Articolo da "Il Manifesto" del 17 luglio 2004


Un corpo fatto a pezzi dal mercato

Traffico d'organi e biopolitica Atroci compravendite e nuove tecnologie in una raccolta di saggi edita da Ombre Corte e curata da Nancy Scheper-Hughes e Loïc Wacquant

MASSIMILIANO GUARESCHI
Un paio di anni fa è uscito nelle sale italiane Piccoli affari sporchi, un film di Stephen Frears ambientato fra gli invisibili che alimentano i bacini del lavoro sottopagato di una città globale come Londra. D'improvviso, quella che poteva sembrare una pellicola di taglio drammatico-realista vira verso il thriller, e a innescare il cambio di registro è la comparsa di una merce assai particolare: un cuore. Al centro dell'intreccio del film si colloca infatti un traffico di organi in cui si incrociano ricchi committenti, chirurghi spregiudicati, organizzazioni mafiose e diseredati che individuano nella monetizzazione di una parte del loro corpo l'ultima risorsa per «svoltare». Assai diverso appare il rapporto del cinema indiano con questo tema: ciò che in Occidente assume il profilo di una materia estrema, nella produzione di Bollywood sembra situarsi in un contesto di quotidianità in cui la vendita del rene appare una pratica quasi ordinaria, a cui ricorrere, per esempio, per permettere alla sorella di sposarsi e salvare l'onore della famiglia. La dimestichezza dell'immaginario cinematografico indiano con la compravendita di parti del corpo umano è uno dei dati più stupefacenti che emergono dal saggio di Lawrence Coen, L'altro rene: una biopolitica non riconosciuta, contenuto in un volume, Corpi in vendita. Interi o a pezzi (ombre corte, pp. 166, € 14) curato da Nancy Scheper-Hughes e Loïc Wacquant. Secondo una vecchia formula, i proletari non avevano da vendere che la loro forza lavoro. Oggi, potremmo aggiungere, dispongono di altre risorse, in quanto hanno la possibilità di cedere parti del loro corpo: pelle, retine, reni... A tal proposito non mancano autorevoli sostenitori del liberalismo bioetico, secondo i quali contestare in nome di un rozzo moralismo il diritto di un qualcuno ad alienare i propri organi, dietro un corrispettivo stabilito dalle imparziali leggi del mercato, rappresenterebbe un'inaccettabile violazione della libertà individuale. E così, fra i tanti flussi planetari del nostro tempo si deve registrare quello che vede i malati del nord sciamare a sud alla ricerca di «pezzi di ricambio» e organi sani compiere il cammino inverso, magari nel bagaglio a mano di qualche dealer di carne umana, per trovare collocazione sui ricchi mercati di uno dei tanti «occidenti».

Nancy Scheper-Hughes è una delle ricercatrici più attive a livello internazionale non solo nella denuncia ma anche nello studio del traffico d'organi (Il traffico d'organi nel mercato globale, ombre corte). Loïc Wacquant, da parte sua, è un sociologo della scuola di Bourdieu, noto soprattutto per le analisi dei mutamenti intervenuti nei paradigmi di controllo sociale e disciplinamento (Parola d'ordine: tolleranza zero, Feltrinelli), ma autore anche di un pregevole studio etnografico sul «corpo estremo» dei pugili (Corpo e anima, DeriveApprodi). In Corpi in vendita, il tema dei mercati legati agli sviluppi della chirurgia dei trapianti viene sondato da più punti di vista. Ne emerge un quadro in cui il commercio di organi più o meno proditoriamente sottratti ai loro «possessori» lungi dal presentarsi come una leggenda metropolitana assume il profilo di una realtà in cui gli estremi entrano in comunicazione, il corpo dei poveri si innesta in quello dei ricchi, sofisticati chirurghi fiancheggiano organizzazioni criminali, tessuti e valvole cardiache sono barattati da cliniche del sud del mondo con tecnologie e competenze mediche, truci commerci vengono ricoperti da una coltre di eufemismi.

Il corpo, intero o a pezzi, come recita il sottotitolo del volume, circola oggi in una pluralità di mercati, collocati a differenti scale di disaggregazione: la mostra delle atrocità degli sport estremi, gli organi per i trapianti, i tessuti e le ossa per la produzione cosmetica e odontoiatrica e, last but not least, le sequenze di Dna rare, sviluppate da popolazioni vissute in relativo isolamento, su cui si avventa la biopirateria della multinazionali. La mercificazione dei corpi, vivi e morti, non è certo un fenomeno inedito. In un recente studio (Frammenti di eternità, Viella), per esempio, Luigi Canetti descrive in dettaglio i commerci che si sviluppavano nella tarda antichità e nel Medioevo intorno al cadavere e alle singole membra del santo. A partire dal XVII secolo poi, il corpo del defunto, specie del condannato, diviene oggetto delle mire di medici e scienziati che su di esso aspiravano a praticare i loro esercizi di dissezione.

Rilevare i precedenti non esime però dal cogliere le novità del presente. I contributi raccolti in Corpi in vendita non si limitano a gettare luce su uno degli aspetti più inquietanti della globalizzazione liberista, ma dedicano particolare attenzione ai portati antropologici e biopolitici legati alle innovazioni introdotte negli ultimi decenni dalla chirurgia dei trapianti, dalla biomedicina, dalla biotecnologia e dalla scienza del genoma. Se per Michel Foucault la biopolitica era sorta nel XVIII secolo, nel momento in cui la vita in quanto tale, con le connesse questioni di natalità, mortalità, morbilità e profilassi, entrava nel campo della decisione politica, qualche decennio dopo Donna Haraway ha ripreso il concetto, segnalando criticamente come l'analisi di Foucault si riferisse a una fase ormai chiusa. A segnare la differenza, a parere della studiosa americana, è il fatto che, nelle mutate condizioni tecnologiche, la vita non appare più come un dato aproblematico ma si definisce a partire dalle sue modalità di produzione, manipolazione e codifica (l'esempio del Dna appare in proposito eloquente). Di conseguenza la prospettiva biopolitica avrebbe oggi a che fare non tanto con la tutela ma con la produzione della vita. In un simile contesto, le pratiche scientifiche e le applicazioni tecnologiche acquisiscono subito una dimensione politica, e i contributi raccolti da Schepper Hughes e Wacquant, con i loro esempi di intersezioni fra corpi, tecnologie, saperi ed economie, risultano assai utili per ricentrare nel senso auspicato da Donna Haraway il dibattito sulla biopolitica.