III PUNTATA
Moldavia, gli uomini dimezzati di Minjir

Le cifre della povertà Dal 1998, hanno venduto un rene oltre 300 moldavi. Tra questi, almeno 15 vengono da Menjir, un piccolo villaggio di soli cinquemila abitanti

Commercio sacrilego Disprezzati dalla società, i venditori non possono permettersi controlli medici post-operatori né pagare i 50 dollari necessari per una ecografia

MARINA JIMÉNEZ
NANCY SCHEPER-HUGHESMINJIR
(MOLDAVIA)
Una volta erano solo le giovani donne a scomparire da questo povero villaggio della Moldavia, piccola ex repubblica sovietica priva di accesso al mare. Si lasciavano alle spalle i cavalli, i carri, le case di calcestruzzo, i pozzi ricoperti dal ghiaccio e la triste vita contadina e prendevano un volo da 100 dollari per il più ricco tra i paesi vicini: la Turchia. Nel mercato del sesso di Istanbul in pieno boom, avrebbero venduto il solo bene che avevano da offrire: un bel viso tondo e un paio di gambe tornite.

Di questi tempi però dalla Moldavia partono anche molti uomini. Non è il loro corpo che mettono in vendita nella redditizia economia sommersa turca, bensì singoli organi. «Stiamo diventando un paese di uomini dimezzati» dice padre Antonie, il giovane, fervente prete dell'unica chiesa ortodossa del villaggio di Minjir, 120 chilometri dalla capitale Chisinau. «Stiamo diventando famosi nella regione come il villaggio con un rene solo».

Nicolae Barden è stato uno dei primi a diventare un uomo dimezzato. Saldatore di mestiere, ventisettenne dall'aria stanca, occhi malinconici e scarpe sporche di fango, Balden aveva cercato di guadagnarsi da vivere in una ex fattoria collettiva dopo la fine dell'Unione Sovietica e il crollo dell'economia moldava durante gli anni `90. Il suo obiettivo era mettere da parte abbastanza soldi per costruire una casa per la moglie e i due figli.

Situata tra Romania e Ucraina, la Moldavia è un paese di 4,6 milioni di abitanti, in gran parte agricolo che la difficile transizione alla democrazia di mercato con un tasso di disoccupazione del 15% e un salario medio mensile di 30 dollari. Con i suoi villaggi quasi introvabili e le strade che d'inverno diventano impraticabili, è difficile far arrivare al mercato i pochi prodotti da esportazione: non riuscendo a trovare nessun cliente interessato al loro vino rosso, molti paesani finiscono per trincarne essi stessi in grande quantità.

La famiglia Barden riusciva a malapena a tirare avanti. In lista d'attesa per un alloggio pubblico, si spostava di continuo da stanze in affitto a case in coabitazione. Vioril, cinque anni, diceva a suo padre che si sentiva senza casa. Un giorno, nel 1999, Nicolae Barden incontrò un amico che si era appena comprato una macchina nuova. Quando gli domandò come potesse permettersi un articolo così costoso, il vicino gli dette il numero di una trafficante locale di reni chiamata Nina Ungureanu. «Mi servivano soldi per comprare casa e non volevo cominciare a rubare. Ci pensai a lungo, ma non vedevo altre soluzioni» racconta in un freddo giorno d'inverno. Seduto sul letto matrimoniale che la famiglia condivide, ripercorre il suo viaggio nel mercato clandestino dei reni, mentre sua moglie riscalda le dita ai bambini con mani rosse e indurite dal lavoro.

Nicolae Barden e Nina Ungureanu presero l'autobus per il capoluogo della provincia, Hancesti, dove lei lo aiutò a procurarsi un passaporto. Circa un mese dopo, Barden e altri due abitanti del villaggio si recarono nella città ucraina di Grigorov e da lì volarono a Istanbul, una delle nuove piazze «calde» dell'organizzatissimo, multimiliardario traffico globale degli organi.

