| Fertilità femminile preservata Esiti positivi per due interventi di trapianto ovarico Due recenti successi nel campo del trapianto di tessuto ovarico sembrano allargare gli orizzonti della cura dell'infertilità femminile. I due interventi sono per certi aspetti da considerare esperimenti a sé stanti: in un caso si è trattato di un trapianto autologo di tessuto ovarico previamente congelato in una donna sottoposta a chemioterapia per un linfoma non-Hodgkin; nell'altro, di un trapianto eterologo immediato - donatore la gemella monozigote della paziente - in una donna infertile dall'età di 14 anni per una menopausa precoce. Entrambi però hanno avuto come risultato finale una gravidanza condotta a termine con buon esito, che nella prima paziente è stata ottenuta tramite fertilizzazione in vitro, mentre nella seconda si è instaurata spontaneamente. "L'eventualità di un trapianto tra gemelle monozigoti è sicuramente eccezionale" premettono i ricercatori statunitensi che lo hanno effettuato al St. Luke's Hospital di St. Louis, nel Missouri. "Tuttavia, la nostra esperienza dimostra che il tessuto ovarico trapiantato è in grado di ripristinare un ambiente ormonale normale, al punto da consentire una gravidanza spontanea. E secondo noi, ciò potrebbe avere implicazioni davvero rilevanti per i casi, ben più ordinari, di infertilità di origine iatrogena". Concordano gli autori del trapianto autologo, avvenuto invece in Israele, i quali ci tengono a rimarcare un ulteriore aspetto incoraggiante del loro intervento: il fatto che il tessuto ovarico utilizzato era stato prelevato alla paziente a chemioterapia già iniziata. "Abbiamo effettuato il prelievo dopo che erano stati somministrati due schemi di trattamento, di prima e di seconda linea, e prima di un terzo ciclo ad alto dosaggio" spiegano i ricercatori del Chaim Sheba Medical Center di Tel Hashomer. "Dopo quest'ultimo, in effetti, la paziente ha avuto un arresto permanente dei cicli mestruali e nei successivi due anni i suoi dosaggi ormonali hanno dato risultati compatibili con una condizione di insufficienza ovarica". Perdurando la remissione del tumore, la donna ha potuto ricevere il tessuto precedentemente asportato e nel giro di otto mesi ha avuto una ripresa della funzione ovarica, testimoniata dalla comparsa di una mestruazione spontanea, dall'aumento dei livelli di ormone antimülleriano e di inibina B e dalla visualizzazione ecografica di un follicolo in fase preovulatoria nell'ovaio trapiantato. "A seguito di un secondo ciclo mestruale e della normalizzazione dei livelli delle gonadotropine ipofisarie, dell'estradiolo e del progesterone, si è deciso di procedere alla fertilizzazione in vitro" riferiscono i ginecologi israeliani. "L'unica cellula uovo che si è potuto prelevare e fecondare ha dato origine a un embrione che è stato trasferito in utero dopo due giorni, allo stadio di quattro cellule". La storia si è conclusa felicemente, dopo poco più di 38 settimane, con un parto cesareo e la nascita di una bambina di tre chilogrammi; destino ancora più facile quello della neonata di St. Louis, concepita in modo naturale, partorita senza ausili chirurgici e altrettanto in buona salute. E forse ancor più sorprendente, se si considerano i dieci anni di amenorrea materna che hanno preceduto la sua nascita e i soli cinque mesi intercorsi fra il trapianto e il suo concepimento. I due interventi sembrano creare prospettive davvero lusinghiere. L'unico dubbio, legittimo in questi casi, è che si possa essere tratti in inganno da un'imprevista ripresa funzionale del tessuto ovarico originario, quello situato in stretta prossimità con il trapianto. "E' impossibile verificare a posteriori l'origine esatta dell'oocita fecondato, anche se alcuni elementi permettono di considerare piuttosto improbabile l'eventualità di un'attivazione ovarica autonoma" osservano gli studiosi di St. Louis. "Nel nostro caso, per esempio, un'amenorrea secondaria di lunga durata e una biopsia effettuata prima del trapianto, che ha mostrato un tessuto ovarico atrofico, fibrotico, privo di follicoli, con qualche residuo corpo albicante, probabile risultato dei pochi cicli che la paziente aveva avuto dieci anni prima". Un po' meno scontata l'esclusione di una ripresa ovarica spontanea nella donna israeliana, che aveva avuto cicli regolari fino al momento del terzo trattamento chemioterapico. Anche qui, tuttavia, gli autori affermano di poter attribuire al trapianto la successiva gravidanza con un certo grado di sicurezza, supportati dai dosaggi ormonali effettuati prima e dopo l'intervento. In ogni caso, indipendentemente dall'origine delle gravidanze, le due esperienze dimostrano come minimo la possibilità di trapiantare con successo il tessuto ovarico - in entrambe è stato prelevato dalla porzione corticale- anche se crioconservato. di Monica Oldani - Tempo Medico n. 798 |
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