Articolo da "La Stampa" del 29 novembre 2002
SIAMO PRONTI PER IL TRAPIANTO DEL VISO: MA È GIUSTO?
VOLTAFACCE
I voltagabbana di ultima generazione hanno una nuova risorsa, una specie di «soluzione finale» del loro travaglio identitario: sarà presto possibile il trapianto di faccia. Specchiarsi un bel mattino e vedere un altro sé: e senza bisogno di estenuanti ribaltoni esistenziali, senza la fatica un po' impudica di cambiare casacca ideologica, evitando il palliativo mai risolutivo del lifting. Che sollievo assoluto! L'annuncio dato dai chirurghi plastici del Royal Free Hospital di Londra è ovviamente rivolto a chi è rimasto sfigurato, e altrettanto ovviamente sono drammi sui quali sarebbe iniquo scherzare. Ma dal momento che tutti, prima o poi, abbiamo perso la faccia, poterne acquistare una nuova (mutuabile?) può essere una scorciatoia irresistibile. Non c'è ramanzina di capufficio o paletta alzata di vigile urbano che non faccia smaniare di essere altrove, o di essere un altro. Per non parlare di ben più dolorose flagranze di colpa. Al cospetto di chi giudica i nostri errori è questa la fuga suprema, rinnegare il precetto su cui tutto si fonda: sarai fatto a tua immagine e somiglianza. Già, ma poi? Chi ci guarderà dalla fototessera della nostra carta d'identità? Noi o il nostro ultimo, disperato alibi? Non a caso dà un grande sollievo sapere che, interpellati sull'opportunità di procedere verso i trapianti facciali, in duecento su duecento hanno risposto di no, e fra di essi molti medici e infermieri (i sondaggi, a volte, servono a qualcosa...). La voragine etica sgomenta, e si aggiunge alle tante altre spalancate dalla bioingegneria, e più ancora dal mercatino spregiudicato e losco che le fiorisce intorno. E mentre la tecnologia è già a punto - una banale questione di graffette e arterie ricucite - non c'è sutura che tenga insieme i lembi del dilemma: è giusto o è mostruoso? I dubbiosi obbiettano che il volto non è un organo vitale, e che sarebbe dunque scellerato aggiungere a trauma il trauma della chirurgia e del rigetto. I malvagi sognano infinite impunità, ma questo è già stato raccontato nel meraviglioso film Face Off dove il buono e il cattivo, Nicholas Cage e John Travolta, si scambiano come una maschera le fattezze e insieme i destini. E i fantasiosi immaginano una futura bancarella dei connotati dove un'élite annoiata di sé stessa potrà acquistare il bel musetto del divo preferito (previa soppressione del medesimo?) e indossarlo col fremito della novità. Ma l'identità non è un vestito, non c'è zip o bottoniera che permetta di sostituire davvero quella parte del corpo che è l'ultima a formarsi nel feto, ma la prima a dirci chi siamo. Notizie come queste, a ben vedere, danno un significato pieno, e umano, alla parola tabù: ci sono delle inibizioni che subiamo per puro condizionamento sociale, ma ce ne sono altre, fortunatamente, che servono a preservarci dalla nostra pazzia. La faccia prêt-à-porter rimarrà tra gli incubi grotteschi del consumismo fuori controllo. E ognuno si rassegnerà ad avere quella che si è meritato.

Giovanna Zucconi