| Fronte del corpo, l'affarista in camice verde Il chirurgo avvoltoio Al centro del traffico d'organi è il dottor Sonmez, inventore di un nuovo «turismo dei trapianti»: far viaggiare non più i pazienti ma i donatori MARINA JIMÉNEZ «Dovevamo praticare l'assistenza post-operatoria a pazienti che erano andati all'estero» ricorda il dottor Hamdi Kocer, un suo ex collega. «Sonmez allora pensò di far venire in Turchia i donatori indiani». Era l'uovo di Colombo: far viaggiare non più i pazienti in attesa di trapianto, ma i donatori. Ma a metà degli anni `90 l'abile ma volubile chirurgo era già un amareggiato outsider. Fu licenziato dalla clinica universitaria per contrasti con il primario e gli fu vietato di praticare in un secondo ospedale pubblico (Haydarpasa) perché i suoi metodi di procurarsi gli organi dai cadaveri erano ritenuti discutibili dal punto di vista etico. Bandito dalla sanità pubblica, Sonmez fu costretto a perseguire in altro modo il suo progetto. Prese a collaborare con un collega israeliano, il dottor Zaki Shapira, e con il dipartimento per il trapianto di organi del Beilinson Medical Center di Petach Tikvah in Israele. Il dottor Shapira forniva un flusso costante di pazienti, mentre il dottor Sonmez poteva contare su una rete locale di cosiddetti cacciatori di reni che lo rifornivano di organi. All'inizio in Turchia c'era a disposizione un mercato di venditori che chiedevano per un rene dai 10.000 ai 30.000 dollari. I «turisti del trapianto» israeliani pagavano dai 100.000 ai 180.000 dollari per l'intervento chirurgico, il trattamento post-operatorio e le medicazioni. Istanbul si rivelò una sede eccellente da cui coordinare il mercato. Con le sue rotte commerciali Est-Ovest e un relativamente avanzato sistema sanitario, aveva tutti gli elementi per far prosperare il mercato. Proprio come lo stretto del Bosforo collega l'Europa e l'Asia, così la città faceva incontrare i pazienti europei con i venditori poveri dell'hinterland. Per il dottor Sonmez il dottor Shapira si rivelò un partner perfetto. Con lui poteva eseguire centinaia di interventi in sale operatorie prese in affitto da cliniche sia pubbliche che private di Istanbul, spesso a tarda sera dopo che gli altri medici erano andati via da parecchio. Con uno staff di infermiere ridotto all'osso, e pochi giovani colleghi e anestesisti fidati, Shapira e Sonmez erano in grado di operare due pazienti renali alla volta. Un trapianto poteva richiedere al massimo quattro ore: l'organo estratto veniva immerso in una soluzione fredda per conservarlo e poi trasferito nell'addome del ricevente. Malati cronici israeliani colsero al volo l'occasione dei i tour del trapianto e del mercato nero dei reni. A causa di persistenti dubbi tra gli ebrei ortodossi sulla natura tecnica della morte cerebrale, in Israele i tassi di donazione da cadavere erano - e sono ancora - molto bassi. Le liste d'attesa per il trapianto erano lunghe (oggi in Israele ci sono 1.200 pazienti in attesa di un rene) e per la maggior parte dei pazienti, anche se possono sopravvivere per molti anni con la dialisi, si tratta di un trattamento scomodo ed estenuante. Anche i trapianti da parenti vivi sono rari in Israele; e quelli da donatori esterni al nucleo famigliare sono sottoposti a un monitoraggio attento per garantire che non vi siano compensi economici né coercizione. (In Canada e negli Usa i donatori non parenti - che forniscono più del 50% dei reni totali - vengono anch'essi monitorati per garantire che non si verifichino situazioni improprie). Anche se in Israele è illegale comprare e vendere parti del corpo, il governo non persegue penalmente chi compie questa pratica all'estero. Per i candidati al trapianto che non vogliono più aspettare c'è un'interessante scappatoia: il sistema sanitario nazionale copre parte dei costi dei trapianti effettuati all'estero, incentivando così molti pazienti a uscire da Israele. Così il dottor Sonmez aveva i pazienti. Ora doveva solo assicurarsi di non restare senza venditori di organi. Lui e i suoi intermediari allargarono la ricerca di reni dalla Turchia a Romania, Moldavia, alla Bulgaria, Bielorussia e Ucraina, tutti paesi dove per via della crisi economica il prezzo richiesto era molto più basso. Il governo turco è molto sensibile al rischio di essere associato al traffico di organi perché se vuole che sia accettata la sua richiesta di aderire all'Ue, deve dimostrare di rispettare gli standard democratici e i diritti umani. I nomi di Sonmez e Shapira furono fatti per la prima volta nel `98, quando il ministro degli affari interni rumeno presentò una protesta ufficiale al consolato turco di Bucarest perché i rumeni stavano vendendo i loro reni a Istanbul attraverso una rete coordinata dai due chirurghi. L'informazione fu passata all'Ordine