Articolo da "Il Messaggero Veneto" del 8 agosto 2009




«Quell’abisso che ci portiamo dentro»
Il professor Procaccio: ci sono segnali, ma è impossibile capire il disagio
L’intervista

ROMA. «Ognuno di noi è portatore di un abisso e anche se poi la maggioranza della gente non arriva a toccarlo mai, questo abisso è lì a portata di mano, in un qualunque giorno di agosto». Walter Procaccio, psichiatra e psicoterapeuta, per cinque anni in servizio nel carcere romano di Regina Coeli, vorrebbe che la psichiatria evitasse di commentare quotidianamente i fatti di cronaca nera sputando ogni volta sentenze.
Perché, professore, suggerisce questa operazione di astinenza, di basso profilo?
«Ritengo che fare un passo indietro sarebbe un atto civiltà, anche perché si rischiano di far passare tesi assolutorie del sistema senza riscontri con la realtà. E’ come voler mettere i pazzi da una parte e i sani di mente dall’altra, cosë stiamo tutti tranquilli. E poi perché davanti al dolore credo sia giusto tacere rispettosamente, senza pontificare dalle colonne dei giornali o nei salotti televisivi ogniqualvolta se ne presenta occasione».
Ma cosa può spingere un uomo a sterminare la propria famiglia, a sgozzare i figli con le proprie mani, a trasformarsi in un’omicida di massa di punto in bianco?
«Come dicevo dentro ciascuno di noi c’è un abisso vasto e oscuro che non è inarrivabile. L’abisso è un concetto immanente. E’ un nostro compagno di strada, gli camminiamo vicino, ne costeggiamo i bordi e a toccarlo ci vuole un attimo. In un certo senso potremmo parlare di banalità dell’abisso».
La paura di perdere tutto, dagli affetti, alla casa, al lavoro, può essere la molla che ti fa cadere nel baratro?
«La paura non è né buona né cattiva. E’ una dimensione dell’animo umano, è un vissuto che come tutti i vissuti se diventa abissale perde la sua funzionalità e può diventare maligna».
Spesso però nelle tragedie familiari ci si chiede se si poteva capire per tempo. In tempo per evitare l’epilogo di sangue.
«Capire prima è un desiderio legittimo che tutti nutriamo.
Ma anche in questo caso bisogna stare attenti a non innescare una sorta di sindrome da Minority Report, il celebre film di Steven Spielberg in cui la polizia riesce a impedire i crimini attraverso i poteri precognitivi di alcuni individui e ad arrestare i colpevoli. Trasformare tutti in potenziali carnefici creerebbe un allarme ingiustificato. Sarebbe soltanto una caccia alle streghe che non giova a nessuno». (n.a.)