Barden raggiunse in taxi uno scalcinato albergo economico di Aksaray, un quartiere proletario nel centro della città che sta vivendo il boom del contrabbando. Lì gli emigranti moldavi e rumeni vendono non solo falsi profumi griffati, sigarette e cappotti in finta pelle, ma anche i loro reni. Per Nicolae Barden non fu necessaria una contrattazione. Yakup, un trafficante locale di organi, dalla corporatura robusta armato di pistola, lo mandò a fare le analisi in una clinica del posto. Una settimana dopo gli fu detto che un paziente con tipo di sangue e di tessuto compatibili era pronto per il trapianto, e lui tornò in clinica per l'intervento chirurgico. Mentre passava nella hall fece un cenno col capo al ricevente, un europeo che non parlava rumeno, ma non seppe mai il suo nome né la nazionalità.

Dopo l'intervento a Barden fu pagata la tariffa corrente di 3.000 dollari, meno i 300 dollari che doveva ai trafficanti per il viaggio. Tornò a casa in autobus, soffrendo per i dolori per quasi tutte le venti ore di viaggio e preoccupato che la sua guarigione non fosse così facile come i trafficanti gli avevano garantito.

Il volto del giovane malato a cui è andato il suo rene gli è rimasta stampata nella memoria, come quella del chirurgo: un turco ascetico e calvo dalle dita affusolate e gli occhi penetranti, il dottor Yusuf Ercin Sonmez, 44 anni, l'uomo al centro del commercio di reni di Istanbul, che a Minjir è conosciuto come «Dottor Avvoltoio» (vedi la puntata precedente).

Quando cominciò a importare reni dalla Moldavia, il dottor Sonmez si alleò con Nina Scobiola che - prima di passare agli organi verso la fine degli anni `90 - trafficava donne per il mercato del sesso. Scobiola lavorava con Nina Ungureanu, la trafficante che a Minjir aveva introdotto Nicolae Barden nel mercato.

Insieme le due reclutavano venditori dagli impoveriti villaggi contadini, oltre che dalla capitale Chisinau. Alcuni furono attratti nella rete - e infine nella sala operatoria di Sonmez - dalla promessa di lavorare all'estero. Fu il caso di Vladimir Diminet, un giovane vivace con un piercing sul labbro, che aveva terminato la scuola superiore. Nell'autunno del 2000 Nina Scobiola e Nina Ungureanu, conosciute sul posto come «le due Nina», offrirono al diciannovenne un lavoro da 80 dollari al mese presso una tintoria a secco di Istanbul. Vladimir Diminet raggiunse la città in autobus insieme ad altri due, ma fu subito chiaro che non si erano lì per stirare pantaloni e rammendare camicie.

Un altro reclutatore li portò in un albergo e disse che sarebbero stati pagati loro 3.000 dollari per vendere un rene. All'inizio Diminet rimase scioccato, ma poi accettò pensando di non avere scelta. Tre giorni più tardi fu operato in un ospedale di Istanbul. Tornò al paese in autobus. «Con i soldi non ho fatto niente di speciale. Ne ho dati un po' a mia sorella, inoltre qualcuno è entrato in casa mia e mi ha rubato 600 dollari» dice masticando semi di girasole e sputandoli nell'aria fredda fuori dal suo cancello. «Nel villaggio le notizie viaggiano veloci, e aver venduto un rene è considerato una vergogna. In pubblico non se ne parla. Dicono che siamo una disgrazia per il villaggio e per l'intero paese. Piuttosto che fare questo è meglio restare a casa e mangiare solo pane. Io ho rimpianti enormi».

Quando suo padre, vedovo, seppe dell'intervento chirurgico segreto, s'imbestialì sia con il figlio che con le due Nina. «Ci vendicheremo. Nina [Ungureanu] ha trascinato in questo disastro circa 35 persone» dice amaramente mentre gira i fagioli in un grande tegame sul fuoco, nella sua casa di tre stanze decorata con icone religiose e stoffe vivaci. «Quando Vladimir venne a casa, era debolissimo e pallido. Adesso non può fare niente. Ma almeno è tornato a casa. Ci sono altri del paese che non sono mai tornati. Sono partiti per la Russia tre o quattro anni fa e nessuno sa che cosa gli sia successo. Non sappiamo nemmeno se sono vivi o morti.»