dei medici turco. Nel giugno dello stesso anno Mehmet Ali Onel, un affermato giornalista che all'epoca lavorava ad «Arena», un programma della tv turca, contribuì a realizzare un servizio sensazionale che accusava Sonmez. Le telecamere nascoste registrarono un giornalista che si era finto un venditore clandestino e Sonmez discutere un prezzo di vendita di 8.000 dollari. Proprio quando il «venditore» e il medico stavano per entrare nella sala operatoria della clinica Mayan a Istanbul, il reporter lo accusò di traffico di organi. Nelle corsie della clinica c'erano sette pazienti, quasi tutti israeliani, che attendevano il trapianto di rene. Sonmez reagì freddamente, telefonò al suo avvocato e negò di aver fatto qualcosa di illegale. Il servizio però provocò uno scandalo nazionale. Le autorità si mossero rapidamente per arrestare Sonmez. Per loro era difficile muovere le accuse perché tutti i pazienti avevano firmato delle liberatorie. Invece, l'Ordine dei medici ha sospeso a Sonmez la licenza per sei mesi e il servizio sanitario di Istanbul gli ha vietato per sempre di esercitare nella sanità pubblica. Il governo ha anche rifiutato di autorizzare le cliniche private a eseguire i trapianti, sperando di impedire che Sonmez operi lì. Ma il dottor Sonmez presto ha ripreso le sue attività clandestine. Ha affittato le sale operatorie in una serie di cliniche private, molte appartenenti a Azmi Ofluoglu, un uomo d'affari sospettato di legami con la mafia che possiede oltre 50 strutture mediche in Turchia. Sonmez entrerebbe nelle sale operatorie in piena notte dopo che gli altri medici sono andati a casa - per la frustrazione dell'Ordine dei medici. «Credo che il commercio continuerà per la grande domanda di reni non solo in Turchia ma nel mondo. Temo anzi che questa possa portare a forme di approvvigionamento ancora più terribili, come il rapimento di persone per la strada» dice in tono molto preoccupato il presidente dell'Ordine, Nedim Sendag, strabuzzando gli occhi e accendendosi una sigaretta mentre scartabella due faldoni pieni di documenti su Sonmez. «La Turchia è un paese ponte». Il dottor Kocer, un vecchio collega del dottor Sonmez, è anche lui mortificato che il suo paese sia diventato famoso per questa obrobriosa impresa commerciale. Cinque anni fa ha lasciato la chirurgia dei trapianti per il disgusto, convinto che non possa essere una specialità «pulita». «Noi siamo l'Occidente» dice. «Mi auguro che lo stato possa fermare Yusuf. Ma il mercato è così grande che non può essere un solo medico a gestirlo». Mehmet Ali Onel, il giornalista che per primo ha denunciato il mercato clandestino dei reni e ora produce uno show sulla televisione turca Star tv, ritiene che i medici siano i veri organizzatori dietro il commercio, potendo contare su una rete mondiale di acquirenti. Il dottor Izzet Titiz, un chirurgo che lavorava con Sonmez all'ospedale Haydarpasa, è convinto che ci siano altre persone coinvolte e che il dottor Sonmez sia solo il capro espiatorio. Dopo tutto, lui sta solo offrendo un servizio di cui i pazienti hanno bisogno. «Siete molto ingenue a pensare che persone e istituzioni più grandi non stiano traendo vantaggio da questo commercio» dice Titiz in modo criptico. «Come avrebbe potuto andare avanti senza che si sapesse in certi circoli? E comunque, se si entra nella filosofia di quanto Sonmez sta facendo, è difficile individuare la parte colpevole». Certo, il governo fa ogni sforzo per dimostrare che prende sul serio il mercato nero e che fa tutto il possibile per perseguire penalmente Sonmez. Tra il 1998 e il 2001 la polizia ha compiuto tre irruzioni in tre diverse cliniche di Istanbul dove si trovava Sonmez: la Mayan, la Bursa Vatan e la Kadikoy Vatan. Ogni volta sul posto sono stati trovati pazienti israeliani e venditori moldavi. Dopo l'irruzione del 2000, il dottor Sonmez è stato in prigione per 30 giorni, ma è stato poi rilasciato dopo aver prodotto documenti che dimostravano che i pazienti avevano firmato le liberatorie. Il governo ha anche avviato tre procedimenti d'accusa contro il dottor Sonmez e i suoi complici. Ad aprile Yasar Naci Uz, vice direttore del ministero della sanità, si è recato da Ankara a Istanbul con cinque funzionari per una lunga intervista con noi. Era ansioso di difendere il comportamento del governo e considerava un affronto il suggerimento che la Turchia sia al centro della «mafia» degli organi, un'etichetta che a suo parere infanga la reputazione del suo paese. «La Turchia non è il solo posto in cui questo avviene. Abbiamo una legge che vieta il traffico di organi e abbiamo fatto tutto quanto era in nostro potere per fermarlo. Perché non andate in Iran, in Russia o in Iraq?» dice il dottor Naci Uz, impeccabile in un abito grigio scuro. «Perché veniamo