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Da "La Repubblica" del 12 febbraio 2002

"Non veniamo protette, i nostri carnefici sono ancora in libertà"

Le vittime degli stupri etnici non vogliono testimoniare

STEFANIA DI LELLIS
Dalla Bosnia al Kosovo sono state migliaia - forse decine di migliaia - le donne umiliate, picchiate, mutilate, stuprate, e in nome del sogno della Grande Serbia costrette a partorire figli dei loro oppressori. Aspettano giustizia da anni, da anni attendono di vedere sul banco degli imputati il regista di quegli orrori. Eppure molte di loro non andranno all´Aja per testimoniare contro Slobodan Milosevic: troppo pericoloso, troppe minacce in patria, troppi i carnefici di ieri ancora in libertà.

Alla vigilia dell´apertura del processo all´ex presidente jugoslavo il quotidiano britannico The Times ha raccolto le voci di alcune di queste donne assediate non solo dagli incubi del passato, ma anche dal rischio di essere nuovamente perseguitate per aver osato denunciare gli aguzzini di un tempo. Come Sada, che pure mesi fa trovò il coraggio di parlare con i giudici delle Nazioni Unite: «Sono andata all´Aja perché ero convinta che questa gente andasse fermata, perché le nostre figlie non rischiassero di vivere quello che abbiamo provato noi. Il problema è che il comandante del campo di prigionia che mi violentò è ancora libero. Io non posso più neanche aprire la porta di casa. A nessuno importa davvero di noi». Anna, invece, sul volo che la riportava dall´Aja a casa si ritrovò cinque degli avvocati della difesa dei suoi stupratori: «Mi era stato prenotato un posto sullo stesso aereo, proprio accanto a loro - spiega sconvolta - Da allora sono stata bombardata di minacce e non c´è stato nessuno ad aiutarmi. Non parlerò mai più con i giudici».

Il Tribunale penale del´Aja ha un programma specifico per proteggere i testimoni, ma del tutto inadeguato. Limitato lo staff, scarsi i fondi e soprattutto nessuna possibilità di garantire sostegno e aiuto al di fuori dei confini olandesi. Cioè dove occorre: nei villaggi, nelle cittadine in cui i guardiani dei lager, i secondini delle "caserme del sesso" in cui le donne musulmane venivano rinchiuse e violentate per gusto o perché partorissero figli di padri serbi, conducono tuttora indisturbati le loro vite. Non ci sono centri ad hoc del Tpi in Bosnia perché dovrebbe essere il governo locale a offrire questo tipo di assistenza, un impegno che finora ha dimostrato di non essere in grado di garantire. Alle donne in difficoltà dopo aver testimoniato gli investigatori Onu danno numeri di telefono da utilizzare in caso di pericolo, ma il più delle volte quei recapiti risultano del tutto inutili visto che nella maggior parte delle case non c´è un apparecchio telefonico.

Eppure le voci di Sada, di Anna e delle altre sono fondamentali. Grazie a donne coraggiose come loro esattamente un anno fa il Tribunale dell´Aja riuscì a emettere un verdetto storico che condannava tre serbi di Bosnia a pene tra i 12 e i 28 anni e qualificava lo stupro in tempo di guerra come "crimine contro l´umanità". Sedici testimoni - anche ragazze giovanissime, bambine ai tempi del conflitto - trovarono la forza di raccontare cosa patirono nel ´92 a Foca. In quella cittadina bosniaca si consumarono i casi probabilmente più documentati di violenza sessuale a sfondo etnico della ex Jugoslavia. Si conoscono anche i nomi dei "bordelli" della vergogna: la palestra del Partizan, la casa dei Karaman, l´hotel Zelengora. Carceri improvvisate in cui le musulmane venivano tenute segregate per essere a disposizione di soldati e miliziani. Ora il rischio è che non ci sia nessuno disposto ad aiutare i magistrati che tentano di dimostrare chi abbia reso possibili gli orrori di Foca e di tante altre città della Bosnia e del Kosovo.

PROCESSO A MILOSEVIC: MOLTE DONNE VITTIME DI STUPRI E VIOLENZE VENGONO ANCORA E ANCORA VIOLENTATE DALLA PAURA E DALLE MINACCE DEI VECCHI TORTURATORI LASCIATI IN LIBERTA'.
PERCHE' LA LORO VOCE NON SIA TESTIMONE E LA COSTRIZIONE AL SILENZIO L'ULTIMO STUPRO.
SENZA FINE.