A Chisinau c'è un contrabbandiere che conosce bene la vita di strada, Viorel Vadyam, sui 25 anni. Anche lui è stato attratto dall'offerta di Nina Scobiola di un lavoro da 300 dollari al mese a Istanbul. Nel 1998 prese l'autobus per Istanbul e fu ospitato in un albergo per tre settimane.

Accompagnati dai trafficanti moldavi, furono sottoposti alle analisi del sangue lui e due donne moldave che cercavano anche loro lavoro in Turchia. Una formalità, fu detto loro, per dimostrare che erano in buona salute.

Dal loro infimo albergo furono spostati nello scantinato di una fabbrica. Poi, un giorno, furono portati nella casa di un turco. «Quella volta ci dissero la verità. Volevano il mio rene! Ero stupefatto e rifiutai debolmente» ricorda Vadyam fumando una sigaretta dopo l'altra e tracannando grandi boccali di birra in un bar nel centro di Chisinau. Nel ricordare alza il tono di voce rabbiosamente. Continua: «Poi, quando opposi resistenza, tirarono fuori i coltelli e penso che avessero anche una pistola. Ci dissero che era il nostro ultimo giorno. Le donne cominciarono a piangere. Non avevo scelta. Non potevo scappare perché avevano i miei documenti di identità».

Pochi giorni dopo furono spediti a Tblisi, capitale della Georgia, dove il dottor Shapira li aspettava con i suoi pazienti. Vadyam all'epoca non lo conosceva, ma ora ritiene che l'uomo magro col camice da chirurgo fosse il dottor Sonmez.

Prima di essere portato in sala operatoria, a Vadyam fu fatta firmare una liberatoria in cui dichiarava di donare il suo organo senza coercizione. «L'ho firmato perché ero terrorizzato» racconta. «Erano in molti ed erano armati. Facevano parte di un'organizzazione. Tutto è organizzato: il trasporto, gli alberghi, la nostra custodia».

Vadyam ha ricevuto 2.300 dollari e per quanto ancora furibondo per ciò che gli è successo, si considera fortunato a essere sopravvissuto. «Se a Istanbul avessi fatto una mossa falsa, oggi il mio corpo galleggerebbe nello Stretto del Bosforo» dice. «Come può Sonmez chiamarsi un dottore? Quel figlio di puttana mi ha lasciato invalido. Se avessi Yusuf adesso davanti a me lo ammazzerei a forza di pugni, con le mie mani».

Secondo la polizia e altre fonti, dal 1998 hanno venduto un rene oltre 300 moldavi. Almeno 15 venditori erano di Minjir (il villaggio conta 5.000 abitanti) mentre altri venivano dalle città vicine di Hancesti, Orhei, Edinet e Cahul.

Il governo moldavo e quello turco sono imbarazzati dal traffico di reni e hanno fatto alcuni passi per contrastarlo - e per fermare l'irrefrenabile dottor Sonmez e la sua rete di trafficanti d'organi. Ma, data la carenza di reni estratti dai cadaveri a livello globale e una disponibilità virtualmente infinita di venditori e acquirenti disperati, smantellare l'impresa appare impossibile.

A dicembre Vasile Tarlev, il primo ministro della Moldavia, ha ammesso in un'intervista che il traffico è collegato alla criminalità organizzata, e che è difficile «combattere un nemico che non mostra il suo volto».

Di recente la Moldavia ha modificato il codice penale penalizzando il traffico di organi, e le due Nina non sono più nel business. Nina Ungureanu si è nascosta chissà dove e, lo scorso maggio, Nina Scobiola è stata finalmente accusata di «truffa» e possesso fraudolento di beni, dopo essersi fatta notare dalle autorità per la prima volta due anni prima mentre tentava di far uscire illegalmente dal paese una grossa somma di denaro. L'indagine della polizia sul suo caso, comunque, non è mai stata completata, e anche Nina Scobiola è riuscita a lasciare il paese.

