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Abbiamo recentemente riportato un'intervista a Nancy Scheper-Hughes a proposito del suo libro: "Il traffico di organi nel mercato globale". Lo abbiamo letto; lo riteniamo un testo importante perchè aggiunge uno sguardo globale a quello che andavamo dicendo da tempo a proposito della pratica trapiantistica circa la definizione di "morte cerebrale", della mistificazione che si crea attorno al concetto di "dono" e dell'osceno meccanismo avviato dal bisogno di "organi freschi".
Ne riportiamo un paragrafo esplicativo. |
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La morte che precede La morte
La morte è naturalmente un’altra parola chiave nei trapianti. La possibilità di estendere la vita attraverso il trapianto è stata facilitata dalle definizioni mediche di coma irreversibile (alla fine degli anni Cinquanta) e di morte cerebrale’ (fine anni Sessanta), quando la morte è diventata un epifenomeno del trapianto. Qui diventa visibile tutto il terribile potere delle scienze della vita e dellatecntecnologia medica negli stati moderni. Nell’epoca della chirurgia dei trapianti, la vita e la morte sono sostituite da surrogati, procure, facsimili, e la gente comune ha rinunciato al potere di determinare il momento della morte, che richiede ora competenze tecniche e legali che vanno oltre le sue capacità (cfr. Agamben 1998:165). Inoltre le nuove biotecnologie hanno messo in dubbio il convenzionale concetto occidentale della proprietà del corpo morto di fronte allo stato. La nozione illuminista del corpo come proprietà esclusiva dell'individuo è ancora valida, alla luce delle molte e contrastanti richieste di tessuti umani e materiale genetico da parte dello stato e degli enti commerciali di ricerca farmaceutica e biotecnologica (cfr. Rabinow 1996; Curran 1991; Neves 1993)? Può ancora resistere di fronte alle pretese degli stati moderni, tra cui Spagna, Belgio e ora anche il Brasile, di completa autorità sui corpi, gli organi e i tessuti dopo la morte? Quale stato si arroga il diritto ai corpi sia di coloro che si presume morti sia di coloro che si presume abbiano dato il loro consenso al prelievo di organi (cfr. Shiva 1997; Berlinger e Garrafa 1996)? Dall’approvazione della nuova legge sulla donazione obbligatoria in Brasile, si odono rabbiosi riferimenti al defunto come al “corpo dello stato”: sicuramente la famiglia e la chiesa hanno perso il loro controllo. Mentre la gran parte dei dottori hanno lavorato tra i loro stessi dubbi sui nuovi criteri della morte cerebrale, molta gente comune vi oppone ancora resistenza. La morte cerebrale non è una percezione dell’intuito o del buon senso; è ben lungi dall’essere ovvia per le famiglie, il personale addetto all’assistenza, e perfino per alcuni medici specialisti. Il linguaggio della morte cerebrale è pieno di indeterminatezza e contraddizioni. La morte cerebrale anticipa la morte somatica? Dovremmo chiamarla, come fa Agamben, “la morte che precede la morte” (1998:163)? Quale è la relazione tra il momento della morte cerebrale dichiarata tecnicamente e il tempo limite per il prelievo degli organi utilizzabili? In un’intervista del 1996, un patologo forense legato al Groote Schuur Hospital di Città del Capo, dove Christian Barnard sperimentò i primi trapianti di cuore, ha ricusato con veemenza il concetto medico di morte cerebrale: Vi sono solo due stati organici: vivo e morto. "Morto" è quando il cuore cessa di battere e gli organi si decompongono. “Morte cerebrale” non vuol dire morto. E' ancora vivo. I medici lo sanno bene, e dovrebbero confessare la verità alle famiglie e a se stessi. Ad esempio potrebbero rivolgersi alle famiglie dicendo: "Il vostro caro è oltre ogni speranza di recupero. Ci permettete di spegnere le macchine che lo mantengono in uno stato liminale a metà tra la vita e la morte, così da poter prelevare gli organi per salvare la vita di un’altra persona?” Questo sarebbe etico. Questa sarebbe una transazione onesta. Il dott. Cicero Galli Coimbra del Dipartimento di Neurologia e Neurochirurgia dell'Università Federale di San Paolo, dove dirige anche il Laboratorio di Neurologia sperimentale, ha scritto molti articoli scientifici mettendo in dubbio la validità dei criteri stabiliti nel 1968 dal Comitato per l’esame della definizione di morte cerebrale della Harvard Medical School. In alcune interviste rilasciatemi nel 1998, Coimbra ha ripetutamente proclamato, sulla base del suo stesso lavoro clinico e di ricerca, che la morte cerebrale, così com’è attualmente definita, è applicata anche a pazienti che potrebbero essere salvati. Egli afferma inoltre che il “test dell'apnea" ampiamente usato per determinare l’avvenuta morte cerebrale, in realtà provoca danni cerebrali irreversibili. Tutti i cosiddetti test di conferma “non fanno che confermare gli effetti dannosi dell’arresto circolatorio intracranico indotto dai medici”. Coimbra, che ha rifiutato l’anonimato, è uno dei principali avversari della nuova legge brasiliana