| Giappone: è il primo trapianto del genere. Ricordi: «Non giustificabile se ci sono donatori cadaveri» Giovane diabetica curata con cellule della madre vivente Una figlia ventisettenne malata di diabete di tipo I o giovanile, una madre di 56 anni che pur di vedere guarire la figlia accetta di fare da «cavia» al primo trapianto al mondo di cellule pancreatiche da donatore vivente. È avvenuto il 19 gennaio in Giappone grazie all’équipe di James Shapiro, dell’università di Alberta, e di Koichi Tanaka dell’università di Kyoto. La giovane donna era dal 2004 in lista d’attesa per ricevere un trapianto da cadavere e le sue condizioni si erano pericolosamente aggravate. L’intervento avrebbe trasformato radicalmente la capacità del suo corpo di controllare il tasso di glucosio (zucchero) nel sangue (glicemia). Ma per avere conferme del successo bisognerà aspettare almeno tre mesi dall’intervento. Siamo ad una svolta nella cura del diabete? «Non proprio. Ora sappiamo che quello che si fa da anni utilizzando donatori cadaveri si può fare ricorrendo a consanguinei viventi - risponde Camillo Ricordi, direttore del Diabetes Research Institute di Miami e presidente dell’Ismett di Palermo -. Un passo non giustificabile in Europa o negli Stati Uniti dove abbiamo migliaia di pancreas da donatori cadaveri che ogni anno non vengono utilizzati a scopo di trapianto». Il metodo per isolare queste cellule (centinaia di interventi negli Usa e in Italia da donatore cadavere) è lo stesso sviluppato anni fa proprio da Ricordi (metodo Ricordi). Ovviamente a Kyoto si sono usate isole (gruppi di cellule produttrici di insulina, la sostanza che serve a prelevare gli zuccheri dal sangue e la cui carenza è causa del diabete) estratte da un terzo di pancreas ottenuto da un vivente. Mario Pappagallo |
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