Un brano tratto dal libro: "L'uovo trasparente" di Jacques Testart - Bompiani 1988
Ci rimangono alcuni anni felici prima di essere in grado di manipolare il genoma umano, ma sappiamo già stabilire la carta genética che è l'autentica carta d’identità; sappiamo inoltre individuare con diagnosi sempre più precoci i futuri indesiderabili, portatori di deviazioni irreversibili rispetto alla norma. In termini logici inconfutabili, alcuni auspicano una diffusione sempre più ampia di tali diagnosi per scoraggiare certi matrimoni o evitare determinate nascite che pare siano in grado di alterare la qualità di una società moderna. Poiché, per le tare più gravi, l'elimianzione del feto viene già praticata, si pone, ancora una volta, la necessità di definire una soglia, quella che rende l'uomo intollerabile all’uomo.

Come abbiamo già detto, l'obiettivo immediato e grandioso dei metodi di procreazione assistita passa attaverso le tecniche che stabiliscono 1' identità , io ritengo sia giunto il momento di fare una pausa. Il ricercatore dovrebbe sentire l'esigenza di porre un limite a se stesso in quanto non deve necessariamente essere l'esecutore di ogni progetto che nasca nell’ambito della logica specifica della tecnica. Posto nel crogiuolo della spirale delle varie possibilità, intuisce prima di chiunque altro quale direzione assumerà la curva, quale desiderio appagherà, ma anche tutto ciò che inevitabilmente reciderà, metterà in discussione rinnegherà. Io, ricercatore nel campo della procreazione assistita, ho deciso di fermarmi. Non intendo interrompere la ricerca che ha lo scopo di migliorare ciò che già stiamo facendo, ma quella che tende a un cambiamento radicale della persona umana, nell’area indefinita in cui la medicina volta a favorire la procreazione si confonde con l'arte della predizione. I fanatici dell’artificio possono tranquillizzarsi, i ricercatori sono numerosi e io ho, su questo punto, la consapevolezza di essere isolato. Che gli uomini inquieti e dubbiosi, un tempo definiti “umanisti” e oggi "nostalgici" interroghino se stessi. Ma subito, senza lasciar passare altro tempo.

Decidendo di non operare nell’ambito delle tecniche identitarie, non ho sentito l’esigenza di interrogare un comitato etico; ma altri che si impadroniscono con entusiasmo di questa nuova disciplina di grande attualità lo fanno con altrettanta sicurezza, senza avere chiesto nulla a nessuno. So che la mia decisione può provocare una perdita di prestigio al mio laboratorio. Chi non procede di pari passo con i colleghi o non li precede perde inevitabilmente autorevolezza.

La ricerca scientifica ha la sua logica specifica che non si deve confondere con la dinamica cieca del progresso. La logica della ricerca si applica persino a realtà che non hanno ancora il profumo seducente del progresso, ma non può essere applicata ad altre che hanno già il gusto amaro di un enorme pericolo per l’uomo. Io rivendico il diritto di una logica che rifiuti la scoperta, di un’etica che rinunci alla scoperta. Si deve smettere di fingere che la ricerca sia neutra e che solo le sue applicazioni possano essere definite buone o cattive. Nessuno sarebbe in grado di dimostrare che una scoperta non è stata applicata se corrispondeva a un’esigenza preesistente o addirittura creata dalla scoperta stessa. E' necessario che le scelte etiche si operino in un momento decisamente anteriore alla scoperta.

Al Congresso internazionale di Vienna sulla FIVET, nell'aprile del 1986, numerosi embriologi presentavano comunicazioni sui progressi delle loro ricerche sugli animali. S. M. Willadsen dopo avere creato esseri chimerici, un ibrido di pecora e capra, fondendo gli embrioni delle due specie, ha recentemente ottenuto la nascita di tre agnelli grazie alla tecnica della clonazione. Ha aperto la sua relazione dicendo: “Ho letto recentemente la dichiarazione di una commissione di medici della CEE interessati alla FIVET che sottolineavano i pericoli di manipolazioni abusive dell’uovo umano; in particolare condannavano la clonazione. Vorrei allora farvi una domanda: ‘Perché mi avete invitato qui a esporre la mia relazione?’...” Willadsen è un provocatore. Alcuni anni fa, nel corso di un dibattito scientifico aveva affermato in tono di sfida: “Datemi un uovo di topo e un uovo umano e io vi creerò una chimera...” Ma il microcosmo dei ricercatori che si dedicano alla FIVET, a corto di novità sensazionali, ha bisogno di provocatori. Rivelano ciò che viene taciuto nei discorsi ufficiali garantiti dal rigore della scienza, e affermano innocentemente di sentire un lieve odore di zolfo quando tutti gli altri fuggono incapaci di respirare.

Esigere un’etica che sappia rifiutare la ricerca, significa contestare la concezione semplicistica che sostiene la legittimità e la fondatezza di una concatenazione automatica di processi. Rivendicare il diritto al progetto ambizioso di capire ciò che si è già realizzato e di cercare di teorizzare quanto si realizzerà in futuro. Significa quindi provare l'esigenza quasi fisica, carnale, di partecipare a una riflessione pluridisciplinare sul significato della produzione scientifica.