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Napoli, un medico racconta: "Le ho provate tutte, poi ho deciso. Il donatore era molto povero e voleva dare la dote alla figlia" "Ho comprato in India il rene che mi ha salvato" Ora ha bisogno di un altro trapianto: "Lo rifarei" Prima un intervento in Usa, poi a Tel Aviv Infine "l´occasione" per 16 mila dollari
GIUSEPPE DEL BELLO Antonio si informa e viene a conoscenza di altre esperienze. «Al St. Luke´s Hospital di Chicago, c´era un centro specializzato. Ci volevano 100 mila dollari (centomila euro, 200 milioni di vecchie lire) e la mia famiglia si sobbarcò una colletta di 100 milioni di lire. Partii con mio fratello e mia moglie nel dicembre dell´83 e a gennaio mi sottoposero al trapianto». Settanta giorni in fin di vita per le conseguenze di un rigetto acuto, le speranze durano poco. I soldi sono agli sgoccioli e lui si raccomanda alla moglie: «Metti da parte tre milioni per il rimpatrio della salma». Malandato, vola a Milano, dove gli tolgono quel rene a brandelli. «Ho saputo solo dopo che mi avevano impiantato un organo "rammendato"». Di nuovo in dialisi, ma con il miraggio di un altro trapianto. E nel '91, in piena guerra del Golfo, "l´occasione" arriva da Tel Aviv. «In Israele ho resistito solo dieci giorni: senza garanzia e con il rischio costante delle bombe». Parte, per paura di un´altra morte. Il racconto entra ora nella fase emotivamente più impegnativa e il medico, fissando le montagne oltre i vetri, confessa di sentirsi poco bene, di avere un dolore al petto. «Vuole fermarsi?», gli chiedo. «Non è niente, passa subito», risponde mentre manda giù una compressa contro l´angina pectoris. E riprende riferendo dell´ultima chance: acquistare un rene da qualche poveraccio. Il tam tam funziona ancora e si ritrova in India. Gli chiedono 16 mila dollari (32 milioni di lire, 16 mila euro) «tutto compreso» per operarlo allo Hashenda hospital di Bombay. In quella clinica Antonio incontra il «suo» donatore: «Era un giovane magro che addosso aveva solo uno slip e parlava il dialetto Bengalora. Davanti al notaio aveva fatto "l´atto di donazione". Ovviamente senza parlare di soldi. A lui andarono appena 1.500 dollari, tre milioni di lire. Gli chiesi: perché lo fai? Mi rispose: «Sono un contadino e guadagno 2 rupie al giorno (100 lire, un pugno di riso, ndr). Il mio sogno è un chiosco di bibite per dare una dote a mia figlia»». Povertà e degrado non risparmiano l´ospedale: «Affianco alla sala operatoria pascolavano le capre. Per le analisi non utilizzavano provette, ma flaconcini di penicillina ormai vuoti. Su pareti e scale enormi chiazze rosso-sangue: è lo sputo di quelli che masticano Betel, l´erba che inibisce il senso di fame. Da un lavandino sbucò uno scarafaggio: mio fratello lo calpestò, ma si arrabbiarono perché lì sono sacri. Angoscia? Sì, terribile, ma per disperazione giustificavo qualunque cosa. Non ho mai pensato di tornare indietro e dissi a mio fratello: «Dovessi riportarmi in Italia anche da morto, ma da qui non me ne vado senza il nuovo rene. L´intervento andò bene e per quattro anni sono rinato». La tregua dura infatti fino al '97 quando anche il rene indiano dà forfait e Antonio torna alla dialisi. Adesso sta per essere inserito nuovamente in lista d´attesa in Italia. Nell´elenco unico del Centro Nazionale di riferimento e mentre è sotto controllo di Paride De Rosa, trapiantologo del Nuovo Policlinico di Napoli. Aspetta un organo «legale» il dottore. Ma aggiunge: «Il trapianto, lo voglio ad ogni costo e in qualsiasi parte del mondo. Anche in un igloo, lo rifarei». |
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