sulla donazione obbligatoria, che egli vede come un assalto alla popolazione clinica dei traumatizzati cerebrali. Il corpo può essere definito clinicamente morto, per uno scopo - il recupero degli organi - mentre è ancora percepito vivo per altri aspetti, tra cui i legami famigliari, gli affetti, le credenze religiose o il concetto di dignità individuale? Anche quando la morte somatica è evidente per i famigliari e i congiunti, il passaggio percettivo dal corpo morto - "il caro defunto”, “il congiunto appena spirato”, “il fratello purtroppo venuto a mancare” - al cadavere anonimo e spersonalizzato (oggetto riutilizzabile e riserva di parti di ricambio) può richiedere un tempo più lungo del pressante “tempo tecnico” disponibile per prelevare gil organi utili al trapianto. Ma mentre il tempo utile per l'espianto può essere esteso grazie a nuovi metodi di conservazione, la confusione e il dubbio dei famigliari può aumentare. Il "dono della vita” richiede un dono parallelo, il “dono della morte”, la rinuncia alla vita prima del tempo normalmente riconosciuto. Nel linguaggio antropologico, la morte cerebrale è una morte sociale, non biologica, e ogni “dono” richiede una ricompensa (Mauss 1966). Secondo Coimbra e alcuni suoi colleghi, la morte cerebrate ha creato una popolazione di morti viventi. Deve ancora essere assimilata come parte della mentalità comune anche in molte società industrializzate, come il Giappone, il Brasile e gli Stati Uniti (cfr. Kolata 1995), e lo è ancora meno in paesi dove le operazioni di trapianto sono ancora rare. E tuttavia il disagio diffuso in Brasile dopo l’approvazione della nuova legge sul “consenso presunto” nel 1997 è un’eccezione rispetto alla generate apatia dell’opinione pubblica di fronte alla presa di controllo da parte dello stato sul corpo morto. I chirurghi spesso spiegano la resistenza popolare in termini di sfasamento culturale che impedisce alle persone comuni di accettare i cambiamenti introdotti dalle nuove tecnologie mediche. Mentre lo stato postmoderno ha certamente accresciuto il suo controllo sulla morte (cfr. Agamben 1998:119-25) attraverso le recenti scoperte della biotecnologia, della genetica e della biomedicina, vi sono molti antecedenti da tenere in considerazione. I Comaroff (1992), ad esempio, hanno dimostrato quanto i regimi coloniali britannici in Africa si affidassero alle pratiche mediche per disciplinare e civilizzare i popoli colonizzati di recente. Le colonie africane divennero laboratori per esperimenti di medicina e salute pubblica. E gli esperimenti medici sotto il Nazional-Socialismo hanno prodotto, attraverso l'eugenetica applicata e le condanne a morte, campi di concentramento pieni cli cadaveri ambulanti e morti viventi (Agamben 1998:136) delle cui vite si poteva disporre senza spiegazione o giustificazione. Agamben arriva a paragonare questi corpi in schiavitù ai “morti viventi” candidati alla donazione degli organi tenuti in ostaggio dalle macchine nelle odierne unità di terapia intensiva. L’idea della scarsità degli organi ha pure degli antecedenti storici nella perenne difficoltà di reperire corpi umani e parti di corpi per autopsie, studi ed esperimenti medici (cfr. Foucault 1975; Richardson 1989, 1996). In qualsiasi società il definire qualcuno o qualcosa “spazzatura” finisce per influire spesso sulle vite dei più poveri in paesi con una facile sovrabbondanza di corpi non identificati e non reclamati da nessuno, come in Brasile (cfr. Scheper-Hughes 1992, 1996a, 1996b; Biehl 1998), Sudafrica (Lerer e Matzopoulos 1996) e India. In Europa, tra il XVI e il XVIII secolo, i cadaveri dei prigionieri mandati al patibolo venivano offerti a barbieri e chirurghi che potevano disporne come preferivano. I "corpi criminali” erano richiesti allora come adesso per ragioni mediche e “scientifiche”. In Brasile e in Francia (Laqueur 1983) agli albori dell’età moderna i poveri non godevano di alcuna autonomia al momento della morte e i loro corpi potevano essere confiscati dai ricoveri e dagli ospizi e venduti a ospedali e studenti di medicina. Poiché il corpo era considerato parte delle proprietà del defunto e poteva essere usato per chiedere la coprertura dei debiti lasciati scoperti, i corpi dei poveri spesso non venivano rivendicati dai parenti, e venivano lasciati alla ricerca e all’educazione medica. Le pretese mediche sui corpi “in surplus” hanno davvero una lunga storia. Ancora oggi molte popolazioni rurali nel Brasile nord-orientale temono la medicina e lo stato, immaginando che possa esser fatto loro praticamente di tutto, sia prima che dopo morti. Queste paure - un tempo tipiche dei poveri delle campagne e delle baraccopoli - si sono diffuse ormai alla classe lavoratrice brasiliana, che si è unita nell’opposizione alla legge sulla donazione universale, nel timore che questa venga usata contro di loro per servire i bisogni dei cittadini più ricchi. Queste paure, purtroppo, non sono del tutto infondate. |
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