![]() Articolo tratto da "Il Manifesto" del 19 aprile 2002 |
Uomini in tempo di guerra
Incontro con Karima Guenivet, autrice di «Stupri di guerra»: un tentativo di capire «come siamo riusciti ad arrivare a tanta barbarie» ![]() |
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| MARINA FORTI E'l'anacronismo che colpisce. Che le guerre siano accompagnate dallo stupro non è una novità nella storia umana. E però scoprire che la violenza sessuale è usata in modo sistematico in una guerra contemporanea ci mette a disagio: al punto che abbiamo impiegato tempo per arrenderci alle notizie di «stupri etnici» che nei primi anni `90 trapelavano dalla ex-Jugoslavia... «Sembrava impensabile che qualcosa di così bestiale avvenisse oggi vicino a noi, in Europa, in una società di donne istruite ed emancipata: ma il loro ruolo nella società non le ha protette. E' questo che dobbiamo capire, questo anacronismo tra l'evoluzione della società e la regressione verso tanta barbarie», fa notare Karima Guenivet. Lei ci prova in Stupri di guerra, appena uscito nella traduzione italiana per Luca Sossella editore, in cui analizza tre conflitti dell'ultimo decennio:Bosnia, Ruanda e Algeria. Francese di origine algerina, Karima Guenivet era a Roma qualche giorno fa, dove ha incontrato alcune giornaliste. L'indagine parte dalla Bosnia perché è là, a Sarajevo, che Guenivet è andata nel `96 a lavorare per un'organizzazione umanitaria, in un centro per i bambini rifugiati da enclaves musulmane passate in mano serba. «Attraverso i bambini sono entrata in contatto con le madri, e poco a poco è emerso quanto era successo prima della deportazione». I primi rapporti sull'uso dello stupro nella ex Jugoslavia erano stati compilati dalle Nazioni unite già nel `93, ma non avevano avuto molta eco «anche perché se ne temeva un uso politico». Ma forse anche perché «costringeva tutti noi a interrogarci», incalza Guenivet. In guerra le donne sono oggetto di violenza, oltre che come donne, come esponenti di una comunità, per umiliare il nemico («il corpo delle donne usato come campo di battaglia»), e questo è sempre stato considerato un corollario inevitabile della guerra: «La differenza è che oggi possiamo e dobbiamo dire che lo stupro non è normale, è un crimine contro l'umanità. Le guerre stesse sono cambiate, sono sempre più dirette contro la popolazione civile». Lo stupro diventa sistematico ed è la prima tappa verso l'orrore, scrive Guenivet: schiavitù sessuale, umiliazione, mutilazioni, morte - o, per le sopravvissute, il rifiuto da parte della propria comunità che vede nelle donne violentate la propria onta. Forse il merito maggiore dell'indagine di Karima Guenivet è quello di ricostruire i meccanismi della violenza contro le donne in tempo di guerra. I casi di Bosnia, Ruanda e Algeria secondo lei hanno valore di paradigma. In Bosnia, lo stupro e la gravidanza forzata servivano alla «pulizia etnica» («partorirai un piccolo cetnico»). In Ruanda puntava a cancellare l'altra etnia: lo stupro là è stato accompagnato da mutilazioni di genitali, femminili e maschili, come per eliminare un'intera stirpe («la frontiera tra misoginia e razzismo»). In Algeria lo stupro è stato brandito come vendetta «popolare» e punizione contro le infedeli, con la variante del «matrimonio temporaneo» forzato per legittimare la coercizione. «Tre tipi di fattori di odio ... in cui le fratture sociali e le differenze etniche o religiose hanno nutrito e allo stesso tempo giustificato i crimini». Ma nelle diverse circostanze, alcuni meccanismi si ripetono: la militarizzazione della società, o l'uso della propaganda per trasformare un progetto politico di potere in una dottrina ideologica e dargli una legittimazione «superiore», quindi presentare ogni aggressione come una legittima difesa: «Gli integralisti, i serbi, gli hutu, hanno incentrato la propria propaganda sulla necessità di annientare l'altro, presentandola come un dovere religioso o patriottico», scrive Guenivet. La propaganda diventa essenziale: «L'insulto sistematico, le canzonacce, le battute volgari servono a disumanizzare il nemico, cosa indispensabile per permettere lo stupro e l'annientamento». Lei si spiega così anche la complicità di alcune donne nella violenza sessuale in Ruanda - come la ex ministra degli affari sociali ruandese Pauline Nyiramasuhuko, condannata dal Tribunale penale internazionale per aver istigato uomini a stuprare donne tutsi. Già, i tribunali internazionali. Nel febbraio 2001 tre uomini sono stati condannati dal Tribunale per i crimini nella ex Jugoslavia per lo stupro e la riduzione in schiavitù sessuale di donne bosniache a Foca, con il capo d'accusa di crimine contro l'umanità: è il primo caso. L'ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic è accusato tra l'altro di violenze contro le donne, ma non di violenza sessuale - Guenivet ne è indignata. Con la creazione del Tribunale penale internazionale lo stupro può finalmente essere riconosciuto nel diritto internazionale come un crimine contro l'umanità. Una vittoria giuridica: ma quale portata politica avrà? Guenivet considera che il Tribunale internazionale sarà un passo avanti, non foss'altro perché «segna l'inizio della fine dell'impunità per i caschi blu», che sotto la bandiera delle Nazioni unite si macchiano di crimini contro le donne (ricordate la Somalia?): saranno perseguibili secondo le leggi che puniscono il «turismo sessuale» (!). Certo questo non chiude la questione, e non solo per i limiti insiti nel Tribunale - si pensi al fatto che gli Stati uniti non vi aderiscono. Alla fine di ogni conflitto si pone il problema di affrontare i crimini di guerra per ricostruire qualche forma di civile convivenza. E il crimine di violenza sessuale? Guenivet cita il caso dell'Algeria, dove il Consiglio Islamico ha concesso alle donne che hanno subito violenza l'autorizzazione ad abortire (ma si parla solo di atti commessi da gruppi armati dell'opposizione: «alcune donne cominciano a denunciare gli stupri commessi dalle forze di sicurezza, ma sarà una lotta difficile»). Lo stato però non ha riconosciuto loro lo status di vittime di guerra, e un risarcimento, con una motivazione alquanto gesuitica: ricevere una pensione ricorderebbe loro l'onta subìta, e sarebbe come fare di loro delle prostitute... |
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