Articolo da "La Repubblica" del 8 luglio 2002

Napoli, il calvario di Rita Borrelli, 58 anni, malata di cirrosi: ora il cancro. Ha denunciato i medici

Le trapiantano un fegato malato ora la donna rischia di morire

Si verifica il contagio delle cellule tumorali, la paziente sta sempre peggio. Anche i farmaci antirigetto possono aver favorito le metastasi

Il donatore, un ragazzo che aveva perso la vita in un incidente. Subito dopo l´intervento si è scoperto che aveva alcuni linfonodi ai reni

STELLA CERVASIO
NAPOLI - Non lo avrebbe mai creduto. Rita Borrelli, 58 anni, fissa la foto di Padre Pio sul comodino dell´ospedale Cardarelli, con grande viavai di visitatori la domenica mattina. Un caso su un milione: è toccato a lei.

Le hanno trapiantato il fegato di un ragazzino avellinese di 16 anni, morto in un incidente in motorino, ignaro di essere ammalato di cancro. Una donazione, un atto di grande umanità come pochi, ma con una tremenda insidia nascosta. Purtroppo per Rita, un tumore maligno che ora i medici dell´Unità operativa di Epatologia del Cardarelli stanno cercando di combattere. L´intervento che doveva risolverle la vita, nel centro che lei stessa aveva scelto, le avevano detto il migliore: quello dei Trapianti di Fegato e Multiviscerali di Modena, diretto da Antonio Daniele Pinna, allievo di Tzakis, uno dei "papà" della trapiantologia.

La fine di un incubo e l´inizio di un nuovo calvario: Rita soffriva di cirrosi epatica da anni, lo testimoniano l´incarnato giallastro e l´aria sofferente. Ma ora che ha saputo la nuova, terribile verità, si abbandona sul cuscino disperata. Ha denunciato i medici per lesioni colpose, la procura di Modena ha sequestrato la cartella clinica. «Mi hanno fatto una cattiveria, trapiantandomi un fegato con il cancro. Tanta attesa: a che è servito? Solo a morire prima. Ma io voglio giustizia: non deve succedere mai più».

L´anno scorso un caso simile a Reggio Emilia, raro ma non impossibile. La sequenza di un racconto dell´orrore tra Napoli e Modena, in quello che, insiste l´epatologo Francesco Picciotto che segue la paziente nell´Unità operativa diretta da Antonio Ascione, «non è un caso di malasanità, ma una fatalità».

In lista d´attesa, Rita viene chiamata a Natale e operata il 31 dicembre. Il donatore finalmente c´è: un ragazzo investito, per ricordarlo i genitori permettono l´espianto di reni e fegato, prelevati dal team dell´ospedale Moscati di Avellino. Il momento che la donna napoletana aspettava da tempo. Tutto è pronto, Rita è in sala operatoria. Quando arriva una telefonata dagli anatomo-patologi dell´équipe di Napoli che ha preso i reni: «Fermatevi. Abbiamo trovato linfonodi sospetti».

Ma l´addome è già ricucito, il trapianto è finito e, ironia della sorte, è andato bene. Sul filo dei minuti si compie il destino di un fegato, che può stare sotto ghiaccio solo sei ore; per gli altri organi, tranne il cuore, la preparazione può protrarsi e le analisi vanno a fondo. Ma in questo caso si possono fare solo ipotesi: difficile anche stabilire da dove sia partito il male, e c´è da calcolare il rischio che il fegato, prima o poi, venga colpito. Il professor Pinna chiama i familiari: «Può insorgere un tumore, ma non sappiamo se e quando».

Il fegato è risultato sano, ma, una volta collegato ai vasi sanguigni, può spedire in circolo anche l´unica cellula "contaminata" come quelle trovate nei reni del ragazzo. In più, ogni trapiantato prende farmaci antirigetto, una terapia necessaria che, dice il dottor Picciotto, «in alcuni casi nel post-trapianto può favorire lo sviluppo di tumori del sangue, della pelle».

Un´altra variabile che gioca a sfavore di Rita. L´ammalata torna a Napoli, dapprima felice, non sa. Poi comincia a star male. Le gambe gonfie, la febbre e un mal di pancia che non vuole andarsene. Al Cardarelli non trascurano nessun sintomo, sentendosi con Pinna ogni giorno. Una Tac, poi un´ecografia dietro l´altra, infine la conferma, che rende necessario un nuovo intervento a Modena, lo scorso aprile.

I medici non disperano, ma la delusione è grande. Assolutorio il ministro della Sanità, Sirchia: «E´ un evento molto raro, i protocolli sul donatore sono rigidissimi ma qualche rischio c´è. Sono convinto che sia stato fatto tutto a regola d´arte».