rimproverati noi per ogni moldavo che vende un rene? Abbiamo preso a cuore questo problema e Yusuf Sonmez non pratica più come chirurgo. Lui non è libero di praticare la medicina in Turchia». Al di là del maestoso ponte sul Bosforo, appartato in una tranquilla strada residenziale nella parte asiatica di Istanbul, c'è l'ultimo posto di lavoro di Sonmez: la clinica Yesilbahar. Con il suo giardino trascurato e le persiane bianche scrostate, più che una moderna struttura medica, la clinica privata a due piani ricorda una residenza vittoriana di fine Ottocento. All'ingresso sono appesi un ritratto di Mustafa Ataturk, fondatore del moderno stato turco, e un grande occhio azzurro di vetro che dovrebbe tenere lontano il malocchio. Alla reception siede un addetto con gli occhi affilati. E' riluttante a far usare il bagno ai visitatori. Appare un medico con il camice verde e ci dice che il dottor Sonmez arriverà più tardi. Poi, socchiudendo gli occhi, si informa: «Chi vi manda?» Lui non sa dire se il dottor Sonmez qui continui a operare i pazienti israeliani. Si limita a commentare che molti dottori hanno affittato le sale operatorie e le stanze di reparto presso la clinica privata da 10 posti letto per la chirurgia plastica e chirurgia generale: «Non so che tipo di chirurgia venga fatta al piano di sopra mentre stiamo qui sotto» dice. «Queste non sono belle domande, non sono domande educate» aggiunge prima di congedarci. Il dottor Sonmez ha declinato due richieste di parlare con il nostro giornale strillando arrabbiato al telefono: «Voi state facendo la stessa cosa anche in Canada. Non sono affatto interessato a parlare con voi. Smettetela di disturbarmi». Ma nel giugno 2000 il dottor Sonmez parlò lungamente con i ricercatori di Organs Watch, il gruppo statunitense che indaga sul traffico globale di organi. Raccontò di aver effettuato negli ultimi quattro anni circa 360 trapianti in molti paesi, compresi la Russia, l'Estonia e l'Ucraina. Molti venditori lo contattano giornalmente, disse, offrendosi di rinunciare a un rene. «I miei pazienti arrivano da Israele» riferì, specificando che pagano da 30.000 a 50.000 dollari Usa per la procedura, la residenza in ospedale e le medicazioni. Sonmez giustificò la pratica, citando dal libro dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che prevede il risarcimento ai donatori di organi per i salari perduti. «Questo significa che si possono pagare i donatori» disse. Sonmez ritiene che molti altri chirurghi effettuino trapianti con reni comprati, ma che lui è il solo a farlo apertamente. Aggiunse che per ogni piccolo gruppo di israeliani che opera, opera anche gratuitamente i bambini poveri turchi, cosa che gli ha fatto guadagnare il nomignolo di «Robin Hood». Infine crede che, poiché non è in grado di risolvere il problema delle liste d'attesa per il trapianto di rene né di scoraggiare l'entusiasmo dei venditori il governo turco dovrebbe accettare il mercato, regolarlo e stabilire un prezzo equo per un rene. «Io credo nelle scelte che ha fatto per noi Ataturk» disse in modo sinistro. «Questa è una repubblica democratica con valori occidentali, che dovrebbero guidare le scelte politiche. La gente parla in un modo e agisce in un altro. Credo anche in Dio. È un mio buon amico. Mi ha aiutato anche di recente e in questi giorni il suo aiuto mi servirà ancora». Alle due del mattino del 14 marzo, meno di una settimana dopo che la Direzione generale del ministero della sanità turco aveva rassicurato il nostro giornale che il dottor Sonmez non effettuava più trapianti illegali nonostante le prove del contrario che avevamo raccolte, la polizia e alcuni funzionari della sanità sono andati alla clinica Yesilbahar. Dentro hanno trovato due moldavi e due israeliani reduci dall'intervento chirurgico per il trapianto. Hanno raccontato alla polizia che i moldavi erano stati pagati 2.500 dollari per il loro rene, e che agli israeliani erano stati chiesti per l'intervento 150.000 dollari. Lo staff dell'ospedale ha confermato che il chirurgo che aveva effettuato il trapianto era Sonmez. Più tardi la polizia lo ha arrestato insieme ad altri tre medici, un'infermiera e un dirigente della clinica. Anche se sarà accusato di aver effettuato trapianti con donatori diversi dai parenti - ufficialmente un reato in Turchia - il chirurgo fuorilegge è stato rilasciato dopo aver prodotto le liberatorie firmate dai pazienti. E anche se sarà condannato, probabilmente sconterà in prigione soltanto un breve periodo - e presto sarà di nuovo in affari, inchinandosi a un mercato per cui sembra esserci una domanda insaziabile, e adempiendo quella che lui considera la volontà di Dio. 2/continua(Traduzione di Marina Impallomeni)© Featurewell e il manifesto |
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