixel di violenza opportunamente provocata, fruita e goduta come il pasto del branco dei tempi moderni.
Sovrapposizioni di generazioni, di etnie e di violenze, tutte ancora e sempre contro le donne che va a connotare sempre più questo “osceno del villaggio“. Da dove riprendere per porvi fine?
C’è un posto nel mondo, dove uomini di potere, i loro gregari e tutti quelli che girano intorno ai moderni lager di produzione come le mosche sulla merda, hanno creato la loro società ideale. Questo posto è in Messico; si chiama Ciudad Juarez. A Ciudad Juarez le donne sono violentate e uccise a centinaia, da anni. Esse sono forza lavoro con retribuzioni da fame e sono la pietanza di carne al tavolo degli appetiti libidinosi, volgari ed estremi che alla fine del processo di accumulazione e ingrasso le sputa quali avanzi: “ossa nel deserto“. Questo genocidio continua a tutt’oggi grazie alla omertà, alla protezione e alla connivenza. In questi giorni è arrivato da noi il film “Bordertown” che, se pur banalmente romanzato, racconta Ciudad Juarez. Ma in questi giorni arriva da noi anche il vento che soffia da laggiù: omertà, connivenza e anche peggio: sostegno.
Succede questo: a Bologna una donna viene violentata da un suo ex e da un amico di lui; non muore né fisicamente, né psichicamente, reagisce, li denuncia. Prima del processo, amici, parenti e conoscenti dei due, organizzano un concerto benefit a sostegno degli stupratori. Per le spese legali, ma con un’azione gravida di disprezzo per la donna, di sessismo, di arroganza squisitamente maschile. Tempo fa, sempre a Bologna un’altra donna che veniva dal Friuli era stata violentata in strada, in mezzo alle case, urlò, gridò, nessuno la sentì, come se fosse in un deserto. Silenzio ed omertà. Viviamo in quella parte di mondo che usa e consuma gli oggetti prodotti nelle tante Ciudad Juarez del sud o dell’est; ma oltre agli oggetti, ne consumiamo anche la logica.
Il friulano che in casa sua esercita la “padronanza” pretendendo servilismo ed erogando botte, il figlio che percuote la madre con l’atteggiamento sempre più frequente del “tutto mi è dovuto”; il ghanese trapiantato in Friuli che la cultura patriarcale se la porta dietro perché da questo punto di vista quasi tutte le culture, in questo loro peggio, sono uguali; il friulano che si arricchisce sfruttando la moglie soggetto tanto più debole quanto più etnicamente altro… Finiti sul giornale perché pizzicati dalla giustizia… Ma anche questa, quanta voglia avrebbe di pendere tutta da una parte? Tanta. Lo dicono le periodiche e grottesche sentenze che ogni tanto escono dalla Cassazione. L’ultima in ordine di tempo è del mese di febbraio: non c’è aggravante per chi alza le mani sulla compagna se questa è “soltanto” convivente. Bisogna difendere la famiglia, possibilmente quella in cui le donne erano e sono corpi sepolti nell’invisibilità e nel silenzio. Tutto il resto deve figurare come bravi mariti e bravi ragazzi.
Da dove riprendere per porvi fine?
Da “quelle che non ci stanno”, da quelle che si ribellano, da quelle che pubblicamente denunciano e diventano, come la donna di Bologna, una forza per tutte le altre. Non possiamo sopportare che una pagina di locale cronaca quotidiana come quella di un 17 aprile qualsiasi rappresenti la normalità degli eventi. “La solidarietà tra donne è un’arma”, usiamola! Usiamola per scardinare quella maschile che in questo caso è solo criminale connivenza. Non lasciamo che ci costruiscano intorno una Ciudad Juarez universale!
Dumbles - feminis furlanis libertaris - aprile 2007 -