Colpo di scena a Bologna. L´immigrato: perché mi ha fatto questo?
La bambina e il marocchino " Mi sono inventata tutto"
MICHELE SERRA
A Bologna si dice "marocchino", da generazioni, per indicare chiunque provenga da Roma in giù. Non è neanche razzismo: è quel pigro e comodo liquidare gli altri come una grande unica tribù di seccatori. Chissà che non sia anche questa spensierata rozzezza ad avere orientato una ragazzina di Anzola Emilia, a pochi chilometri dalle Due Torri, nell´atroce accusa di stupro collettivo, in pieno giorno.
Un´accusa rivolta a un imprecisato "branco" di immigrati il cui capo sarebbe stato, appunto, un ventenne marocchino. A dodici anni, tanti ne ha la ragazzina, non è mai del tutto chiaro che cosa salti in mente. Fatto sta che il giorno dopo (ma il sospetto, forte, c´era anche il giorno prima) si è scoperto che non era vero niente. Che lo spavento, privato e sociale, per questa volta era stato inutile, era stato a vuoto: Cappuccetto Rosso non aveva incontrato il Lupo, e la favola nera era appunto soltanto una favola. Tutto benissimo, dunque, con grandi sospiri di sollievo e un severo rabbuffo alla piccola cacciaballe, mitigato dalla contentezza di saperla incolume.
Peccato che, nel breve lasso di tempo intercorso tra la denuncia di stupro e la scoperta della clamorosa bugia, sia accaduto qualcosa di altamente penoso. Alcuni quotidiani hanno sbattuto in prima pagina l´orrenda fola raccontata dalla bimba, e lo hanno fatto senza nessuna, dico nessuna premura di un riscontro o di un dubbio. "Dodicenne violentata dagli immigrati", così, proprio così. Così nelle edicole e nelle rassegne stampa dei telegiornali del mattino, così nel passaparola nei bar di mezza Italia. Così nella percezione sempre più alterata, emotiva, pericolosa che molte persone hanno della questione degli immigrati.
Ora: che una ragazzina di paese possa inventarsi una violenza sessuale subita da non meglio precisati "immigrati", rientra nelle sciocchezze madornali che si fanno (anche se non si dovrebbero fare) in quell´età tenera e inquietante. Ma che, sul palcoscenico organizzato dai media e dunque dagli adulti, quella scenetta sia amplificata esattamente come l´ha inventata la teen-ager, con "gli immigrati" intesi come un solo indistinto magma di malvagi, è una cosa parecchio disgustosa. Indice, nel migliore dei casi (dico nel migliore) di cinica speculazione politica, nel peggiore di un degrado culturale, e di una afasia etica, giunti al punto di far coincidere una condizione umana (l´immigrato) e la predisposizione al crimine. Puro razzismo, in senso tecnico: tu non sei quello che fai, tu sei quello che dicono la tua anagrafe, la tua nazionalità, la tua "razza".
Di crimini veri, naturalmente, persone immigrate (non "gli immigrati", persone immigrate, e non è davvero la stessa cosa) ne hanno commessi, e ne commetteranno. Specie nello sgradevole comparto dei reati sessuali, laddove l´impatto con l´apparente "disponibilità" delle donne in una società meno inibita come la nostra, genera facilmente odiosi equivoci, e scorciatoie violente, negli stranieri appena arrivati. Ma proprio perché il problema esiste, brandirlo come una clava equivale a trasformarlo in uno spauracchio utile solo a fare fremere di orrore il proprio pubblico pagante, e votante. Che è il contrario di affrontarlo e dunque il contrario di provare a risolverlo.
Proprio nei giorni scorsi, del resto, è circolata una notizia di cronaca secondo la quale un italiano coniugato, avendo dimenticato il portafogli a casa dell´amante, per giustificarsi con la moglie ha detto che glielo aveva rubato "un immigrato" (e chi, se no?). Ed è, questo, l´aspetto barzellettistico (ma non meno indegno, nella sostanza) di un vezzo, o di una paranoia, piuttosto diffusi: Erika e Omar dissero che erano stati "albanesi" a sgozzare le loro vittime, servendosi del capro espiatorio già allora più comodo, e credibile per una società spaventata e male informata. E a Brescia, pochi giorni fa, un regolamento di conti per affari loschi di malavita italiana ha addirittura scatenato sit-in di strada contro "gli immigrati criminali". E chissà se la verità, arrivata a raddrizzare la schiena alla calunnia razzista, è bastata a suggerire prudenza, a portare ragione. O se la verità, quando ridimensiona il panico, viene invece respinta perché arriva ad alterare un meccanismo prezioso, quello del capro espiatorio. Prezioso per un largo pezzo di opinione pubblica, che del disordine e del crimine ha la comprensibile premura di liberarsi, ma preferisce farlo a qualunque costo, ritenendo "gli immigrati" la fonte di ogni male. E prezioso per pezzi di politica e di informazione che ci speculano sopra.
La vocazione "pedagogica" dei media ha fatto il suo tempo, dicono. Peccato sia stata rimpiazzata, la pedagogia, dalla demagogia: si tende a scrivere solo quello che il lettore ha voglia di sentirsi dire. Anche se quello che ha voglia di sentirsi dire è pura menzogna.