Articolo da "La Repubblica" del 7 agosto 2002.

Napoli, un medico racconta: "Le ho provate tutte, poi ho deciso. Il donatore era molto povero e voleva dare la dote alla figlia"

"Ho comprato in India il rene che mi ha salvato"

Ora ha bisogno di un altro trapianto: "Lo rifarei"

Prima un intervento in Usa, poi a Tel Aviv Infine "l´occasione" per 16 mila dollari

GIUSEPPE DEL BELLO
NAPOLI - «Davanti a me c´era l´uomo che mi avrebbe venduto un rene, un indiano di 35 anni disposto anche a cedere un organo per una manciata di rupie. Gli servivano per la dote di sua figlia. Pagai. Ed ebbi il rene». Si dice commercio di organi e fa orrore pensare che ci sia qualcuno disposto a vendere, per disperazione, una parte del proprio corpo per danaro. E fa tanto più orrore pensare che ci sia qualcuno disposto a comprare, sempre per disperazione. Eppure, in un paese avaro di donazioni, succede anche questo. La storia che racconta Antonio, 51 anni, medico in un paese di provincia, è quella di un calvario che dura da oltre vent´anni. «La gente non sa come è dura la vita di chi è senza futuro. Non ho paura della morte. Anzi, ho anche tentato di farla finita. Se non fosse per i figli...». Sono le sette di un´umida sera d´estate e dalla finestra dell´ambulatorio filtra un fascio di luce che come uno spot illumina l´ecografo affianco al lettino: «Ho imparato a usare questa macchina su di me e quando sono stato colpito da aneurisma, mi sono fatto la diagnosi da solo». Antonio indossa ancora il camice bianco dopo l´ultima visita della giornata. Seduto davanti alla scrivania, accarezza, timidamente ma con ostentata serenità, gli angoli del ricettario della Asl: «La prego, conservi l´anonimato. Non si sa mai...». Il suo racconto parte da lontano, da quando, diciassettenne studente liceale, una brutta tonsillite si complica in glomerulonefrite: «Mi curarono e andai avanti riuscendo pure a laurearmi». Poi l´insufficienza renale progredisce e intacca altri organi: «La retinopatia ipertensiva mi buttò nel tunnel della dialisi. Era il 16 maggio dell´81. La mia vita cambiò di colpo». Ma il medico affronta la situazione a muso duro. Si sposa e mette al mondo due figli che adesso hanno 15 e 11 anni. «Non sopportavo l´idea della dialisi. Fui inserito in lista d´attesa a Roma, ma avrebbero potuto passare anche dieci anni per un organo compatibile. Troppo. Temevo per il lavoro. e di essere abbandonato dai miei pazienti».

Antonio si informa e viene a conoscenza di altre esperienze. «Al St. Luke´s Hospital di Chicago, c´era un centro specializzato. Ci volevano 100 mila dollari (centomila euro, 200 milioni di vecchie lire) e la mia famiglia si sobbarcò una colletta di 100 milioni di lire. Partii con mio fratello e mia moglie nel dicembre dell´83 e a gennaio mi sottoposero al trapianto». Settanta giorni in fin di vita per le conseguenze di un rigetto acuto, le speranze durano poco. I soldi sono agli sgoccioli e lui si raccomanda alla moglie: «Metti da parte tre milioni per il rimpatrio della salma». Malandato, vola a Milano, dove gli tolgono quel rene a brandelli. «Ho saputo solo dopo che mi avevano impiantato un organo "rammendato"». Di nuovo in dialisi, ma con il miraggio di un altro trapianto. E nel '91, in piena guerra del Golfo, "l´occasione" arriva da Tel Aviv. «In Israele ho resistito solo dieci giorni: senza garanzia e con il rischio costante delle bombe». Parte, per paura di un´altra morte.

Il racconto entra ora nella fase emotivamente più impegnativa e il medico, fissando le montagne oltre i vetri, confessa di sentirsi poco bene, di avere un dolore al petto. «Vuole fermarsi?», gli chiedo. «Non è niente, passa subito», risponde mentre manda giù una compressa contro l´angina pectoris. E riprende riferendo dell´ultima chance: acquistare un rene da qualche poveraccio. Il tam tam funziona ancora e si ritrova in India. Gli chiedono 16 mila dollari (32 milioni di lire, 16 mila euro) «tutto compreso» per operarlo allo Hashenda hospital di Bombay. In quella clinica Antonio incontra il «suo» donatore: «Era un giovane magro che addosso aveva solo uno slip e parlava il dialetto Bengalora. Davanti al notaio aveva fatto "l´atto di donazione". Ovviamente senza parlare di soldi. A lui andarono appena 1.500 dollari, tre milioni di lire. Gli chiesi: perché lo fai? Mi rispose: «Sono un contadino e guadagno 2 rupie al giorno (100 lire, un pugno di riso, ndr). Il mio sogno è un chiosco di bibite per dare una dote a mia figlia»». Povertà e degrado non risparmiano l´ospedale: «Affianco alla sala operatoria pascolavano le capre. Per le analisi non utilizzavano provette, ma flaconcini di penicillina ormai vuoti. Su pareti e scale enormi chiazze rosso-sangue: è lo sputo di quelli che masticano Betel, l´erba che inibisce il senso di fame. Da un lavandino sbucò uno scarafaggio: mio fratello lo calpestò, ma si arrabbiarono perché lì sono sacri. Angoscia? Sì, terribile, ma per disperazione giustificavo qualunque cosa. Non ho mai pensato di tornare indietro e dissi a mio fratello: «Dovessi riportarmi in Italia anche da morto, ma da qui non me ne vado senza il nuovo rene. L´intervento andò bene e per quattro anni sono rinato».

La tregua dura infatti fino al '97 quando anche il rene indiano dà forfait e Antonio torna alla dialisi. Adesso sta per essere inserito nuovamente in lista d´attesa in Italia. Nell´elenco unico del Centro Nazionale di riferimento e mentre è sotto controllo di Paride De Rosa, trapiantologo del Nuovo Policlinico di Napoli. Aspetta un organo «legale» il dottore. Ma aggiunge: «Il trapianto, lo voglio ad ogni costo e in qualsiasi parte del mondo. Anche in un igloo, lo rifarei».