| Era il 3 dicembre 1967 e un chirurgo di Città del Capo entrò nella storia. Nel 1982, il primo organo artificiale. Da allora, la scienza non si è mai fermata Trapianti, 35 anni dopo ecco il cuore che non batte Dal pioniere Barnard al "Berlin Heart" Le frontiere di domani sono tante: dai maiali a una piccola elica che gira a grande velocità Oggi nel mondo ventimila persone vivono grazie ai donatori ELENA DUSI Quindici anni dopo, il 2 dicembre 1982, a Barney Clark venne trapiantato il primo cuore artificiale. Lo Jarvik-7, dal nome del suo inventore Robert Jarvik, era una pompa meccanica ingombrante e rumorosa con cavi e connettori che uscivano dal corpo del paziente e lo legavano per la vita a un apparecchio grande come un comodino. Clark sopravvisse 112 giorni. Tanto, rispetto ai 18 giorni di Washkansky. Nulla in confronto ai tassi di sopravvivenza odierni. Oggi nel mondo 20mila persone vivono con un cuore umano trapiantato e la speranza, nel campo degli organi artificiali, sta per arrivare da un cuore che non batte. Sembra un paradosso, invece il Berlin Heart (realizzato in Germania) fa parte di una nuova generazione di apparecchi. «Tecnicamente - spiega Dino Casarotto, direttore del reparto di cardiochirurgia dell´università di Padova - si chiamano pompe assiali centrifughe e il loro vantaggio è la durata maggiore rispetto ai 4 o 5 anni attuali». Anziché pompare ritmicamente il sangue nei vasi, il Berlin Heart gira come una piccola elica al ritmo di 10-12 mila rotazioni al minuto, creando un flusso continuo. La mancanza di pulsazioni? Spiega Casarotto: «Questo modello di organo artificiale non sostituisce completamente il cuore naturale, che continua a battere secondo i suoi ritmi. Gran parte del sangue che lo attraversa, però, viene pompato dalla macchina. I problemi sono per noi medici, abituati a misurare polso e pressione. Se qualcosa nell´organo artificiale si dovesse inceppare, faremmo fatica ad accorgercene tempestivamente». Oggi, superate le difficoltà dell´intervento chirurgico («Da una decina di anni la tecnica si è ormai consolidata», conferma Casarotto. «Siamo abituati a eseguire operazioni molto più complesse», aggiunge Giovanni Stellin, che a Padova è responsabile della cardiochirurgia pediatrica) sono il rischio del rigetto e la scarsità di donazioni a non far decollare le statistiche. Mentre la strada degli xenotrapianti appare problematica (troppo alto il rischio che nel cuore di un maiale si nasconda un virus sconosciuto), le speranze maggiori arrivano dalle staminali, cellule "bambine" capaci di differenziarsi in una varietà di tessuti diversi. Gino Gerosa, cardiochirurgo dell´università di Padova, racconta di un intervento pioniere effettuato a marzo: «Il muscolo del paziente era rovinato. Abbiamo tentato di rigenerare il tessuto iniettandovi staminali prese dallo stesso individuo. Come speravamo, le queste cellule si sono trasformate in muscolo cardiaco». In queste giornate di ricorrenze, Stellin ricorda con stupore la risonanza che ebbe il primo trapianto di cuore umano in Italia. «Era la notte tra 14 e 15 novembre 1985 - ricorda - e io accompagnai il capo equipe Vincenzo Gallucci a Treviso per prelevare l´organo. Mettemmo il cuore in un contenitore con del ghiaccio. Ad attenderci c´era Ilario Lazzari, un falegname da due mesi in terapia intensiva. Ricordo l´emozione che provai quando il nuovo cuore riprese a battere». |
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