L'anno scorso il servizio di intelligence del paese ha detto a un giornalista locale che quasi ogni giorno un moldavo vende il proprio rene e che un quinto della popolazione adulta nel paese lavora all'estero, molti nella prostituzione, nel contrabbando e nel commercio illegale di organi. Questo, nonostante lo stigma sociale che questo tipo di commercio genera specialmente nei piccoli villaggi.

A Minjir per esempio, con la sua acqua del pozzo, i cavalli, i calessi e la cultura contadina, sembra che il tempo si sia fermato, e molti di quelli che hanno venduto un rene si vergognano tanto di quanto hanno fatto che non vanno più a messa. Nicolae Barden, che ha speso rapidamente il suo capitale per pagare i debiti e costruire l'agognata casa, si è pentito presto della sua decisione.

A differenza che nelle Filippine e in India, dove vendere un rene è un modo socialmente accettabile di fare soldi, in Moldavia è considerato un atto di cui vergognarsi profondamente. Oggi Barden è un paria, in preda alla paura e alla solitudine. Inoltre accusa costantemente dolori e non è in grado di fare lavori faticosi. «Spesso mi chiedo quanto ancora mi resta da vivere» dice osservando il suo rifugio di due stanze con una stufa a legna ma senza impianto idraulico dentro casa. «Al paese non ho nessuno con cui confidarmi. Anche se ne parlassi, non cambierebbe niente. Spesso mi alzo di notte e cammino per stimolare il rene che mi resta, altrimenti mi duole tutto il giorno. A volte bevo. È molto difficile».

Poiché hanno venduto una parte inestimabile del proprio corpo che non potrà mai più essere rimpiazzata, i venditori di reni vengono rispettati persino meno, sembra, delle giovani donne che entrano nel mercato del sesso. I genitori spingono le ragazze dei villaggi a controllare che i loro pretendenti non abbiano ferite all'altezza dei reni, così da essere sicure di non sposare «merci avariate».

Lo scorso dicembre, nel giorno della festa di San Nicola, padre Antonie, il prelato del villaggio di Minjir, ha detto nel sermone: «Alcuni dei nostri fratelli vendono il loro corpo e così facendo commettono un peccato molto grave». Invita caldamente i venditori a confessare i loro peccati e chiama il traffico di reni un «commercio sacrilego» e «un attacco alla cristianità».

«Vendendo il loro corpo, stanno anche vendendo la loro anima» ha detto. «Volevano diventare ricchi, ma sono soltanto diventati più poveri vendendo la loro salute. Le persone che comprano i reni hanno come scopo quello di ferire la cristianità» ha aggiunto, riferendosi ai turchi e agli israeliani che costituiscono il grosso dei pazienti per i trapianti.

La maggior parte dei venditori non hanno avuto controlli medici dopo l'intervento, non potendosi permettere la «mancia» di 50 dollari che i medici in alcuni ospedali pubblici in Moldavia richiedono per un'ecografia.

Organs Watch, un gruppo con sede a Berkeley (California) che indaga sul traffico globale di organi, recentemente ha aiutato Nicolae Baden e Viorel Vadyam a fare un'ecografia. Mentre in Vadyam il rene superstite non mostra segni di malattia, Barden non è stato altrettanto fortunato. Simion Mitsa, il medico in servizio presso lo spartano e a malapena funzionante ospedale di Minjir, gli ha detto che ha la pressione alta e che il rene che gli resta mostra tracce di nefrite.

«In futuro questo paziente potrebbe avere problemi enormi» ha predetto il dottore. «Dovrebbe avere il riconoscimento dell'invalidità, non è in grado di lavorare. Se seguirà il trattamento correttamente, potrebbe vivere ancora 15-20 anni. Se non lo farà, potrebbe morire entro dieci anni».

3/continuaTraduzione di Marina Impallomeni©Featurewell e il manifesto